SATURAZIONE E LAWFARE: LA STRATEGIA CINESE NEL CONFRONTO CON LE FILIPPINE

L’intensificazione delle attività cinesi nelle isole contese del Mar Cinese meridionale rappresenta un problema da molto tempo per le Filippine, che con Duterte al vertice sembrano essersi bloccate in una posizione potenzialmente molto problematica anche per gli Stati Uniti.

Negli ultimi giorni il governo di Manila ha timidamente protestato per la presenza di circa duecento imbarcazioni cinesi ancorate presso Whitson Reef, nelle isole Spratly. Questo piccolo arcipelago, formato da piccole isole e atolli fino a qualche tempo fa disabitati, si trova all’interno della zona economica esclusiva assegnata alle Filippine ai sensi del trattato di Montego Bay (UNCLOS, United Nations Convention on Law of the Sea). Tuttavia, è rivendicato dalla Cina, al pari di tutto il resto del Mar Cinese Meridionale, inscritto nella nine-dash line che delinea il controllo cinese su uno dei mari più trafficati al mondo.

Secondo le prime dichiarazioni del governo filippino, le navi ancorate presso le strutture cinesi sugli ormai ex atolli ospitano a bordo membri della milizia marittima di Pechino, ovvero i “little blue men” incaricati di supportare le rivendicazioni e il controllo cinese sulle acque della regione sfruttando tutte le zone grigie del diritto internazionale. In dichiarazioni successive, le forze armate filippine hanno annunciato il dispiegamento di mezzi per verificare la situazione, mentre il Ministero della Difesa ha richiesto al governo cinese di sospendere le violazioni ai diritti territoriali legittimi e di richiamare i vascelli in questione.

Situazioni di questo genere non sono assolutamente nuove né per la regione, né per gli attori coinvolti: nel 2012 la Cina si impossessò con un colpo di spugna di Scarborough Shoal, mentre nel 2019, presso Reed Bank, un peschereccio filippino venne speronato da un’imbarcazione cinese.

Nonostante il controllo de facto da parte cinese, il governo delle Filippine nel 2013 ha aperto la procedura legale per contestare le rivendicazioni territoriali di Pechino ai sensi dell’UNCLOS. Nel 2016, la Corte Permanente di Arbitrato dell’Aia ha dato ragione a Manila, ritendendo le rivendicazioni cinesi storicamente infondate: nonostante ciò, il governo di Pechino ha rifiutato il verdetto della corte, mantenendo la propria presenza nell’area e intensificando le proprie attività.

Contestualmente, con l’elezione di Rodrigo Duterte il governo di Manila ha preferito cercare il compromesso con Pechino, attestandosi su posizioni accomodanti nei confronti della Cina anche a detrimento delle relazioni con l’alleato storico, gli Stati Uniti. La pressione politica e militare di Pechino, unitamente ai relativi vantaggi economici, ha spinto Duterte ad adottare una linea più morbida verso la Cina: nonostante le Filippine facciano ampio affidamento agli Stati Uniti per la loro sicurezza, le insufficienti prese di posizione statunitensi in riferimento all’assertività cinese possono aver influenzato le scelte del governo di Manila, portandolo verso il compromesso con Pechino.

A testimonianza di ciò, dopo gli eventi degli scorsi giorni il portavoce del presidente Duterte ha subito provveduto a smorzare i toni, dando indicazione di come la questione possa essere risolta in un clima di amicizia e collaborazione tra i due Paesi. 

Non è un mistero che questa sia la linea propria di Duterte, ed è anche possibile immaginare un certo tipo di opposizione a questa linea all’interno degli apparati burocratici militari.

La linea morbida di Manila sembrerebbe non essere condivisa nemmeno da grandi strati dell’opinione pubblica del Paese: il 13 marzo si è svolta una consultazione popolare a Palawan, l’isola prospicente al Mar Cinese Meridionale e alle relative isole contese. Oggetto della consultazione è stato l’assetto amministrativo dell’isola, che sarebbe stata divisa in tre unità amministrative distinte. La riforma, supportata anche da Duterte stesso, è stata rigettata dal voto popolare anche in riferimento a timori relativi ai forti interessi cinesi nell’area.

L’isola infatti, oltre ad essere in una posizione strategicamente importante, dispone di numerose risorse naturali e la divisione in tre province è stata indicata dalle opposizioni e dal clero cattolico locale come dannosa per l’ambiente e ininfluente ai fini di un miglioramento dell’efficacia amministrativa. La tesi delle opposizioni si basa sull’idea che la tripartizione amministrativa avrebbe facilitato la penetrazione delle attività economiche cinesi nell’area, danneggiando non solo l’ambiente ma anche l’economia dell’isola.

Gli eventi recenti offrono due indicazioni precise in riferimento all’ambiente strategico del Mar Cinese Meridionale. La prima, di natura tecnica, è l’utilizzo costante della milizia marittima, la cui natura paramilitare è facilmente negabile dal governo cinese. La massiccia presenza di queste imbarcazioni crea una saturazione dello spazio marittimo tale da rendere difficilmente negabile il controllo cinese de facto sull’area.

Considerate le dimensioni e la complessità del Mar Cinese Meridionale, questa strategia permette l’ottenimento di risultati che, se ricercati tramite un classico mahaniano sea control, richiederebbero sforzi economici e organizzativi molto più pesanti. Strategia che, dal punto di vista diplomatico, prevede un engagement mirato a dimostrare che la cooperazione porta più benefici di un confronto, specialmente sul piano economico.

La seconda ha profonde implicazioni legali: qualora il governo delle Filippine proseguisse lungo la linea dell’acquiescenza, questo potrebbe porre le basi per una futura legittimità del controllo delle isole contese da parte di Pechino.

Come in altri scenari indo-pacifici, la questione delle Filippine è l’ennesima prova della necessità di un cambio di passo statunitense verso la regione del Mar Cinese Meridionale, che nei lunghi orizzonti temporali di Pechino diventerà un “lago cinese” a tutti gli effetti.

La frattura tra Stati Uniti e Filippine, generata dalle critiche rivolte a Duterte per il suo approccio autoritario al potere, è un fattore che ha influenzato le scelte diplomatiche filippine: per Washington ricucire i rapporti con Manila è imprescindibile in ottica del mantenimento dello status quo e della propria sfera di influenza nell’Indo-Pacifico.

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