LE ACQUE POLITICAMENTE AGITATE DALLE TENSIONI NEL MEDITERRANEO ORIENTALE

Fonte: https://www.startmag.it/energia/cipro-turchia-grecia-libia-e-non-solo-il-risiko-delle-zee-del-mediterraneo/

Le rivalità tra Grecia e Turchia nel Mediterraneo Orientale spaventano la comunità internazionale per le possibili conseguenze sulla sicurezza regionale.

Le tensioni tra la Grecia e la Turchia 

La settimana scorsa, il primo ministro della Grecia Kyriakos Mitsotakis ha reso note le sue aspettative rispetto al ruolo dell’America di Biden nelle tensioni del Mediterraneo Orientale.

La sua speranza è che il presidente Turco Erdogan, vedendo uno schieramento unito tra Egitto e Grecia supportato dagli Stati Uniti, desista dall’implementare azioni aggressive e si presti a cooperare. 

Le tensioni militari tra la Grecia e la Turchia, inaspritesi negli ultimi mesi, fanno temere l’avvicinamento di uno scontro militare tra i due paesi. Infatti, oltre alle decennali tensioni legate all’isola di Cipro, da Agosto 2020 la rivalità tra i due stati confinanti si sono inasprite a causa dello scontro tra due fregate avvenuto ad Est dell’isola di Rodi.

L’incidente ha coinvolto una nave da ricognizione turca ed una nave da guerra greca mentre la prima scortava l’Oruc Reis, un’imbarcazione da esplorazione salpata da Istanbul per cercare giacimenti di gas, petrolio e minerali nel mar Egeo. 

Più che un episodio isolato, l’incidente è stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso delle rivalità tra Grecia e Turchia legate alle ambizioni marittime. Il fulcro della disputa, infatti, è costituito da due accordi bilaterali distinti in contrasto l’uno con l’altro: l’accordo turco-libico di Novembre 2019 e l’accordo di Agosto 2020 stipulato tra Grecia ed Egitto. Entrambi gli accordi, delimitando le frontiere tra le parti, stabiliscono l’estensione delle rispettive zone economiche esclusive (ZEE).

Il problema delle Zone Economiche Esclusive 

Secondo il diritto internazionale, ed in particolare la convenzione di Montego Bay, nella propria zona economica esclusiva uno stato ha piena autorità rispetto alle concessioni e allo sfruttamento delle risorse economiche sia marine che del sottosuolo.

Poiché la convenzione di Montego Bay, o convenzione delle Nazioni Unite sulla legge dei mari (UNCLOS), non stabilisce una regola per delimitarle, vi sono non poche ambiguità legate alle ZEE. Infatti, queste possono estendersi fino a 200 miglia dalla linea di base e, in caso di stati vicini o adiacenti, si applica il principio dell’equidistanza, che implica la ricerca di un punto equidistante dalle linee di base dei mari dei due stati.

In sostanza, l’accordo turco-libico di Novembre 2019 ha infranto lo status quo poiché, per Ankara, le isole greche a ridosso della costa turca sono considerate irrilevanti per la definizione dell’equidistanza. Infatti, ignorando la presenza dell’isola di Creta, le disposizioni presenti nell’accordo costituiscono due ZEE adiacenti – una turca e una libica – che di fatto isolano la ZEE greca.

Ciò causa alla Grecia problemi di natura geopolitica nonché complicazioni legate allo sfruttamento delle risorse. Oltre alle implicazioni legate ai confini marittimi, l’accordo turco-libico è stato suggellato da un patto militare che garantisce supporto al governo di Tripoli nella guerra civile libica e coinvolge perciò, oltre che i mari, anche le terre adiacenti. 

In seguito alla sua stipula, Atene ha condannato l’accordo, ed è stata supportata da Egitto e Cipro, oltre che dall’Esercito Nazionale Libico e dalla comunità internazionale: il memorandum è considerato in violazione con l’UNCLOS, che non è mai stata ratificata da Ankara.

