L’ITALIA HA BISOGNO DI NUOVI “GIORGIO LA PIRA” PER IL MEDITERRANEO

Fonte: Https://Www.Cittanuova.It/Giorgio-La-Pira-La-Santita-Politica/?Ms=003&Se=020

Giorgio La Pira è stato un profeta del Mediterraneo unito. Oggi, l’Italia – e l’Europa – hanno bisogno di nuovi “La Pira”, per approfondire ed ampliare il significato di “atlantismo” ed “europeismo”: perché senza Mediterraneo c’è molto da perdere. 

Chi è Giorgio La Pira

Sarebbe impossibile riassumere in poche righe la vita straordinaria di Giorgio La Pira, come professore, come politico e soprattutto come uomo. Nella seguente analisi cercheremo brevemente di tratteggiare una particolare sfumatura del “sindaco santo”, come veniva e viene chiamato ancora oggi, affettuosamente, a Firenze: quella di uomo politico profondamente attento alle questioni mediterranee e alle necessità che ivi sorgevano, senza tralasciare qualche tratto biografico importante. 

Nato a Pozzallo (provincia di Ragusa) nel 1904, Giorgio La Pira diventò Professore ordinario di Diritto Romanoall’età di 34 anni all’Università di Firenze, ruolo che visse come un reale servizio alla comunità accademica e che, ben presto, lo condusse ad un impegno maggiore anche in politica. 

Nella visione lapiriana, in effetti, la politica assume connotati del tutto particolari: essa è concepita quale “impegno di umanità e santità” (La Pira, 2004) e massima forma di carità sociale. Carico delle sue riflessioni sociali, giuridiche, antropologiche e filosofiche – soprattutto incentrate sulla dignità della persona (La Pira, 2009) – La Pira sentì forte l’esigenza di un impegno radicale in politica.

Cruciali per la sua decisione furono anche le leggi razziali, contro le quali egli si scagliò non solo intellettualmente, ma praticamente, partecipando alla catena di protezione nata a Firenze, dal cuore dell’Arcivescovo Elia Dalla Costa. 

Nel 1946, La Pira venne eletto all’Assemblea costituente. L’apporto alla Carta costituzionale del professore siciliano è facilmente riscontrabile in tutti quegli Articoli in cui vengono più volte sottolineati il valore indefinibile della persona umana, il valore del lavoro, della giustizia, delle libertà personali, il ruolo dello Stato quale garante del primato assoluto della dignità dell’uomo e il diritto della persona ad uno sviluppo integrale

Importante, poi, per La Pira – così come tanti altri Costituenti – era il respiro internazionalista, che desiderava sospingere l’Italia ad una integrazione più profonda e lineare con la Comunità internazionale, ancora scossa dalle Guerre mondiali, la cui esperienza fa incidere a lettere profonde nella Costituzione che: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” (art.11). 

Diventato sindaco della città di Firenze per la prima volta, nel 1951, La Pira cercò di applicare proprio su quel territorio i principi, i criteri e le aspirazioni che avevano tessuto la Carta costituzionale, compresa l’ambizione internazionalista.  

La Pira e il Mediterraneo – o il grande lago di Tiberiade

La Pira coglie in Firenze una vocazione universalista, date le sue innumerevoli bellezze che egli amava chiamare “valori contemplativi”. 

Proprio negli anni Cinquanta, il vento delle guerre e il fermento sociale non potevano dirsi cessati: il mondo era diviso e l’ombra della minaccia nucleare incombeva su tutto il globo; il Mediterraneo, poi, acqua stretta fra le sponde, brodo primordiale di culture e civiltà, era attraversato da un profondo desiderio di libertà.

Gli anni Cinquanta – e Sessanta – furono infatti gli anni della decolonizzazione, che interrogarono profondamente gli intellettuali e i politici di ambo le sponde del Mediterraneo. 

La Pira non si sottrasse né alla riflessione, né tanto meno all’azione politica. Nel 1952, La Pira diede il via, proprio a Firenze, ai Convegni per la pace e la civiltà cristiana, evento internazionale molto significativo.

Insieme ai Convegni dei sindaci delle capitali del mondo, queste occasioni di interscambio e dialogo internazionale, in poco tempo, condussero La Pira ad intraprendere un allargamento di prospettiva.

Nel 1958, due anni dopo l’indipendenza del Marocco e della Tunisia e l’inizio di un sanguinoso periodo di lotte in Algeria, nacque il primo Colloquio Mediterraneo – ve ne saranno altri tre-, cui attivi organizzatori, accanto a La Pira e i suoi collaboratori, furono il Re del Marocco, Maometto V – che osò dire a La Pira, nel 1957, in visita a Firenze: “Chiami tutti i popoli mediterranei in questa città e li faccia unire e pacificare” – , così come Taha Hussein, Ministro della Pubblica Istruzione in Egitto. L’obiettivo sublime dei colloqui, manifestato anche durante il sesto Convegno per la pace, consisteva nell’aperta volontà di costruire una “unità nella diversità”.

