TRA SANZIONI E ACCORDI: LE AMBIVALENZE DEI RAPPORTI UE-CINA

Fonte: https://theconversation.com/china-is-now-a-power-in-europe-but-fears-of-interference-in-the-eu-are-simplistic-and-misguided-116193

Le recenti sanzioni imposte dall’UE a diversi funzionari cinesi accusati di crimini contro l’umanità confliggono con i rapporti commerciali recentemente rafforzati tra le due potenze. Uno scontro di valori e interessi senza precedenti.

È recentissima la notizia di sanzioni imposte ad alcuni membri della struttura governativa cinese da parte dell’Unione Europea (UE). Un evento storico, poiché una tale presa di posizione da parte dell’Unione non si era vista da oltre trent’anni, dopo i noti fatti di piazza di Tienanmen risalenti al 1989. Ancora una volta, come nel passato, al centro del dibattito vi sono i diritti umani.

Ma per comprendere al meglio tale delicata e intricata situazione è necessario capire di quali strumenti si è fornita l’Unione Europea nel ricorrere a tali sanzioni, e quali ripercussioni non solo politiche e ideologiche è possibile prevedere in base al rapporto commerciale che diversi stati europei hanno instaurato efficacemente con Pechino nel corso degli ultimi anni.

Il neonato sistema legislativo europeo, sorto agli inizi di dicembre 2020, è noto come European Magnitsky Act” poiché ispirato a una omonima legge statunitense risalente al 2016 la quale, con simili scopi, intendeva commemorare e innalzare a simbolo della lotta per i diritti umani l’avvocato russo Sergej Magnitsky, ucciso nella sua cella nel 2009 per aver esposto una frode fiscale del valore di milioni di dollari in cui erano coinvolti alti esponenti del governo di Mosca.

E non è ovviamente un caso che lo sviluppo di tale atto da parte dell’UE sia stato incoraggiato dallo stesso Alexei Navalny, famoso oppositore del presidente russo Vladimir Putin. L’Unione, tuttavia, preferisce evitare tale nominativo al fine di evitare qualsiasi connotato antirusso e di sottolineare la portata globale dell’iniziativa che potrebbe virtualmente colpire qualsiasi paese al di fuori dell’UE, utilizzando la sua nomenclatura ufficiale “The Global Human Rights Sanctions Regime”.

La legge consiste principalmente nel permettere a Bruxelles di sanzionare qualsiasi individuo macchiatosi di gravi crimini contro l’umanità quali ad esempio genocidio, tortura, schiavitù, arresti e esecuzioni capitali arbitrari in qualsiasi paese straniero.

Le sanzioni in questione prevedono principalmente il divieto per tali individui di viaggiare liberamente all’interno dei paesi dell’Unione, il congelamento degli asset finanziari di cui questi ultimi spesso godono sul territorio europeo e infine il blocco di qualsiasi finanziamento europeo di cui tali individui o organizzazioni eventualmente beneficino. Si basa sostanzialmente su tre criteri: il rispetto dello jus cogens (l’insieme di diritti ritenuti inalienabili dalla comunità internazionale), la constatazione che tali violazioni avvengano in maniera sistematica e diffusa e il rispetto dei principi cardini su cui si fonda l’Unione (democrazia e rispetto della dignità umana in primis).

Bruxelles ci tiene inoltre a specificare che tali provvedimenti vadano intesi come diretti esclusivamente alla persona interessata e non allo stato o alla struttura governativa di cui essa è parte. Benché tale atto consisti in una pietra miliare nella storia dell’UE, non è comunque esente da alcune criticità. Prima fra tutte il fatto che tali sanzioni debbano essere approvate all’unanimità dai rappresentanti dei 27 stati membri, un sistema che in più occasioni ha causato ritardi e ostacoli considerevoli nell’attuazione di diverse normative comunitarie a causa dell’eclettica composizione della Comunità stessa.

Inoltre, pare che nel “Magnitsky Act” all’europea non siano contemplati quali gravi violazioni dei diritti umani i casi di corruzione, che alcuni esperti ritengono elemento base di qualsiasi regime autoritario e antidemocratico.

Al momento di stesura di tale analisi, l’Unione ha colpito tramite il suo “Magnitsky Act” diversi individui e organizzazioni provenienti da Russia, Corea del Nord, Myanmar, Eritrea e Sud Sudan; ma soprattutto Cina. Nel caso di Pechino, si tratta specialmente di personaggi legati ai campi di “rieducazione”, come definiti dal governo centrale, facenti parte del programma “Trasformazione tramite l’istruzione” che mirerebbe a integrare la minoranza musulmana uigura presente nella provincia dello Xinjiang con il resto della popolazione del paese. Secondo l’ONU, invece, il programma non farebbe altro che coprire il più grande genocidio di massa a sfondo etnico e religioso dopo la Seconda Guerra Mondiale.

A essere finiti nel mirino della nuova politica estera europea a salvaguardia dei diritti umani sarebbero stati principalmente Cheng Mingguo, direttore dell’Ufficio di pubblica sicurezza dello Xinjiang, e Wang Junzheng, ex vicesegretario del Partito della medesima provincia (insieme ad altre figure di spicco appartenenti agli organi amministrativi e governativi presenti nella regione).

