LO SCONTRO DI CIVILTÀ PRODOTTO DALL’OCCIDENTE

Ripercorrere la storia dell’Egitto, dell’Iran e della Turchia ci mostra quanto sia paradossale l’idea secondo cui si esista un reale scontro civiltà tra l’Occidente e il mondo musulmano.

L’idea che ci sia una differenza indiscutibile e incolmabile – al livello culturale, politico ed economico – tra il mondo occidentale e i paesi musulmani avanza con forza nel corso del ventesimo secolo quando serie di eventi minacciano gli interessi geopolitici delle potenze occidentali in Medio Oriente e Nord Africa.

Dalla rivoluzione iraniana del 1979 all’ascesa dell’organizzazione jihadista-salafita Al-Qaeda. Le società dei paesi a maggioranza musulmana sono considerate per loro natura incompatibili con i principi della modernità. Troviamo questi stereotipi nell’opera di Samuel Huntington ‘’Clash of Civilizations’’ in cui l’autore prevede un futuro di guerre tra le diverse culture del mondo sostenendo l’evidente superiorità economia, scientifica e culturale dell’Occidente e descrivendo il mondo musulmano come una minaccia costante alla pace e la stabilità della comunità internazionale.

Considerando l’evoluzione storica di tre paesi – Egitto, Iran, Turchia – troveremo alcuni elementi che ci aiutano a rispondere alla seguente domanda: a che punto si può parlare di conflitto di civiltà tra il mondo musulmano e l’Occidente? E se c’è davvero una cesura tra i due, quanto questa immagine è stata prodotta dall’Occidente stesso per garantire, attraverso un calcolo realistico degli interessi, la sua egemonia nel sistema internazionale e legittimare rapporti di dominazione?

Con la fine Prima guerra mondiale Francia e Gran Bretagna si dividono i territori appartenenti allo smembrato Impero Ottomano. La delimitazione dei confini dei paesi arabi, tali come ci appaiono oggi, è stata stabilita all’epoca attraverso gli accordi Sykos-Picos (1916) e di San-Remo (1920). In considerazione di questo gli analisti definiscono il Medio Oriente come un sistema penetrato perché sottoposto, sin dalla sua creazione, all’influenza di potenze straniere che hanno spinto all’adozione del modello capitalista e dei principi della modernità, così come concepiti dall’establishment occidentale. 

L’Egitto: dal mandato britannico alla sua neo-liberalizzazione

Già prima dell’inizio del mandato britannico in Egitto, le élite borghesi credono che per resistere agli europei sia necessario appropriarsi delle loro conoscenze e tecniche.

Le politiche di modernizzazione da loro sostenute e implementate dalla monarchia filo-britannica del re Farouk polarizzano gli equilibri sociali e, in risposta, una forte organizzazione politica segnata dal socialismo avanza rivendicando una forma di ritorno alle fonti dell’Islam.

Sono i Fratelli Musulmani. Ma saranno gli Liberi Ufficiali, dopo la Seconda guerra mondiale, che riusciranno a cementare tutte le forze politiche di dissenso (socialisti, soldati, fratelli musulmani) sulla base del loro rifiuto condiviso verso il regime monarchico simbolo della dominazione occidentale. 

Jamal Abd Al-Naser, il più carismatico dei Liberi Ufficiali, diventa il volto di Rivoluzione. Egli vuole rendere l’Egitto una potenza nel mondo arabo, guida della resistenza dei paesi del terzo mondo al colonialismo. In risposta, la Francia e la Gran Bretagna lo chiamano l’Hitler arabo

I successivi presidenti egiziani si sono ancorati maggiormente all’ Occidente in qualità di partner economico e militare. Infatti, a partire dalla politica di infitah (apertura) di Anwar Sadat, l’Egitto mostra l’intenzione di beneficiare del liberalismo economico anche se ciò finisce per aumentare le disuguaglianze sociali. L’esercito e le famiglie vicine al regime si arricchiscono e i poveri si impoveriscono. 