Sotteso, per tutta verità, vi era anche un’altra volontà. La decolonizzazione aveva aperto, in quegli anni, delle possibilità prima impossibili, data la morsa imperialista, ovvero l’occasione per alcuni Paesi della sponda Nord – ed Est – del Mediterraneo di rivolgersi con lo sguardo verso l’Unione Sovietica. Probabilità che molti Liberali e Democristiani – fra i quali lo stesso La Pira – volevano evitare del tutto, attirando lo sguardo di quei Paesi verso altre prospettive, per la costruzione di una “civiltà teologale plurale” (Giovannoni, 2019). 

Un occhio poco attento potrebbe pensare che questo secondo, grande, obiettivo tradisse in qualche modo le buone intenzioni dello scopo principale del riavvicinamento fra le sponde, quasi fosse una sorta di neocolonialismo.

Ci sono un paio di elementi che fanno comprendere in maniera piena quali fossero le reali intenzioni di La Pira: anzitutto, l’idea di “attirare” i Paesi arabi nell’orbita dei Paesi della “civiltà cristiana” si inquadra in una dimensione trascendentale cui si ispira La Pira, parlando egli addirittura di una “civiltà teologale plurale”. 

Di conseguenza, “civiltà cristiana” non significa “civiltà atlantica”Il secondo elemento consiste nel disprezzo per qualsiasi forma di colonialismo, anche quella della “missione civilizzatrice” dell’Occidente. 

Il concetto di “attrazione” lapiriana origina da una prospettiva ben più ampia, che egli aveva inciso – insieme a molti altri – nella Costituzione e che stava riproponendo fattivamente a Firenze: la proposta – e l’offerta – di uno sviluppo umano integrale.

 Le relazioni euro-mediterranee, in questa ottica, contemplavano dunque, accanto al dialogo politico, culturale ed interreligioso, anche una cooperazione economica, commerciale, energetica, di sostegno alle istanze per la liberazione dei popoli

La profonda dimensione atlantica, che sempre aveva caratterizzata l’agire politico di La Pira, trovava nel Mediterraneo una nuova sfumatura, e si colora di anticolonialismo – ed anche di mediterraneitàEgli aveva ravvisato proprio nel Mediterraneo una capacità profetica per l’intera comunità mondiale: nella sua concezione politica, gli equilibri per la stabilità e la pace si giocavano proprio nella ristretta superfice d’acqua racchiusa fra le terre.

In una delle sue lettere indirizzate a Papa Giovanni XXIII, in cui riassumeva il colloquio avuto nel 1960 con il Presidente egiziano Nasser, scrisse testualmente, rammaricato dell’amicizia interrotta fra Italia ed Egitto: “Peccato: […] per l’equilibrio politico, e non solo politico, del Mediterraneo e, perciò, del mondo”. 

Perché l’Italia – e l’Europa – hanno bisogno di nuovi Giorgio La Pira

Si è tentato molto brevemente di illustrare quali siano stati i desideri e le ispirazioni di La Pira nella sua attenta politica mediterranea ed internazionale. Non bisogna dimenticare, come afferma anche Giovannoni (2019), che l’impatto della politica lapiriana sul Mediterraneo è stata direttamente proporzionale al suo peso politico – che non era per nulla trascurabile, dati i suoi contatti con le maggiori cariche di larga parte dei Paesi Mediterranei. 

In quegli anni turbolenti, l’Italia poteva contare su uomini politici come il “sindaco santo” e tanti altri attenti lettori e scrutatori della realtà loro contemporanea. 

I giorni che vive oggi il Mediterraneo non sono meno turbolenti degli anni in cui l’impegno di La Pira si è concretizzato nella sua azione politica per l’Italia e il mondo intero. Un impegno che, ricordiamo e ribadiamo, non era finalizzato ad un assorbimento atlantico – o para-atlantico – ma ad una reale collaborazione e cooperazione tra le sponde. 

