L’EFFICACIA DELLE SANZIONI EUROPEE A TUTELA DEI DIRITTI UMANI

Immagine di Florian Pircher da Pixabay

L’Unione Europea ha di recente inaugurato un regime di sanzioni contro le violazioni dei diritti umani, ma l’effettiva utilità delle sanzioni è tutta da discutere.

Notizia di questa settimana è che la sottocommissione per i diritti umani del Parlamento Europeo e cinque eurodeputati sono stati oggetto di sanzioni provenienti da Pechino. L’azione della Cina è una ripercussione dopo le sanzioni inviate da Bruxelles per far fronte all’assenza di libertà di espressione nel Paese e ad altre violazioni gravi dei diritti umani. 

Ciò è stato possibile in virtù del recente Regime sulle sanzioni contro i diritti umani. Nel dicembre 2020 il consiglio dell’Unione Europea ha approvato la creazione di un regime di sanzioni diretto in modo specifico alle violazioni dei diritti umani. La decisione è stata presa un anno dopo l’inizio dei lavori preparatori: già nel 2019 era stata proposta l’istituzione di un regime di sanzioni per affrontare una serie di violazioni dei diritti umani messe in atto da Paesi extra europei. Il Global Human Rights Sanction Regime, approvato alla fine del 2020 e implementato negli scorsi mesi, fa parte del più ampio piano 2020-2024 riguardante diritti umani e democrazia nei rapporti con i Paesi terzi, all’interno della strategia esterna dell’Unione. 


Le istituzioni europee sono convinte della necessità del proprio ruolo nel tutelare i diritti umani nel mondo. Nelle parole di Josep Borrell, proprio all’inaugurazione del regime di sanzioni nel 2020, si evince l’indirizzo politico delle stesse: “Il regime europeo di sanzioni per i diritti umani invia un messaggio chiaro a coloro che si rendono responsabili di violazioni serie dei diritti umani ed è un segno della nostra determinazione ad agire verso i responsabili degli abusi”.

Il nuovo regime consiste in due atti giuridici: uno – CFSP 2020/1999  – corrisponde alla decisione del Consiglio, mentre l’altro è la Council Regulation 2020/1998. Quest’ultima riguarda persone, enti e corpi giuridici (attori statali e non) sotto la giurisdizione europea. Mira a colpire le violazioni dei diritti umani a prescindere da dove esse siano avvenute. Si applica a genocidi, mutilazioni, crimini contro l’umanità, tortura, schiavitù, esecuzioni extragiudiziare, detenzione o arresto arbitrario. La lista non è esaustiva, infatti la risoluzione prevede che possano essere oggetto di sanzione anche altri atti, se accadono in maniera sistematica e diffusa.

Le sanzioni sono di due tipi: travel ban per gli individui e congelamento dei fondi per individui o enti. Oltre a questo, tutti i soggetti europei hanno il divieto di fornire fondi – direttamente o indirettamente – a chi è oggetto di sanzioni. Per i Paesi che intendono richiedere l’ammissione all’Unione, è prevista una restrizione o una revisione del processo di ammissione. Su proposta dell’Alto Rappresentante per gli affari esteri, il consiglio dell’UE prende decisioni in merito alle sanzioni da adottare, rimuovere o alleggerire. Ha poi un ruolo rilevante la Commissione Europea, che le mette in pratica attraverso atti legislativi.  

Dopo i funzionari russi soggetto di sanzioni lo scorso mese, pochi giorni fa il Consiglio ha approvato altre sanzioni per undici individui e quattro entità responsabili di una serie di violazioni dei diritti umani. Tra queste le detenzioni degli Uiguri nello Xinjiang; la repressione in Corea del Nord; le sparizioni forzate e uccisioni extragiudiziarie in Libia; le torture in Russia verso opponenti ceceni e soggettività LGBTQIA; le esecuzioni arbitrarie in Sud Sudan e in Eritrea. Gli ultimi ad essere sanzionati sono quattro ufficiali cinesi, motivo per cui la Cina ha reagito colpendo alcuni europarlamentari. 

Le misure restrittive sono uno strumento centrale nella politica “di difesa” dell’Unione Europea. La ragione di questo sistema è la volontà dell’Unione di assumere un controllo democratico sempre maggiore a livello globale e assicurare la messa in atto e il rispetto di valori universali, come i diritti umani, di cui si fa promotrice. Lo scopo principale di queste misure è spingere un cambiamento nelle politiche e nelle azioni di Paesi terzi, perchè la promozione dei diritti umani è fra le più alte priorità dell’azione esterna dell’Unione. Agire contro singoli individui o entità serve a reagire contro gli abusi senza colpire un’intera popolazione.

Il ricorso a sanzioni, tuttavia, comporta diverse criticità e da anni il dibattito sull’effettiva utilità di tali sanzioni è in corso. In primis non è ancora chiara la frequenza con cui queste sanzioni verranno usate: non è chiaro, cioè, se saranno lo strumento di default o quello a cui si ricorrerà solo in casi particolari. In secondo luogo, colpiscono solo i beni sotto la giurisdizione europea. Vanno a colpire, cioè, le proprietà che si relazionano con l’Ue o sono sotto la sua giurisdizione, ma non quelle che si trovano altrove. Inoltre, il consiglio dell’UE ha stabilito un sistema di voto all’unanimità per l’approvazione di sanzioni. Questa mossa, secondo diversi analisti, preclude una serie di interventi laddove alcuni Stati membri, per ragioni politiche, si oppongano all’emissione di sanzioni verso determinati Stati terzi con cui hanno partnership. Inoltre le linee guida non definiscono criteri precisi per l’applicazione, permettendo ad esempio a regimi vicini all’Unione di non essere sanzionati.

Più in generale, le sanzioni risultano problematiche perché vengono percepite dagli Stati colpiti come “ingerenze nei propri affari interni” (questa è l’espressione usata dal governo di Pechino riguardo alle ultime sanzioni). Non comportano una diminuzione, anzi quasi sempre, corrispondono ad un aumento degli abusi. A questo si aggiunge il fatto che le sanzioni non vogliono colpire un sistema generale, ma solo specifiche situazioni. Non si indirizzano, cioè, alle problematiche sistemiche che rendono possibile la violazione dei diritti umani. Infine, la più grande criticità rimane istituire un regime di sanzioni diretto a pochi individui, ma permettere agli Stati membri di continuare le proprie relazioni economiche con gli stessi regimi che operano abusi.

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