REPUBBLICA CENTRAFRICANA: È TEMPO DI GIUSTIZIA

Dopo anni di violenze, il rafforzamento della missione ONU in Repubblica Centrafricana non basta. La giustizia transizionale dev’essere messa al centro degli sforzi locali e internazionali per dare una speranza di pace al Paese

Il conflitto e l’intervento ONU

La Repubblica Centrafricana, Paese grande due volte l’Italia, è ad oggi un campo di guerra. Controllato per due terzi da gruppi armati, il Paese vive una profonda instabilità dal 2013, quando una milizia nota come Seleka, composta principalmente da militanti musulmani, in seguito ad una serie di attacchi prese il controllo della capitale Bangui, rovesciando il Governo dell’allora presidente Francois Bozizé. Il golpe portò alla reazione di un’altra milizia, nota come Anti-Balaka, formata prevalentemente da cristiani, che è ricorsa alle armi portando ad un profondo scontro intercomunitario. Il Paese è così precipitato in una spirale di violenza che sembra non aver fine.

Al deteriorarsi della situazione nel Paese, la reazione della comunità internazionale è stata celere. Per far fronte al conflitto, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha adottato la Risoluzione 2149 il 10 aprile 2014, dando così vita a MINUSCA, la Missione Multidimensionale Integrata delle Nazioni Unite per la stabilizzazione della Repubblica Centrafricana.

Dopo anni di violenze, un accordo di pace tra il Governo e 14 gruppi ribelli è stato firmato il 6 febbraio 2019. Un accordo che, ad oggi, non ha fermato le ostilità sul terreno. Al contrario, le tensioni sembrano in continuo aumento, come dimostrato dall’escalation di violenza durante il periodo elettorale alla fine del 2020.

A dicembre, infatti, si sono tenute le elezioni, in seguito alle quali il Presidente Touadera ha ottenuto un secondo mandato. Un fattore che ha portato alla forte reazione da parte dei gruppi ribelli, che hanno attaccato la capitale, spingendo il Governo a dichiarare lo stato di emergenza.

Giustizia transizionale: progressi e lacune 

Come è oramai ben noto, i processi di pace in Paesi duramente colpiti da conflitti, soprattutto interni, devono includere necessariamente la giustizia transizionale tra i pilastri fondamentali per auspicare una transizione sostenibile verso la pace.

Tale aspetto infatti è di cruciale importanza per promuovere un processo che porti alla riconciliazione nazionale. Nel contesto della Repubblica Centrafricana, è dunque importante l’apertura del processo contro Alfred Yekatom e Patrice-Edouard Ngaissona, appartenenti alla milizia anti-balaka, il 16 febbraio 2021, che verranno giudicati per crimini di guerra e crimini contro l’umanità presso la Corte Penale Internazionale (CPI).

Tra i crimini per i quali verranno giudicati, vi sono accuse di attacchi mirati ai civili e del reclutamento dei minori di 15 anni, impiegati tra le fila delle milizie come veri e propri soldati. Tale processo rappresenta il primo presso la CPI per crimini commessi da militanti anti-balaka, dando segnali di speranza per l’inizio di un vero processo transizionale. 

Il ruolo delle corti internazionali è indubbiamente importante, ma in contesti come la Repubblica Centrafricana, dove il conflitto ha portato a profonde fratture interne, è necessario che la giustizia esterna sia accompagnata da quella interna.

Per costruire fondamenta sostenibili, uno stato che esce da un conflitto deve essere in grado di mettere in atto una coerente strategia transizionale, in grado di dare giustizia alle vittime della violenza nel Paese e che possa agire da catalizzatore per promuovere un processo di giustizia post conflitto interno, qualcosa che è mancato nel contesto centrafricano. Nel Paese, ad oggi esistono due meccanismi di giustizia transizionale: la Central African Special Criminal Court e la Truth Justice Reparation and Reconciliation Commission (CVJRR).

La prima è stata istituita in seguito ad un Forum Nazionale tenutosi a Bangui nel 2015, durante il quale è stato adottato un patto, noto come Republican Pact for Peace National reconciliation and reconstruction in the Central African Republic, contenente importanti previsioni su pace, giustizia e riconciliazione nazionale. Tra i principi previsti nel Patto, vi era l’istituzione di una corte speciale con il mandato di perseguire crimini di guerra, di genocidio, e crimini contro l’umanità commessi nel Paese a partire dal 2003.

Nonostante i buoni propositi, ad oggi la Corte non ha ancora tenuto il suo primo processo. Il secondo organo, ossia la Commissione per la verità, la giustizia, le riparazioni e la riconciliazione, è stato istituito in tempi più recenti. Essa non ha potere giudiziario, ma ha comunque un compito fondamentale, cioè promuovere la riconciliazione del popolo centrafricano trovando punti d’incontro tra le vittime e i carnefici, e promuovendo la pacificazione popolare.

Nonostante tali meccanismi siano stati istituiti da tempo, nessun progresso rilevante è stato fatto in termini di giustizia transizionale. Questi strumenti, infatti, in parte a causa della scarsità di risorse interne, e in parte a causa del continuo peggioramento della situazione sul campo, non hanno ancora prodotto i risultati sperati.

La questione delle risorse risulta particolarmente spinosa, in quanto i due meccanismi ad oggi necessitano il continuo supporto economico delle Nazioni Unite tramite MINUSCA, così come dell’Unione Europea e l’Unione Africana, per poter proseguire con i loro lavori.

Quali prospettive?

Un recente rapporto del Norwegian Refugee Council sottolinea la gravità della situazione umanitaria in Repubblica Centrafricana. Quasi 3 milioni di persone, dunque metà della popolazione, hanno bisogno di assistenza umanitaria e di protezione. Sono inoltre 1.5 milioni i rifugiati e 200.000 gli sfollati interni.

A distanza di sette anni dalla sua nascita, la missione MINUSCA non è stata in grado di stabilizzare il Paese, e ad oggi sembra necessitare un considerevole rafforzamento per far fronte alle difficili condizioni sul campo. In tal senso, il 16 febbraio il Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres ha raccomandato un aumento delle forze impegnate nella missione.

Il personale, che prima della richiesta di Guterres ammontava a 14.400 soldati e 3020 forze di polizia, è stato rafforzato con ulteriori 2750 soldati e 940 poliziotti in seguito all’adozione della Risoluzione 2566 del Consiglio di Sicurezza il 12 marzo. Per quanto sia necessario il rafforzamento di MINUSCA per far fronte alle continue violenze, è giunto il momento di investire nel processo di giustizia transizionale per poter vedere un Centrafrica pacifico.

Come spesso accade in contesti di conflitto, quando la priorità è ristabilire la sicurezza sul campo, l’aspetto della giustizia viene messo in secondo piano, fomentando così le divisioni interne. Senza un’attenzione particolare al tema della giustizia, il ricorso alle armi è frequente, e il conflitto può subire un’escalation pericolosa.

Dopo anni di violenza, ora la Repubblica Centrafricana deve affrontare la questione dello stato di diritto e della giustizia, temi necessari per promuovere una pace durevole in un Paese distrutto dal conflitto. Gli strumenti esistono: ora è il momento di metterli in atto.

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