L’ERADICAZIONE DELLA POVERTÀ ASSOLUTA IN CINA: IL LENTO MA INESORABILE CATCHING UP CON L’OCCIDENTE

Alla fine del 2020 il governo cinese ha dichiarato di aver sconfitto la povertà assoluta in Cina. Quali sono i segreti di questo grande successo e quali sono gli effetti della rapida crescita cinese a livello globale? Per scoprirlo leggete qui.  

La fine della povertà assoluta in Cina.

Il 25 febbraio 2021, nella grande sala del popolo a Pechino, si è tenuta una grande cerimonia per festeggiare l’eradicazione della povertà assoluta in Cina, risultato che il Partito Comunista Cinese (PCC) ha dichiarato raggiunto alla fine del 2020. Come noto, l’incessante e imponente crescita economica che il gigante asiatico ha registrato negli ultimi decenni ha trasformato il Paese nella seconda potenza economica mondiale, dopo gli Stati Uniti, in termini di PIL totale (ma non di PIL pro-capite).

In 40 anni, 770 milioni di persone sono uscite dalla povertà contribuendo così nella misura del 70% alla riduzione della povertà nel mondo. Secondo le dichiarazioni rese dal Presidente Xi Jinping, solo negli ultimi 8 anni, 98,8 milioni di cinesi, distribuiti in 832 contee e 128.000 villaggi rurali, sono usciti dalla povertà assoluta. Il governo di Pechino ha dunque raggiunto un altro importante obiettivo nella sua lunga marcia per raggiungere i livelli di benessere occidentali. 

La battaglia contro la povertà rappresenta un aspetto fondamentale nella realizzazione del cosiddetto “sogno cinese”, un’ambiziosa strategia di sviluppo che punta a rendere la Cina un Paese forte, civilizzato, all’avanguardia nel campo ambientale e inclusivo a livello sociale, con l’obiettivo di compiere, entro il 2049, “the great rejunevation of the Chinese nation”. La sconfitta della povertà assoluta contribuisce dunque a rinvigorire la legittimazione politica del PCC che, il 23 luglio 2021, si appresta a celebrare il centenario dalla sua costituzione. 

Le peculiarità del modello di sviluppo cinese.

Alla notizia della definitiva sconfitta della povertà assoluta in un Paese di quasi un miliardo e mezzo di abitanti, si sono immediatamente sollevati numerosi dubbi in merito alle modalità di misurazione e alla trasparenza dei dati. In particolare, alcuni critici hanno evidenziato come la soglia reddituale presa in considerazione dalle autorità cinesi si attesterebbe intorno a 1,69 dollari al giorno, mentre la soglia della povertà assoluta presa in considerazione dalla Banca Mondiale è fissata a 1,90 dollari al giorno.

Quanto alle modalità di misurazione, in un’intervista alla CGTN, il Professore e Direttore dell’International Food Policy Research Institute (IFPRI) presso l’Università dello Zhejiang, Zhigang Chen, ha risposto alle critiche spiegando come nel 2014 sia stato istituito un meccanismo di registrazione della povertà, basato su un evoluto sistema statistico ad ampissima scala, grazie al quale sono stati censiti tutti gli individui al di sotto della soglia di povertà assoluta. Nei confronti di questi soggetti sono state poi adottate tutte le misure considerate necessarie per assicurarne l’uscita dalla condizione di povertà assoluta, misure che in Cina hanno assunto tratti del tutto peculiari.

Per riuscire a sconfiggere il problema della povertà assoluta, il governo cinese è infatti intervenuto anche attraverso drastiche misure di ricollocamento di interi villaggi rurali, costruendo delle nuove zone residenziali in aree meno remote del Paese al fine di rendere accessibile la fornitura dei servizi essenziali alla popolazione. Per comprendere le difficoltà legate alla vita in alcune zone rurali particolarmente remote, si prenda ad esempio il villaggio di Atule’er, nella provincia del Sichuan, divenuto famoso per le riprese che immortalavano i residenti di quel villaggio intenti a scalare una parete di 1400 metri utilizzando una precaria rete di scale fatte di bambù.

