GENOCIDIO E RESPONSABILITÀ: TEORIA E PRASSI

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Aborti  forzati, torture, campi di detenzione: il genocidio degli Uyghur in Cina, quali responsabilità fa sorgere questo crimine e perché è difficile intervenire a favore della popolazione musulmana dello Xinjiang.

I crimini commessi nei confronti degli Uyghur, etnia turcofona di religione musulmana, situata nella regione autonoma dello Xinjiang, hanno un nome: genocidio. La condanna non è arrivata solo dagli Stati Uniti, ma anche dall’Unione Europea che il 22 Marzo ha imposto sanzioni alla Cina.

Analizzando un report indipendente pubblicato l’8 Marzo dal Newlines for strategy and policy Institute,  il quale accusa la Cina di violare la Convenzione del 9 dicembre 1948 per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio, potrebbero sorgere numerosi quesiti: come sia possibile che nel 2021 esistano dei campi di detenzione, come mai alla luce dell’articolo IV della Convenzione[1] nessuno sia stato ancora punito,  ma soprattutto perché la Cina da anni sia libera di continuare queste azioni.

Secondo l’articolo II della Convenzione, per genocidio si intendono una serie di atti commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale, o religioso. Tra i presunti crimini commessi contro gli Uyghur rientrano la detenzione in campi di “rieducazione”, le torture, le uccisioni, i maltrattamenti, i controlli di massa diffusi sulla vita quotidiana, le restrizioni di movimento, la costrizione a mangiare carne di maiale e a bere  bevande alcoliche per andare contro le usanze musulmane, l’uso obbligatorio della pillola contraccettiva, gli aborti forzati: questo, però, non è sufficiente. 

Ciò che veramente conta, e risulta difficile da dimostrare, è l’intento preciso dello Stato di distruggere l’etnia, la premeditazione. 

Va ricordato che lo Stato non è un’entità astratta, ma è costituito da persone,  dai rappresentanti e dai funzionari, dunque un atto dello Stato non è altro che un atto compiuto da un suo organo ufficiale. Secondo l’articolo 4 dei Draft articles on Responsibility of States for Internationally wrongful acts del 2001,  infatti,  la responsabilità internazionale degli Stati sorge proprio in relazione alla volontà dei detentori del potere e alle condotte poste in essere nell’esercizio generale di funzioni statali.  

L’autorità ultima e il piano di distruzione della popolazione degli Uyghur non sono attribuibili  solo al presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping e al Partito Comunista Cinese (PCC).  Il regolamento di esecuzione dell’Unione Europea inserisce nella lista dei responsabili dei crimini Zhu Hailun, responsabile del mantenimento della sicurezza interna dal 2016 al 2019 e attualmente impegnato nell’attuazione del programma di sorveglianza, Wuang Junzheng, vicesegretario del comitato del partito della regione autonoma uigura dello Xinjang, Chen Mingguo, vicepresidente della regione e Wang Mingshan, membro della commissione permanente del comitato del partito della regione. Non si tratta di individui privati ma di cariche ufficiali dello Stato.

La responsabilità individuale per genocidio si accerta attraverso un’analisi scrupolosa dell’aspetto psicologico del criminale[2]: si dovrà indagare la mens rea e l’actus reus per stabilire la presenza del dolus specialis, l’intento specifico di cui si è parlato precedentemente.  Il report indipendente sopra nominato menziona una dichiarazione del presidente, in cui avrebbe affermato che la sorveglianza digitale e locale sulla popolazione musulmana è necessaria e che le armi della dittatura non avrebbero avuto alcuna pietà.

Una vittima, inoltre, avrebbe affermato che nei campi di “rieducazione” una guardia avrebbe fatto riferimento agli ordini dettati da un documento emesso dal partito, il quale afferma che i campi sarebbero rimasti attivi fino a quando le nazionalità musulmane non si sarebbero estinte. Questi potrebbero essere prove dell’esistenza di un piano e di un intento specifico.  