La Pira, in qualche modo, era riuscito a “contaminare” l’atlantismo italiano, e lo stesso europeismo, con la mediterraneità, battezzandola dimensione fondamentale per una adesione consapevole dei Paesi Mediterraneo della sponda Nord alla NATO. Il Mediterraneo non poteva – e non può – essere considerato affluente dell’Atlantico: ha una sua storia, delle sue culture, civiltà diverse, popoli e aspettative che, per condizioni geografiche e motivazioni culturali, sono talvolta differenti dai programmi continentali e d’oltreoceano. Non si può considerare il Mediterraneo unicamente come un satellite, un avamposto strategico: le super potenze, allora come oggi, hanno questa precisa definizione ed immagine del Mare di Mezzo, ma è pur giusto che i Paesi rivieraschi meditino e maturino una coscienza diversa – e non per questo divergente – dalle altre pure importanti dimensioni

Quando il Presidente del Consiglio italiano, Mario Draghi, definisce e ridefinisce il suo governo – e il fondamento dell’Italia stesso – come “convintamente europeista e atlantista, in linea con gli ancoraggi storici dell’Italia: Unione europea, Alleanza Atlantica, Nazioni Unite” con una forte “attenzione e proiezione verso le aree di naturale interesse prioritario, come i Balcani, il Mediterraneo allargato” è giusto che si raggiunga – e che si pretenda di raggiungere – una sintesi sostanziale della vocazione Mediterranea dell’Italia e di molti Paesi, almeno quelli più robusti, che si affacciano sulle rive del Mare di Mezzo

In un’ottica distaccata dalla propria geografia politica, ed ancorata ad interessi di natura meramente economica, energetica e militare, sia l’atlantismo che l’europeismo rischiano di schiacciare e soffocare la mediterraneità, perché non hanno ancora avuto l’opportunità di sviluppare quest’altra importante dimensione della loro stessa esistenza.

Se pensiamo che in Italia vi sono 113 avamposti militari statunitensi e circa 13 mila militari a stelle e strisce, risulta davvero difficile pensare Roma completamente proiettata verso una cooperazione mediterranea aperta e spontanea. 

Ma, con tutta probabilità, con nuovi “La Pira”, pronti ad integrare ed allargare l’atlantismo e l’europeismo, contaminandoli di mediterraneità, un’altra via potrebbe essere possibile. L’Italia potrebbe diventare, quindi, territorio privilegiato per una coscientizzazione – anche politica, oltre che intellettuale – di questo tipo, e sospingere così l’atlantismo, ma soprattutto l’Unione Europea, ad una comprensione molto più profonda dell’essere europei: che significa riappacificarsi con la più larga dimensione della propria geografia fisica e della propria storia, senza tralasciare – né cancellare – nulla. Tutto ciò ha un grande significato, non solo sotto il profilo meramente politico, ma anche in un’ottica geopolitica di influenza

Ma il primo step è riappacificarsi, come accennato in precedenza, con la propria geografia e con la propria storia. 

Maria Nicola Buonocore

Sono Maria Nicola Buonocore, classe 1996. Ho conseguito il titolo triennale in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali nel 2018 all’Università di Napoli “l’Orientale”, con tesi in Storia Sociale, cercando i collegamenti e le divergenze fra la “rivoluzione intellettuale” di Don Lorenzo Milani e i moti sessantottini. Ora frequento l’ultimo anno di Corso in Specialistica in Relazioni Internazionali ed Analisi di Scenario alla Federico II, con indirizzo in Geopolitica economica. Dato il grande interesse umanistico e per sensibilità religiosa, ho seguito diversi corsi presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, oltre che ad aver approfondito da autodidatta altre due importanti religioni: ebraismo ed Islam.

Ho incontrato lo IARI per caso, alla ricerca di analisi web su determinate tematiche geopolitiche ed ho deciso di mettermi in gioco come analista. Scrivere è sempre stata una mia grande passione, congiuntamente al grande interesse per la politica e lo studio. Lo IARI mi ha dato la grande opportunità di crescere nella professionalità e nell’accuratezza stilistica e di osservazione, grazie alla profonda fiducia infusaci. Da dicembre 2019 faccio parte della Redazione. È un progetto nuovo, fresco, motivante: giovani laureati, pronti a dare il proprio contributo al mondo!

La macro-area di cui mi occupo all’interno dello IARI è la regione Euro-Mediterranea. Sono rimasta affasciata dalla Storia delle Relazioni Euro-Mediterranee, affrontate durante il percorso di studi. Per questa grande passione sto svolgendo un tirocinio di lavoro presso l’Assemblea Parlamentare del Mediterraneo. Questa nuova esperienza mi ha aperto un modo di possibilità, prospettive e riflessioni. Il Mediterraneo, oggi e da sempre, è teatro culturale fondamentale nello scenario internazionale: è qui che si gioca la battaglia culturale!

Essere analista per me significa poter dare un contributo intellettuale importante al mondo e alla nostra società particolare. Ed è un impegno che parte dallo studio approfondito degli eventi passati e presenti. Lo IARI in questo dà molto supporto!

Ho una passione innata per la storia, la filosofia, la letteratura e la teologia. Tra i miei autori preferiti (tra romanzi e saggi) rientrano Joseph E. Stiglitz, Jacques Le Goff, Fëdor Dostoevskij, Charles Dickens e Gilbert K. Chesterton. Un altro hobby è la musica: strimpello sia chitarra che pianoforte e nutro un grande amore per il jazz e tutte le sue forme.

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