LA POLIZIA MESSICANA AVREBBE AMMESSO L’OMICIDIO DI 16 MIGRANTI GUATEMALTECHI

L’ammissione di colpevolezza delle forze dell’ordine messicane riguardo la “Strage di Tamaulipas”, riporta l’attenzione su una delle zone più pericolose del Messico: la Frontera Chica.

Lo scorso 22 gennaio una chiamata anonima ha segnalato alle autorità di Tamaulipas, uno dei 31 Stati messicani, la presenza di due veicoli in fiamme. Dall’analisi del luogo la polizia ha rinvenuto i resti di 19 persone: 1 donna, 16 uomini e due cadaveri talmente mutilati da non poter essere riconosciuti. Due dei corpi la cui identità è stata verificata appartenevano ai presunti trafficanti messicani di migranti a capo della spedizione. 

Secondo le indagini, i migranti sono stati prima colpiti a morte da numerosi proiettili e in seguito bruciati. Il successivo 3 febbraio 12 poliziotti venivano arrestati con le accuse, tra le altre, di omicidio e abuso di autorità. Il Governo messicano ha anche denunciato diversi funzionari del Instituto Nacional de Migración, accusandoli di essere complici del massacro. A quanto riportato dai parlamentari guatemaltechi andati in spedizione in Messico per cercare di fare chiarezza sui fatti, i 12 poliziotti avrebbero ammesso di essere gli esecutori della strage, ma non di aver mutilato e bruciato i cadaveri. 

Mentre le indagini proseguono, il giudice del Distretto Specializzato nel sistema penale federale dello Stato di Tamaulipas, ha chiesto che il caso diventi federale e che passi quindi sotto il controllo della Fiscalía General de la República. La preoccupazione dei familiari delle vittime nonché delle autorità guatemalteche, è che tutto finisca di nuovo in un massacro senza responsabili, ma, in questo senso, le dichiarazioni del Presidente messicano Andrés Manuel López Obrador rassicurano: “non sarà un nuovo San Fernando”.

Per capire a cosa si riferisca Obrador e da cosa derivi la paura dei familiari delle vittime è necessario ripercorrere brevemente la storia recente della Frontera Chica. La Frontera Chica è formata da cinque municipalità e si estende lungo il confine con lo Stato di Nuevo Leon a Sud e con lo Stato del Texas a nord. Le città più a Nord di questa sottile striscia di territorio sono distanti poche decine di metri dagli Stati Uniti. 

Queste caratteristiche rendono l’area uno dei centri nevralgici del commercio illegale e dello smistamento di droga e armi. Un’ulteriore redditizia attività in mano ai Cartelli è la gestione delle tratte di migrazione clandestina verso gli USA. Il controllo del territorio a Ovest dello stato di Tamaulipas, di conseguenza, è fondamentale nella gestione di una larghissima parte del contrabbando da e verso gli Stati Uniti.

In questo contesto, i pericoli per i migranti sono moltissimi e la probabilità di trovarsi sulla propria strada una banda criminale è molto alta. Questo è ciò che succede periodicamente nella Frontera Chica, dove i migranti si possono trovare a dover scegliere tra collaborare con i Cartelli o morire. 

I fattori di rischio in un territorio così ambito e instabile sono moltissimi e il collegamento tra i migranti e il proprio “Coyote” è senz’altro uno di questi. Il ruolo del Coyote è fondamentale, essendo il delegato del Cartello nella gestione delle tratte. Il responsabile dell’organizzazione e della spedizione diventa così raccordo tra i migranti, i territori da cui provengono e le bande. La visibilità del ruolo lo rende particolarmente rischioso anche per i migranti che lo seguono. La faida tra Cartelli viene portata avanti senza esclusione di colpi e se per punire il Coyote rivale è necessario uccidere decine di innocenti, la storia insegna, ciò non rappresenta un deterrente.

La frontiera dello stato di Tamaulipas non è un pericolo solo per i migranti che cercano fortuna andando verso il Texas, ma, a seguito della linea dura dell’amministrazione Trump riguardo l’immigrazione, lo è anche per le decine di migliaia di deportati che dagli Stati Uniti fanno forzatamente ritorno in Messico. Una volta rimpatriati a Tamaulipas, il loro destino rischia sempre di più di finire in mano ai Cartelli. Molti deportati vengono rapiti, altri si uniscono forzatamente alle bande o rimangono vittime dei conflitti. 

La tragedia più nota avvenuta nella Frontera Chica, più precisamente a San Fernando, risale al 2010 ed è ciò a cui si riferisce il Presidente Obrador. 72 migranti centroamericani e sudamericani vennero uccisi, coinvolti loro malgrado nel conflitto tra il Cartel del Golfo e il Cartello de Los Zetas. Il caso è diventato esemplare del potere esercitato dai Cartelli perché non è mai stato individuato nessun colpevole della strage. Negli anni, a pagare le spese degli scontri tra bande sono stati spesso i migranti: nel 2011 sono stati ritrovati quasi 200 cadaveri in delle fosse comuni clandestine, mentre nel 2012 altre 49 persone, tra cui molti migranti, sono state uccise nella stessa regione del massacro avvenuto lo scorso gennaio.

Le indagini federali riguardo l’ultima strage, potrebbero far emergere una rete criminale che lega le autorità direttamente ai Cartelli. La corruzione delle istituzioni messicane non è una novità, ma l’ammissione di colpevolezza dei 12 poliziotti evidenzia un ancor più grave rapporto di subalternità delle forze dell’ordine rispetto ai Cartelli. Dopo il ritorno delle salme della strage di Tamaulipas, i familiari delle vittime cercano verità e giustizia e, questa volta, le autorità messicane hanno dichiarato di volersi impegnare concretamente per assicurare che vengano individuati i colpevoli.

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