Più il paese si conforma agli standard economici e politici occidentali e più autoritario diventa il potere centrale. Oggi, le violazioni dei diritti umani sono all’ordine del giorno in Egitto, legittimati dalla politica di zero tolleranza del presidente Al-Sisi verso tutte le forme di contestazione alla sua macchina militare. Ma questo non ha ostacolato le relazioni tra il Cairo e le grandi potenze, non ha impedito la firma di accordi economici e il sostegno dell’Occidente al presidente resta forte nonostante tutto.

La Turchia: dall’idea di una nazione laica al neo-ottomanesimo

All’inizio del diciannovesimo secolo, il contatto con la modernizzazione europea spinge i gruppi nazionalisti turchi a rielaborare le idee ispirate dalla Rivoluzione francese per promuovere il progetto di una nazione laica.

La figura che incarna il cambiamento è Mustapha Kemal. Egli sostiene che il secolarismo equivale alla modernità e pertanto il Califfato, garante dell’unità della comunità musulmana, deve lasciare il posto al potere statale.

A tal fine, egli mette in atto diversi provvedimenti: l’approvazione di un Codice civile sul modello svizzero e l’adozione dell’alfabeto latino. In tutto ciò, il padre dei Turchi fa leva sulla religione per rendere omogeneo il nuovo territorio ma successivamente ritira tutto il potere ai religiosi, rendendo l’Islam un fattore sociale privo di forza politica. 

La creazione del moderno stato turco viene immediatamente seguita da una svolta autoritaria. Mustapha Kemal rivendica sempre di più la sua vicinanza ideologia ai regimi fascisti europei come chiave per accedere alla civiltà occidentale. Dopo la sua morte la Turchia si avvicina sempre più ai paesi del nord del mondo adottando un capitalismo di convenienza e diventando uno stato membro della NATO. Ma questo non aiuta la stabilizzazione del potere interno che rimarrà debole fino all’elezione di Erdogan nel 2003. 

Dall’inizio della sua ascesa politica il suo referente ideologico è la corrente moderata dei Fratelli Musulmani che, all’esplosione della Primavera araba, si era posta come forza trainante del cambiamento nella regione.  Ne consegue che la politica estera della Turchia comincia a cozzare con gli interessi delle monarchie conservatrici del Golfo, difensori dello status quo della regione e ostili all’Islam politico.

Nonostante Erdogan si ponga come difensore del mondo musulmano, i suoi obiettivi sono più politici che religiosi. Cementare il consenso alla sua figura – riferendosi a popoli che abitano anche al di fuori della Turchia – e proteggere i suoi interessi nella regione.

Alla luce di ciò, gli analisti ritengono che Ankara voglia ristabilire la vecchia influenza detenuta dall’Impero Ottomano nel Mediterraneo. Ciò ha causato non poche tensioni lo scorso anno, nel momento in cui la concorrenza interregionale per l’egemonia politica sul mondo musulmano si è sovrapposta agli interessi energetici dell’Europa, in particolare della Francia.

Il rifiuto iraniano verso l’Occidente 

La presa del potere da parte di Reza Khan in Iran, dopo lo scoppio della rivoluzione costituzionale nel 1905, è accompagnata dall’attuazione di un piano di ammodernamento politico che si richiama al modello europeo e in parte a quello turco. (“L’Iran deve europeizzare anima e corpo”).

L’invasione anglo-sovietica del 1941 e l’ascesa di Mohammad Reza Pahlavi, l’ultimo scià iraniano, rafforzano l’avvicinamento del paese all’Occidente, visto come necessario per impedire la diffusione di una rivoluzione islamista o comunista nel paese. 

Colui che diventerà conosciuto come l’Ayatollah Khomeini riuscirà a compattare il malcontento della popolazione contro la sottomissione all’Occidente creando un nuovo modello statale che si basa sulla legge di Dio (sharia) e che fa riferimento alla componente sciita dell’Islam di cui la Repubblica Islamica si pone come difensore.

Se da una parte la Rivoluzione Iraniana ha contribuito a istituzionalizzare e statalizzare le figure religiose, dall’altro lo stato ha continuato a detenere un forte potere politico. Ad esempio, anche se i Guardiani della Rivoluzione incorporano giuristi religiosi, questi sono sotto il controllo di un Consiglio controllato dai politici. La figura della Guida Suprema (nominata da un’Assemblea di esperti – 86 dignitari religiosi eletti a suffragio universale), inoltre, è imprescindibile da quella del Presidente.

