L’INSTABILITÀ DELLO SPAZIO POST-SOVIETICO

Da più di un mese si moltiplicano le voci di una possibile ripresa del conflitto fra Armenia e Azerbaijan e delle ostilità nel Donbass ucraino, che si aggiungono ai non pochi fattori di instabilità che dalla Bielorussia alla Georgia, animano ormai da mesi, lo spazio post-sovietico.

Un ritorno di fiamma fra Armenia e Azerbaijan?

Voci di corridoio, in questo modo si possono definire le voci che a Baku parlano di una possibile ripresa delle ostilità contro Yerevan, questa volta però, non per la conquista, o meglio riconquista, del Nagorno-Karabakh ma del territorio armeno dello Zangezur.

Fondate o meno che siano queste voci, hanno destato non poche preoccupazioni a Mosca, che ha reagito cercando di dissuadere Baku tramite la creazione di un avamposto nell’ aeroporto di Sisian, proprio sulla strada fra il confine azero dell’exclave dello Nakhcivan al resto del territorio azero, obiettivo, secondo suddette “voci” di questa nuova ripresa delle ostilità.

Nel frattempo, sia gli azeri che gli armeni hanno lanciato due distinte esercitazioni militari, rispettivamente il 15 e il 16 marzo, che sono a tutti gli effetti delle dimostrazioni di forza alla controparte.

Nonostante la reazione della Russia, non sono in pochi a dubitare della veridicità di queste informazioni, per diverse motivazioni: innanzitutto il Zangezur è un territorio de jure armeno, un eventuale invasione da parte azera metterebbe quest’ultima in una posizione di incoerenza, essendo una violazione del diritto internazionale al quale Baku si appella per riottenere il controllo del Nagorno-Karabakh.

Ciò che però preoccuperebbe di più i vertici azeri, sarebbe l’obbligo da parte russa di intervenire in difesa degli armeni a causa dell’adesione da parte di questi ultimi all’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (CSTO), in tal caso difficilmente si vedrebbe Ankara sostenere apertamente L’Azerbaijan come fatto a settembre. 

Nel frattempo, continuano le proteste a Yerevan contro il primo ministro Pashinyan, accusato di aver accettato i termini del cessate il fuoco di novembre. Questi nel tentativo di placare le proteste, ha acconsentito alla richiesta delle opposizioni che chiedevano elezioni anticipate e che si svolgeranno il 20 giugno.

L’ucraina e la guerra nel Donbass

Più a nord, aumentano i sospetti sulla volontà da parte ucraina di riprendere con le offensive su larga scala contro le autoproclamate repubbliche di Donetsk e Lugansk.  Questo sospetto, rilanciato da varie testate in tutto il mondo, si baserebbe sullo spostamento di truppe al confine, la creazione di ospedali da campo e il bombardamento delle zone di confine.

In realtà dagli accordi di Minsk del 2015, sono stati segnalati numerose violazioni del “cessate il fuoco”, ma il richiamo dei riservisti con esperienza di combattimento, fa temere per una conferma dei sospetti. Per questo nel Donbass ci si prepara alla guerra, guardando alla vicina Russia che ha giocato un ruolo importante nel corso degli eventi che hanno portato alla nascita delle due repubbliche indipendentiste, non riconosciute. Secondo alcuni esperti, la data più probabile per una ripresa delle ostilità sarebbe agli inizi di maggio.

Continuano le proteste in Bielorussia

Le voci di corridoio, più o meno fondate di cui abbiamo parlato, aggiungono ulteriori fattori di instabilità in un’area del mondo che vede una grande attività. Infatti, continuano le proteste in Bielorussia dove l’opposizione conta di tornare in piazza giorno 25 marzo, con la leader Tikhanovskaya, ritornata dopo il suo tour europeo concluso il 10 marzo, in Estonia da dove chiede negoziati per la fine della dittatura di Lukashenko, affermando che ONU e OSCE sarebbero pronte a prendere accordi con il regime per avviare una transizione democratica del paese. Queste dichiarazioni, suonano alla luce dei recenti eventi, più dirette a consolidare il morale dell’opposizione, che al regime.

Da Mosca non sembrano arrivare segnali incoraggianti, infatti il 2 marzo i ministeri della difesa russo e bielorusso, hanno firmato un programma di partenariato strategico per i prossimi cinque anni e che secondo il ministero della difesa bielorusso “consentirà di vedere chiaramente la prospettiva e di sviluppare la nostra cooperazione con la federazione russa”. A ciò si aggiunge l’importanza strategica del paese, che permette di impedire un “accerchiamento” della Russia in Europa, oltre che per la sua importanza economica considerando che dal suo territorio passano diversi oleodotti.

La luce in fondo al tunnel del caos georgiano?

Anche la Georgia non è da meno. Il paese, impegnato con le proteste a seguito dell’arresto del leader dell’opposizione Nikanor Melia, ha visto il capo del consiglio europeo Michel a fine febbraio volare a Tbilisi per rinsaldare i rapporti fra Unione Europea e Georgia.

Michel ha dato priorità alla soluzione della crisi politica, promuovendo un dialogo fra il partito al governo e le opposizioni, chiedendo una risoluzione pacifica della crisi, il rilascio dei prigionieri politici, l’avvio di un progetto di riforma e elezioni anticipate. I progressi di questa mediazione sono stati oggetto della riunione del consiglio UE-Georgia a Bruxelles il 15 Marzo, in cui si sono toccati anche diversi dossier.

A ciò si aggiungono le dichiarazioni di Biden, che lo scorso 17 marzo ha definito Putin “un’assassino”, da più parti si è osservato come in realtà il messaggio del presidente Usa non fosse diretto alla Russia, ma ai suoi alleati europei. Al di là di questo, le recenti dichiarazioni, non aiutano di certo a migliorare le relazioni fra occidente e Russia, crollate nuovamente ai minimi storici dopo l’avvelenamento e successivamente l’arresto di Navalny.

Si apre quindi una stagione particolarmente intensa per i paesi di quest’area; nei prossimi mesi si attendono i risultati di diversi eventi: dalle elezioni in Armenia, al dialogo in Georgia senza dimenticare le voci di una ripresa delle ostilità nel Donbass, mentre si attende l’evoluzione del dialogo/scontro fra Stati Uniti da una parte e Russia dall’altra.

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