Come era facile intuirsi, la dura risposta da parte della Cina non si è fatta attendere: tramite nota firmata dal proprio Ministero degli Esteri, il Dragone fa sapere che l’atto europeo, secondo propria visione, non si basa nient’altro che su menzogne e deliberata disinformazione; si recrimina inoltre a Bruxelles di aver interferito gravemente con le questioni interne alla Repubblica Popolare Cinese (RPC) e di aver seriamente minato i rapporti fra la Comunità europea e il suo partner asiatico.

Ovviamente alle parole sono seguiti i fatti. In maniera incredibilmente repentina, Pechino ha a sua volta sanzionato dieci individui europei, tutti parlamentari dei propri governi o europarlamentari, insieme a quattro organismi targati UE: il comitato per la Politica e la Sicurezza del Consiglio dell’Unione Europea, la sottocommissione parlamentare per i Diritti umani, il “Mercator Institute for China Studies” tedesco, e l’”Alliance of Democracies Foundation” danese. David Sassoli, Presidente del Parlamento europeo, ha pubblicamente definito tali sanzioni inaccettabili e minacciato nuove ripercussioni ai danni di organismi cinesi. 

Misure simili, atte a proteggere la minoranza uigura, sono inoltre scattate anche da Londra, Ottawa e Washington scatenando una reazione ancora più negativa sia da parte dei ministri dell’RPC sia da parte russa (accusata di gravi violazioni dei diritti umani contro gli oppositori politici e la comunità LGBTQ+). Sergej Lavrov, ministro degli Esteri russo, ha accusato in conferenza stampa Washington di voler alimentare il clima da “guerra fredda 2.0” in atto in questi ultimi anni costituendo alleanze politiche e strategiche con le altre potenze occidentali al fine di rovesciare il diritto internazionale. Come è possibile intuire da tali parole, mai prima d’ora i contrasti recenti fra Oriente e Occidente si erano fatti così palesi e preoccupanti.

La situazione appare ancora più complessa se si prende in considerazione il EU-China Comprehensive Agreement on Investment” (CAI), un accordo d’investimento bilaterale firmato il 30 dicembre 2020 tra i rappresentanti europei Ursula Von Der Leyen, Charles Michel, Angela Merkel e Emmanuel Macron e il presidente cinese Xi Jinping. Tale accordo, non ancora rettificato, dovrebbe garantire la mobilità di un maggior flusso di capitale tra uno stato (o in questo caso comunità di stati) e l’altro.

In particolare, il CAI è stato visto di buon occhio dalle aziende europee poiché garantirebbe, almeno teoricamente, un trattamento più equo nei confronti degli investitori europei in Cina, nonché una maggiore trasparenza a livello di transazioni commerciali. Da parte cinese, il CAI è stato visto come un “regalo di buon anno al mondo” che permetterebbe invece al dragone di ottenere un maggiore know-how in settori in cui l’RPC si trova ancora in uno stato di arretratezza e di minimizzare i danni generati dal decoupling americano. 

Ovviamente un accordo di tale portata non poteva non portare con sé delle problematiche o, meglio, criticità a livello geopolitico. Biden, nonostante si mostri più diplomatico a livello internazionale rispetto al suo predecessore, non parrebbe al momento discostarsi dall’obbiettivo sempre presente di contrastare la presa di egemonia da parte del gigante cinese tramite un rafforzamento dei rapporti, anche commerciali, coi suoi alleati storici.

E proprio in questo contesto s’inserisce il discorso sui diritti umani. In primo luogo, si è fatto notare come la firma del CAI non sia stata vincolata alla firma da parte della Repubblica popolare della “Convenzione Internazionale contro il lavoro forzato” firmata dalle principali potenze europee nel 1930 e oggi considerata pietra miliare dello sviluppo internazionale.

È ormai risaputo come molte aziende cinesi sfruttino le minoranze etniche sia uigure che tibetane a fini produttivi, proprio ciò che è stato condannato dal “Magnitisky Act” europeo. Inoltre, il CAI non parrebbe nemmeno tener conto delle condizioni di sfruttamento a cui sono sottoposti molti lavoratori cinesi nelle aziende di proprietà dell’RPC presenti sullo stesso suolo europeo. Probabilmente, come sottolineato da alcuni esperti del settore, l’Europa sperava di diffondere i propri valori tramite una maggiore collaborazione con la Cina nell’ambito in cui i due paesi si trovano maggiormente a loro agio, ma dimenticando di fatto la solida struttura statale e ideologica del Dragone. Tuttavia, le sanzioni oggetto di tale analisi smentiscono questa visione anticipando probabilmente il fallimento di suddetto pensiero.

Il “Global Human Rights Sanctions Regime” e il CAI si trovano quindi su due posizioni nettamente contrapposte e viste le circostanze è difficile che quest’ultimo venga rettificato.  Se da un lato possiamo quindi lodare il tentativo da parte dell’UE e dei suoi alleati di porre un freno alle gravi violazioni dei diritti umani, specialmente quelle nei confronti della comunità uigura che da tempo si è appellata senza buoni risultati alla Corte Internazionale, dall’altro non bisogna dimenticare che dall’anno scorso la Cina è diventato il primo partner economico europeo (sorpassando gli USA) e l’unica probabile economia in crescita tra le potenze del G20 del prossimo anno. Uno scontro quindi che si potrebbe ben definire tra cuore e denaro, e pertanto uno scontro di difficile risoluzione.

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