La crisi degli ostaggi americani segna l’inizio delle tensioni tra Iran e Stati Uniti, paese garante del sistema internazionale post-Guerra fredda. Il contesto di confronto con l’Occidente si rafforza.

Prima a causa dell’affare Rushdie in seguito in merito alla questione del nucleare. Inoltre, la vicinanza degli Stati Unite alle monarchie petrolifere del Golfo spinge l’Iran ad espandere la sua influenza nel Levante arabo attraverso proxy actors mobilitati non tanto dalla religione ma piuttosto da sentimenti di odio contro gli Stati Uniti e Israele.

Le ultime elezioni presidenziali hanno mostrato la popolarità dei riformatori sui conservatori ma gli effetti delle sanzioni imposte dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump hanno rafforzato l’isolamento del paese e, di conseguenza, la diffusione di sentimenti antioccidentali nella sfera politica. Pertanto, non ci si aspetta una distensione delle tensioni tra Washington e Teheran a seguito delle elezioni presidenziale che avranno luogo questo giugno. 

Scontro di civiltà o di interessi?

A una lettura superficiale, i fenomeni storico-politici avvenuti nel mondo musulmano sembrano legati al rapporto squilibrato tra stato e religione e al fallimento del capitalismo nei paesi che ne fanno parte.

Secondo le generalizzazioni più frequenti la religione è pesantemente impigliata nella macchina statale e la società a non dispone delle conoscenze e delle abilità necessarie per conformarsi agli standard occidentali.

Questi giudizi di valore, largamente diffusi in Occidente, nascondono l’esistenza di rapporti di dominazione che, anche dopo la fine formale del colonialismo, si sono ristrutturati in nuove forme di influenza politica ed economica.

Non è un caso che gli Stati Uniti abbiano scelto come loro alleati nella regione i paesi che garantiscano il mantenimento dello status quo – Egitto e monarchie conservatrici – e che la mobilitazione di certe immagini relative alla civiltà islamica – l’incapacità di perseguire il progresso economico e adottare i valori dell’Occidente – è stata utilizzata nel corso degli anni per giustificare lo sfruttamento della regione e la sua posizione di sottomissione nella divisione internazionale del lavoro.

Alla luce di ciò non possiamo dire che esiste una cesura netta tra l’Occidente e il mondo musulmano, in quanto i paesi del Medio Oriente sono entrati in contatto con la modernità occidentale a partire dalla loro formazione storica e, a partire da quel momento, hanno digerito questo immaginario rielaborandolo o condannandolo.

E’ evidente allora che i due blocchi, se così possiamo definirli, si sono influenzati l’un l’altro, nonostante l’esistenza di rapporti di dominazione a vantaggio del primo che oggi non ha più la forza per affermarsi come unico e solo garante del sistema internazionale.

Nicki Anastasio

Sono Nicki Anastasio, ho 23 anni e studio presso la facoltà di relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’Orientale. Da quasi cinque anni vivo a Napoli, per studio e lavoro, ma sono originario della Costiera Amalfitana. Negli ultimi tre anni, ho fatto due esperienze studio in Marocco e in Egitto che mi hanno permesso di approfondire lo studio della lingua araba e della cultura dei paesi arabo-islamici, di cui sono affascinato sin da piccolo. Dopo aver conseguito la laurea triennale in mediazione linguistica e culturale, ho ritenuto che analizzare le complesse dinamiche geo-politiche che caratterizzano i paesi della macro area medio-orientale fosse il proseguimento più naturale e spontaneo dei miei studi. Ritengo che per comprendere le ragioni alla base della perenne instabilità dell’area più calda del mondo sia necessario costruire una genealogia della crisi di legittimità che caratterizza gran parte dei suoi stati, considerando le specificità storico-culturali e socio-economiche di ogni contesto nazionale. Sono molto fiero di far parte dello IARI, una comunità di analisti unica nel suo genere.

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