ARABIA SAUDITA: SE LA RELIGIONE DA FORZA DIVENTA DEBOLEZZA

Casa granitica dell’Islam wahabita, dimora spregiudicata di interessi regionali, vede aprirsi le prime crepe nella sua vigorosa narrazione.

Scosse vigorose stanno facendo tremare la credibilità del regno di Mohammed Bin Salman, l’ambizioso principe ereditario della casa dei Saud, da anni principale artefice sia della politica interna sia della politica estera del gigante sunnita della penisola arabica.

Numerosi, negli ultimi mesi, sono stati i motivi di imbarazzo che hanno investito – e coinvolto – la classe dirigente della famiglie reale da MbS in giù. Una serie di intrecci e di trame di palazzo, che sono specchio nitido dei giochi di potere della monarchia, e proiezione rilevante per le relazioni internazionali di Riad.

Era luglio scorso quando il figlio di Re Salman preparava accuse e incriminazioni formali nei confronti di Mohammed bin Nayef. Quest’ultimo, che del Re Salman è nipote, è stato erede designato al trono dell’Arabia Saudita da quando Salman è succeduto al suo predecessore Re Abdullah nel 2015.

Solo due anni dopo, nel giugno del 2017, bin Salman si fa nominare dal padre principe ereditario,  di fatto attuando un golpe bianco nei confronti di bin Nayef, che viene costretto a giurare fedeltà al nuovo impulsivo rampollo.
Una rivalità – quella fra MbS e MbN – che non è solo una matassa di sigle e parentele, ma anche simbolo di una differente visione del futuro del regno, della sua granitica impostazione religiosa, del suo ingresso in salsa saudita nella modernizzazione.

Il figlio di Salman, per mano del comitato anticorruzione da lui fortemente voluto, si sta avvicinando al completamento dell’indagine che accuserebbe il nipote del Re di aver indebitamente deviato diversi miliardi di dollari (circa 15) dalle casse della monarchia in conti privati attraverso una rete di società di facciata che gestivano per il Ministero dell’Interno, guidato da bin Nayef dal 2012 al 2015.

Un poderoso giro di vite, nel caso, che stringerebbero ulteriormente la cerchia dei fedelissimi di MbS.
Già a novembre 2017, dopo poco che l’attuale principe ereditario era stato nominato, le forze di sicurezza saudite – nottetempo – avevano arrestato più di 350 fra principi e personaggi di spicco dell’imprenditoria del regno.
Sequestrati per giorni nella prigione d’oro del Ritz-Carlton Hotel, erano stati rilasciati solo dopo aver firmato libertà su cauzione miliardarie.

Un avvenimento che oltre a rimpinguare le casse dello Stato, ha indubbiamente ridimensionato e scalfito l’opposizione interna alla classe dirigente nei confronti di Mohammed bin Salman, ponendolo però sotto la scomoda – per quest’ultimo – luce dei riflettori della comunità internazionale.

Luce che è diventata accecante dopo la morte, presunta uccisione, all’interno del Consolato saudita di Istanbul del giornalista e scrittore Kamal Khashoggi, saudita anch’esso ma che da qualche tempo viveva un esilio autoimposto per le sue posizioni critiche verso la governance del suo paese. Indiziato come presunto mandante dell’omicidio, sempre il Principe Mbs, che ha visto suo malgrado intaccata la reputazione di abile riformatore illuminato che stava faticosamente costruendo.

Saudi Vision 2030, il suo ambizioso piano di sviluppo economico che progetta di ridurre la dipendenza del regno dalle esportazioni del petrolio, ha rischiato di subire una grave battuta di arresto.

La spirale di turbamento che investì la famiglia reale, infatti, ha reso per l’opinione pubblica particolarmente ambigua la posizione di numerose cancellerie, occidentali e non, che con l’Arabia Saudita intrattengono solide relazioni economiche.

Era ottobre del 2018, e i mesi successivi non sono stati meno complicati, anzi si sono aggiunte ancor più inquietanti ombre su altre due più attuali sparizioni in seno alla stretta cerchia dei fedelissimi del regno. Saud al-Qahtani è stato per lungo tempo uno stretto consigliere proprio del principe ereditario, ed uno degli uomini a lui più vicini. 

Dopo il caso Khashoggi non ha più svolto più apparizioni in pubblico, né si hanno sue notizie, ed il suo profilo twitter è stato disattivato.   Le motivazioni risiederebbero nel suo coinvolgimento nell’assassinio dello scomodo giornalista, del quale viene indiziato come principale artefice.

Si rincorrono, tutt’ora, le voci di un suo possibile avvelenamento, ad opera delle alte sfere della monarchia stessa, avvenuto per liberarsi di una presenza ritenuta ormai troppo compromessa per la buona immagine del governo.

Supposizioni che, come tali, possono offrire solo una delle tante chiavi di lettura dietro la scomparsa di al-Qahtani, ma che, certamente, conferiscono maggiore interesse alla morte di Abdulaziz Al Faghem. Al Faghem era la più fidata guardia del corpo del Re Salman, un confidente ed un consigliere, prima ancora che un uomo della sicurezza. La sua uccisione è avvenuta pochi giorni dopo che, per ragioni imprecisate, era stato sollevato dal suo incarico.

Lite personale all’interno della casa di un conoscente a Jeddah, la città dei reali che si affaccia sul Mar Rosso, chiosa spiccia l’agenzia di stampa che ha diramato le poche informazioni e che lascia ampio spazio alle interpretazioni, anche quelle più complottiste. Punti di domanda che scuotono le fondamenta della famiglia reale, che assieme all’approccio aggressivo alla crisi della Repubblica Islamica d’Iran, l’altro grande contender – sciita – del quadrante mediorientale, hanno portato alcuni alleati sunniti dell’Arabia Saudita a riconsiderare il loro incrollabile sostegno al Regno.

Notizia di questi giorni, infatti, è che il religioso sunnita più importante della Libia, il Gran Mufti Sadiq al-Ghariani, ha chiesto a tutti i musulmani di boicottare l’hajj, il pellegrinaggio obbligatorio dei musulmani alla Mecca.  Al-Ghariani si è spinto fino a sostenere che chiunque si fosse imbarcato in un secondo pellegrinaggio stava conducendo “un atto di peccato piuttosto che una buona azione”, individuando nel rilancio dell’economia dell’Arabia Saudita, e quindi dagli introiti dell’economia del pellegrinaggio e dall’indotto turistico, il canale di finanziamento delle guerre che Riyad, direttamente e indirettamente, combatte dalla Siria alla Libia, dallo Yemen al Sudan, dalla Tunisia all’Algeria.

Un’accusa pesantissima, che minerebbe le basi della muscolare politica saudita: la narrazione religiosa.
Se si dovesse aprire una spaccatura in seno alle rivendicazioni sunnite delle mosse della famiglia reale, Principe ereditario in primis, ogni futuro progetto partirebbe in salita per MbS e sodali.
Teheran e soci, invece, osservano alla porta.

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