IL RUOLO DEI PARTITI ARABI NELLE ELEZIONI ISRAELIANE

Fonte: La Repubblica: “Elezioni in Israele: ora l'asso potrebbe essere il partito arabo di Mansour Abbas” di Sharon Nizza

Un risvolto interessante, e per certi versi inaspettato, circa il peso politico dei partiti arabi di Israele.

Lo scorso 23 marzo i cittadini israeliani si sono recati alle urne per la quarta volta in soli tre anni. Il grande impasse politico venutosi a creare già nel 2019 e amplificatosi in seguito alle elezioni del marzo 2020 non ha trovato una vera soluzione, come verrà illustrato, nemmeno in questa tornata elettorale.

In particolare, ci si propone in questa sede di far luce su un particolare attore politico, il quale, come già molti avevano previsto o preso in considerazione, sta ricoprendo in queste ore il ruolo di “ago della bilancia” per la formazione del nuovo governo: la “Lista Araba Unita” (Ra’am) di Mansour Abbas. 

Come si potrà ricordare, una nuova crisi di governo si è aperta lo scorso 23 dicembre 2020, quando la Knesset – il parlamento israeliano – non è riuscita ad approvare la legge di bilancio entro il termine previsto per la mezzanotte di quel giorno, provocando così lo scioglimento del parlamento stesso e l’inevitabile decisione di indire nuove elezioni.

Ben 37 liste diverse hanno dovuto affrontare una nuova campagna elettorale nel bel mezzo dell’emergenza sanitaria da SARS-CoV-2, della conseguente organizzazione del piano vaccinale – per ora quello di maggior successo in assoluto – e delle molteplici proteste che hanno scosso il Paese circa le accuse di corruzione, frode e abuso di fiducia che pendono sul leader del Likud.

Durante questi mesi di campagna elettorale, gli scenari politici interni sono mutati notevolmente dalle ultime elezioni, sebbene nessuna delle forze partitiche sia riuscita ad emergere, come si è visto dai risultati delle elezioni, come forza principale e trainante – né individualmente né in coalizione – in grado di guadagnare la fiducia degli elettori e l’incarico di formare un nuovo governo.

Tra i principali risvolti politici conseguenti a tale periodo, sono senz’altro da menzionare la grande scissione avvenuta all’interno del “Blu e Bianco” in seguito alla decisione di Gantz di approvare e poi ritirarsi dalla soluzione del governo di unità nazionale a doppio turno; l’altalena di consensi che ha visto protagonista lo stesso Netanyahu, crollati tra le accuse di corruzione e quelle, dal basso, di cattiva gestione della pandemia, ma risaliti pian piano grazie al successo del piano vaccinale; la profonda spaccatura della Joint List – partito fondato nel 2015 dai quattro maggiori partiti arabi del Paese – a causa della fuoriuscita del Ra’am, rappresentante il cosiddetto “ramo meridionale” del Movimento Islamico israeliano. 

 A tal proposito, e alla luce dei risultati ormai ufficiali delle elezioni, è utile, se non doveroso, soffermarsi sia sulle caratteristiche di questo partito, sia sul ruolo cruciale che è riuscito ad ottenere attraverso la mossa – si direbbe lungimirante – di distaccarsi dalla Joint List.

Innanzitutto, va specificato che il Ra’am (United Arab List), è un partito rappresentato e supportato dai cittadini arabi di Israele, e che gode di particolare popolarità tra la componente beduina. Il partito, noto anche come Wamab, si basa su una piattaforma politica che contiene le seguenti argomentazioni: il ritorno ai confini israeliani pre-1967; la creazione di uno stato di Palestina con Gerusalemme sua unica capitale; lo smantellamento di ogni insediamento israeliano; il riconoscimento del “diritto al ritorno” in Israele anche per i rifugiati palestinesi e i loro discendenti; la creazione di istituzioni laiche, e quindi la completa separazione tra religione e stato; l’esonero degli arabi israeliani dal servizio militare dell’IDF; un budget economico maggiore per sussidiare tutti i luoghi sacri ai musulmani, cristiani e drusi.