Se Xi Jinping e i collaboratori sopra nominati venissero condannati,  sarebbe agevole far derivare la responsabilità statale dalla responsabilità penale individuale. L’opzione è da escludere in questo caso, poiché la Cina non ha firmato la Statuto della Corte penale Internazionale e dunque essa non può esercitare la sua giurisdizione. 

Parlando degli Uyghur ci si riferisce a un probabile illecito di particolare gravità, a violazioni di obblighi internazionali fondamentali e soprattutto comuni all’intera comunità internazionale. Il genocidio è una fattispecie diversa da quella che potrebbe essere il mancato rispetto di un obbligo contenuto in un trattato bilaterale.

Un crimine di tale portata, infatti, non solo presuppone un regime di responsabilità aggravata, ma comporta che i destinatari della violazione siano anche gli Stati terzi[3], i quali possono reagire in base agli articoli 42, 48 e 54 dei Draft articles on Responsibility of States for Internationally wrongful acts del 2001.

Ciò che sicuramente gli Stati non possono fare è ricorrere all’uso della forza intervenendo militarmente in Cina, senza il permesso delle Nazioni Unite e violando il capitolo VII della Carta. Se il genocidio stesse avvenendo in Europa, si potrebbe lontanamente supporre un intervento militare della NATO non autorizzato dal Consiglio di Sicurezza e svolto in nome di un pericolo imminente, come avvenne per il Kosovo.

Al tempo fu proprio la Cina ad accusare la NATO di aver commesso un’interferenza nei confronti della Jugoslavia, creando un pericoloso precedente. Fu sempre la Cina, negli anni del dibattito della dottrina della Responsibility to protect e della legittimità degli interventi umanitari, a rivendicare la supremazia del Consiglio di Sicurezza, unico organo con la possibilità di avere l’ultima parola su tale materia.

Oggi, è sempre la Cina a detenere il posto di membro permanente del Consiglio di Sicurezza e ad avere, dunque, il potere di bloccare con il veto qualsiasi decisione. In questo modo, uno Stato che ha firmato lo Statuto delle Nazioni Unite e la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani ha la possibilità di continuare a violare dei diritti fondamentali.

La Cina, inoltre, pur essendo parte della Convenzione sulla repressione e la prevenzione del delitto di genocidio, ha firmato apponendo una deroga all’articolo IX, il quale rimette nelle mani della Corte le controversie relative alla responsabilità di uno stato per genocidio. Non è quindi solo la Corte Penale Internazionale a non avere giurisdizione, ma anche la Corte Internazionale di Giustizia: non possono essere condannati i singoli e non può essere condannato lo Stato. 

Resta solo da aspettare che l’Assemblea Generale adotti delle sanzioni (difficilmente immaginabili, dati gli ingenti contributi finanziari della Cina alle Nazioni Unite) o che il Consiglio dei diritti umani decida di approfondire la questione. La problematica è però un’altra. Il diritto internazionale presenta dei limiti pericolosi se nel 2021 rende così complicato prevenire, condannare e fermare un genocidio. 

 È questa la “moralità internazionale” celebrata da Bernard Kouchner[4], secondo cui i crimini contro l’umanità debbano essere fermati “ogni qual volta che si verifichino e non soltanto quando i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza si siano unitamente decisi ad agire” ?[5]


[1] “Le persone che commettono il genocidio o uno degli atti elencati nell’articolo III saranno punite, sia che rivestano la qualità di governanti costituzionalmente responsabili o che siano funzionari pubblici o individui privati”.

[2] William A. Schabas, Genocide in international law. The crime of crimes, Cambridge, Cambridge University Press, 2000.

[3] Giuseppe Palmisano, “Cronaca di una morte annunciata: la responsabilità dello Stato per crimini internazionali”, in M. Spinedi, A. Giannelli, M.L. Alaimo (a cura di), La codificazione della responsabilità internazionale alla prova dei fatti, Milano, Giuffrè, 2006, pp. 203-244.

[4] Fondatore di Médicins Sans Frontières e Médicins du Mondes

[5] Luca Scuccimarra, “Proteggere l’umanità, Sovranità e diritti umani nell’epoca globale”, Il mulino, 2016

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