L’attraversamento di quella pericolosa ed impegnativa via era l’unico modo per poter raggiungere il mercato più vicino, indispensabile per l’acquisto di beni di prima necessità. Inoltre, i bambini di quel villaggio tornavano a casa soltanto due volte al mese a causa delle difficoltà legate al percorso necessario a raggiungere la scuola. Nel maggio 2020, gli 84 nuclei familiari residenti in quei luoghi sono stati infine trasferiti in un complesso residenziale a 70 km dal villaggio di Atule’er che è poi divenuto un’attrazione turistica (naturalmente sconsigliata a chi soffre di vertigini). La pratica del cosiddetto “resettlement treatment” è dunque ritenuta necessaria per superare le oggettive barriere geografiche e ambientali che impediscono il pieno sviluppo delle aree rurali. Tuttavia, questo sistema viene realizzato in maniera forzosa senza tener conto della volontà delle popolazioni locali e del rispetto delle loro tradizioni indigene.  

Un’altra peculiarità del modello di sviluppo cinese è rappresentata dall’uso delle moderne tecnologie. Infatti, lo sviluppo delle aree rurali non è basato esclusivamente sull’industrializzazione, ma si è saputo sfruttare a pieno il potenziale offerto dallo strumento più rivoluzionario di sempre: internet. Diversi villaggi si sono infatti specializzati nella vendita online.

L’e-commerce permette alle zone rurali di svilupparsi più rapidamente e allo stesso tempo di creare nuove e numerosissime opportunità di lavoro nel settore retail. Questa è diventata una consolidata strategia di sviluppo, dando vita a dei veri e propri paesi dell’e-commerce come ad esempio Qingyanliu, nello Zhejiang. I villaggi che hanno promosso lo sviluppo dell’e-commerce rurale hanno quindi preso il nome di villaggi Taobao, dal nome della più importante piattaforma di acquisti on line della Cina. 

Nonostante questo grande risultato, gli stessi dirigenti cinesi riconoscono che c’è ancora molto da fare per rendere la Cina un Paese prospero e inclusivo, soprattutto per quanto riguarda la lotta alle disuguaglianze interne, lo sviluppo di adeguati livelli di welfare e la promozione della tutela ambientale.

L’impatto globale della crescita cinese. 

La crescita economica della Cina ha ovviamente un significativo impatto anche a livello globale. Gli economisti Branko Milanović e Christoph Lakner hanno evidenziato come la globalizzazione abbia avuto l’effetto di ridurre le disuguaglianze nella distribuzione del reddito a livello globale.

Tale risultato, riportato in un grafico che per la forma risultante dal suo andamento è ormai conosciuto come il “grafico dell’elefante”, è dovuto in larga parte, secondo gli stessi economisti, agli elevati tassi di crescita del reddito che si sono registrati in Asia, e in particolare in Cina. Infatti, negli ultimi 40 anni, mentre i redditi delle classi medie occidentali sono cresciuti poco o rimasti stagnanti, quelli delle classi medie asiatiche sono raddoppiati e in alcuni casi anche triplicati.

Questo trend appare confermato anche da un secondo studio, condotto da Milanović, che prende in esame un arco temporale che va dal 2008 al 2013. Nel complesso, quindi, le riforme messe in atto in Cina a partire dalla fine degli anni ’70, hanno contribuito a ridurre la disuguaglianza tra Paesi a livello globale. 

Questo risultato è confermato anche dai valori dell’indice di Gini, un indicatore che misura la disuguaglianza nella distribuzione del reddito secondo una scala da 0 (perfetta uguaglianza) a 1 (totale sperequazione). Secondo quanto calcolato dall’economista americano, la disuguaglianza globale espressa attraverso l’indice di Gini è diminuita progressivamente attestandosi allo 0,70 nel 1988, allo 0,67 nel 2008 e allo 0,62 nel 2013. 

Quanto agli effetti della pandemia sui trend appena descritti, si noti come le conseguenze che il Covid-19 ha prodotto sull’economia mondiale potrebbero addirittura accelerare le dinamiche in atto. Infatti, sebbene il tasso di crescita cinese non sia mai stato così basso da circa 40 anni, è comunque considerevolmente più alto del tasso di crescita dei Paesi occidentali.

Ciò contribuirà a ridurre ulteriormente il gap esistente tra il reddito pro-capite occidentale e quello cinese. Se la crescita del reddito in Cina continuerà ad essere superiore di 2 o 3 punti percentuali all’anno rispetto alla crescita del reddito in occidente, il gap potrebbe perfino annullarsi nel corso della prossima decade.

Questo rappresenterebbe un cambiamento davvero epocale, segnando la fine del predominio economico occidentale nel mondo, che dura ormai da più di due secoli.      

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from ASIA E OCEANIA