Di tutti e quattro i partiti fondatori della Joint List – l’Hadash, il Balad e il Ta’al, tutti grandi protagonisti della scena politica interna, tramite la lista araba, sia nel 2015 che, soprattutto, nelle elezioni del 2020 alle quali essa riuscì ad ottenere ben 15 seggi nella Knesset – il Ra’am è forse quello considerato, dai propri “alleati” così come dagli avversari politici, il più estremo sia da un punto di vista di ideologia partitica che di modalità d’azione. 

In seguito a numerose e insite dispute tra i partiti della Joint List, il leader del Ra’am, Mansour Abbas, a febbraio 2021 ha dichiarato l’intenzione di abbandonare la lista araba e presentarsi autonomamente alle elezioni del marzo 2021. Tale decisione ha destato non poche reazioni, oltre ad aver contribuito a screditare in partenza l’efficacia della Joint List e la sua possibilità di mantenere lo stesso numero di seggi in parlamento.

In particolare, la scissione del Ra’am è avvenuta in seguito all’acuirsi di quei dissapori interni alla lista araba descritti sopra, sebbene, in questo caso, le parti abbiano discusso, senza raggiungere un compromesso, circa il recente avvicinamento politico dello stesso Abbas verso Netanyahu – il leader del partito islamico aveva infatti dichiarato che non avrebbe escluso un’eventuale alleanza con il Likud, affermazione fortemente criticata dagli altri tre, poiché profondamente in contraddizione con la linea del partito e con i suoi stessi obiettivi – e il rifiuto da parte del Ra’am di votare a favore della legge sui diritti LGBTQ proposta dal Meretz.

Il leader della Joint List e dell’Hadash Ayman Odeh ha dichiarato che, a suo avviso, non è corretto parlare di “tradimento” in relazione alla fuoriuscita del Ra’am e dell’allineamento del leader conservatore Abbas con quella stessa figura politica, Benjamin Netanyahu, che da cinque anni a questa parte la lista ha tentato di rimuovere poiché ritenuta uno degli ostacoli principali, insieme ad altre forze conservatrici di destra, al raggiungimento dell’uguaglianza civile e del riconoscimento della comunità araba come minoranza nazionale.

Ad ogni modo, è stato inevitabile per Odeh e per l’intero partito aver dovuto fare i conti con la concreta possibilità di aver perso ulteriormente credibilità e forza attrattiva nei confronti sia dell’elettorato arabo che delle altre liste che si presenteranno alle elezioni. E in effetti, i risultati delle elezioni sembrano aver confermato proprio questo rischio, e soprattutto la fragilità, l’inefficacia e, in parte, l’incoerenza della Joint List.

Non solo il partito di Abbas è riuscito a superare la soglia minima di sbarramento del 3,25 %, ma ha addirittura ottenuto quattro seggi, contro i sei dell’intera Joint List. Oltre ad ottenere un grande successo individuale – al netto, però, del grande calo del tasso di partecipazione alle urne registrato soprattutto tra la popolazione araba di Israele – Abbas e il suo Ra’am sembrano ora rappresentare anche un importantissimo e determinante ago della bilancia, insieme a Yamina di Naftali Bennett, nella partita che si sta giocando tra la coalizione pro Netanyahu (Likud, Shas, Religiosi Torah, Sionismo religioso), la quale attualmente conta 52 seggi, e quello contro il leader del Likud (Yesh Atid, Blu e Bianco, Israel Beitenu, Laburisti, Nuova speranza, Meretz) che invece ne conta 57.

Nessuno dei due blocchi, quindi, ha per il momento i numeri sufficienti per poter ottenere l’incarico dal presidente Rivlin di formare un governo (la maggioranza si raggiunge infatti con almeno 61 seggi su 120 della Knesset). Sarà pertanto interessante seguire gli sviluppi politici di questo probabile governo, che in entrambi i casi dovrà fare i conti con il contributo, più o meno rilevante, anche di un partito arabo e islamico come il Ra’am

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