Inoltre, ad inizio Agosto, Grecia ed Egitto hanno siglato il loro proprio accordo. Anche quest’ultimo delimita le ZEE delle parti e, sovrapponendole alle ZEE precedentemente stabilite, è in netto contrasto con l’accordo stipulato tra Ankara e Tripoli. Tuttavia, l’obiettivo di quest’ultimo accordo sembra essere soprattutto diplomatico piuttosto che di natura economica. Infatti, esso mira a tenere sotto controllo l’influenza Turca nel Mediterraneo Orientale.

Le esplorazioni attuate da Ankara quando è avvenuto l’incidente tra le due fregate hanno avuto luogo proprio all’interno della ZEE greca delimitata dall’accordo tra Il Cairo ed Atene, perciò l’episodio ha suscitato preoccupazione da parte della comunità internazionale che gli eventi potessero intensificarsi. Nonostante settimana scorsa si sia tenuto il secondo round dei colloqui tra Grecia e Turchia, sembra che le acque non si siano calmate, come dimostrato dall’appello a Biden. 

Le zone calde e il ruolo degli Stati Uniti 

Nonostante il gioco di contrasti per il quale l’Egitto sembra essersi schierato a fianco della Grecia, Il Cairo, nello svolgimento delle sue attività di esplorazione sismica e concessione di licenze in mare, ha rispettato la piattaforma continentale della Turchia nell’ambito della sua ZEE. Alla luce di questo modus operandi i media greci hanno speculato su un possibile accordo tra Il Cairo e Ankara. 

Questa situazione complessa nel Mediterraneo Orientale che vede coinvolti Grecia, Egitto, Turchia e Libano, si aggiunge ad un’altra disputa decennale che agita le stesse acque: poco più a sud-est del primo nodo appena descritto, vi è un’altra zona calda, contesa tra Libano e Israele.

Anche questi due stati ambiscono ad estendere le loro ZEE quanto più possibile così da poter sfruttare una porzione del Mediterraneo Orientale ricca di idrocarburi e di giacimenti di gas naturali. Beirut e Tel Aviv sono giunti al terzo ciclo di negoziati lo scorso novembre, i quali tuttavia non hanno portato ad una svolta significativa. 

Gli Stati Uniti, che nel Mediterraneo hanno interessi strategici, oltre a mediare tra Israele e Libano, potrebbero avere un ruolo anche nella disputa tra Grecia e Turchia, stati membri della NATO. In seguito all’accordo greco-egiziano, il segretario di stato di Donald Trump, Mike Pompeo, aveva condannato le azioni della Turchia chiedendo ad Ankara di fermare le trivellazioni.

Il neo-Presidente Joe Biden non si è ancora espresso in merito e, seppur la Grecia speri nel supporto degli Stati Uniti, e nonostante Biden non abbia celato la sua ostilità nei confronti del governo Turco, non bisogna dimenticare che la Turchia resta un attore importante in quell’area strategica che è il Mediterraneo Orientale. 

Uno scenario plausibile, che permetterebbe agli Stati Uniti di minimizzare il proprio coinvolgimento, è che il Presidente si rivolga all’Unione Europea per calmare le acque. Anche il parlamento Europeo, infatti, si è espresso in seguito all’accordo condannandone l’illegittimità ed esprimendo timore rispetto alle possibili ripercussioni sulla guerra civile libica e la stabilità della regione.

Dunque, allo stato attuale, gli occhi sono puntati sull’esito che avrà il primo colloquio telefonico tra Biden e Erdogan previsto per la fine di questo mese: l’incognita verte intorno all’atteggiamento che il presidente USA assumerà nei confronti del mare mosso che agita il Mediterraneo Orientale. Nonostante sia improbabile che Biden prenda il controllo della questione in un momento in cui le priorità si accavallano, le capacità degli Stati Uniti di far convergere gli interessi verso la questione restano un elemento fondamentale per calmare le acque attraverso mezzi diplomatici. 

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