LA LEGGE SVIZZERA ANTI-NIQAB. UN REFERENDUM INUTILE PER UN PROBLEMA CHE NON C’È

Fonte foto https://www.bbc.com/news/world-europe-56314173

Dopo aver promosso nel 2009 l’iniziativa contro l’edificazione di nuovi minareti, il Comitato di Egerkingen, espressione della destra conservatrice (UDC e UDF) ha dato impulso ad un nuovo dibattito che ha portato al referendum del 7 marzo sul divieto di indossare il burqa e il niqab in pubblico. I due referendum muovono dagli stessi principi: la lotta a “simboli di potere e di oppressione” e non meglio chiarite ragioni di sicurezza.

In Svizzera il divieto di indossare il burqa e il niqab, al quale si fa riferimento con il più generico divieto di “copertura totale del viso”, non sembra essere in alcun modo legato ad imperativi di sicurezza, ma appare piuttosto l’ennesima strumentalizzazione e stigmatizzazione della minoranza musulmana in nome dei diritti umani. 

I musulmani in Svizzera

Come per altri paesi europei, l’immigrazione musulmana in Svizzera è un fenomeno piuttosto recente, come indica il Centro Svizzero Islam e Società (CSIS) dell’Università di Friburgo. Se fino agli anni Settanta i musulmani erano per lo più turchi, oggi provengono soprattutto dai Balcani (Bosnia e Kosovo) e sono, per la gran parte, lavoratori stagionali. Secondo i dati forniti dall’Ufficio Federale di Statistica (UFS), nel 2019  i musulmani erano il 5,5% della popolazione residente, che è pari a circa 8,6 milioni, di cui il 35% con passaporto elvetico.

A maggioranza sunnita (85%), con una presenza sciita del 7-10% , proveniente soprattutto dall’Iraq e dall’Iran, e una piccola comunità alevita, l’islām in Svizzera secondo alcuni studi si configura più – e qualche volta solo – come tratto identitario e culturale che come elemento religioso e spirituale. Detto in altri termini, a prevalere è l’islām come “fatto sociale”.

Secondo uno studio di Andreas Tunger-Zanetti dell’Università di Lucerna, sarebbero dalle 20 alle 30 le donne residenti che indossano abitualmente o occasionalmente il burqa o il niqab (più frequentemente quest’ultimo). Un dato al quale vanno sommate le turiste provenienti dai paesi del Golfo. Numeri esigui, dunque, che non spiegano né giustificano il ricorso a uno strumento legislativo per ragioni di sicurezza.

Il divieto infatti – analogo ad altri in vigore in Francia, Belgio, Austria, Bulgaria e Danimarca – è già contemplato da alcuni anni nelle legislazioni del Canton Ticino e del Cantone San Gallo con esiti che, sempre guardando ai dati, sono tutt’altro che apprezzabili: un totale di 37 procedimenti che si sono tradotti in 20 sanzioni, di cui 3 per “porto di passamontagna”. Un divieto né necessario né proporzionale alle ragioni di sicurezza.

La Direttrice del Dipartimento Federale di Giustizia e Polizia (DFGP), Karin Keller Sutter ha dichiarato che il referendum «non è un voto contro i musulmani», ma gli slogan più diffusi recitavano comunque “Stop all’islām radicale” e “Stop all’estremismo” e i poster affissi per le strade rappresentavano per lo più donne coperte da un velo nero. Chador, niqab e burqa, per i sostenitori del referendum sono accomunati dall’essere strumento di potere e di oppressione e in quanto tali vanno combattuti, non solo per ragioni di sicurezza, ma anche a sostegno della battaglia per l’emancipazione della donna.

Una sorta di cortocircuito politico da parte dei promotori del quesito referendario, che sono gli stessi che frenano su temi fondamentali in materia di uguaglianza di genere, quali ad esempio la parità salariale. La disparità salariale è incompatibile con gli invocati “valori della democrazia Svizzera”, almeno quanto l’imposizione della copertura del proprio corpo. 

La posizione di Amnesty International

Piuttosto netta la presa di posizione di Amnesty International, che già in passato si era fermamente pronunciata contro il divieto del burqa e del niqab in altri paesi europei e altrettanto fermamente ritiene l’iniziativa svizzera «non necessaria» e gravida di «conseguenze reali», come «alimentare l’islamofobia e la stigmatizzazione della minoranza musulmana in Svizzera».

L’Agenzia ritiene, al contrario, che si debbano «sostenere le donne che portano il burqa e il niqab nelle loro aspirazioni di emancipazione», mentre invece «il testo dell’iniziativa le discrimina e le emargina». Sottolinea, inoltre, che i vari tipi di velo islamico, in quanto simboli, siano espressione della libertà religiosa e non possano pertanto essere vietati; pone l’accento, infine, soprattutto sulla libertà di movimento che il divieto potrebbe compromettere, producendo marginalizzazione se non reclusione ed esclusione dalla vita pubblica.

Una posizione in larga parte condivisibile, fino a quando non afferma che «un abito non può essere di per sé contrario ai diritti umani». Può esserlo. Lo è tutte le volte che viene imposto. Inoltre: quando si può affermare con certezza che si tratta di una scelta veramente libera?  Non quando l’alternativa è uno stigma sociale non meno pressante o discriminatorio di quello che il divieto è accusato di produrre. 

E ancora, con la premessa che si ritiene che fare un generico riferimento ai “vari tipi di velo islamico” senza le opportune distinzioni sia approssimativo e fuorviante, ci si interroga sul fatto che il divieto di indossare in pubblico il burqa o il niqab – che indiscutibilmente costituiscono un impedimento all’identificazione – sia da ritenersi davvero lesivo della libertà religiosa. 

Il velo integrale non è una prescrizione religiosa; nel Corano infatti i due versetti sul tema rivolgono ai credenti e alle credenti un generale invito alla castità e al pudore (Cor. XXIV, 30-31, Sura della Luce). Le quattro scuole giuridiche non concordano sull’obbligo del velo, ma certamente nessuna di esse lo vieta o ne scoraggia l’utilizzo.

Libertà, uguaglianza, religione e spazio pubblico

Il tema reale sotteso al referendum non è la sicurezza, né la promozione della emancipazione della donna, ma il problema della visibilità della religione nello spazio pubblico, un tema che in Svizzera come altrove si cristallizza quasi unicamente attorno all’islām.

La discriminazione e l’oppressione della donna nell’islām, così come in altre religioni, è una questione complessa che non può e non deve risolversi o appiattirsi nel discorso intorno alla libertà (vera o presunta) di indossare il velo.

Sebbene si faccia fatica a comprendere le ragioni che portano una donna a scegliere in piena libertà di indossare il niqab e in che modo lo si possa vivere come simbolo di una reale emancipazione, è importante sottolineare che il controllo del proprio corpo è un punto nodale della libertà femminile e fondamento di tutti i diritti civili, un controllo che non si risolve unicamente nella scelta di mostrarlo oppure no, ma che deve significare averne piena disponibilità.  

Una seria riflessione sulla libertà e sull’uguaglianza e il loro pieno compimento devono necessariamente passare per il superamento del patriarcato, che avvolge la donna in un sistema androcentrico: due sistemi ai quali le tre grandi religioni monoteiste hanno prestato e prestano il fianco. La strada è ancora lunga, perché la questione femminile è una questione o forse la questione irrisolta dell’umanità.

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