PRIORITÀ IN ARTICO: SEARCH AND RESCUE

Il fermento nella regione artica richiede un rinforzo del sistema Search and Rescue.

Il 12 Maggio del 2011 nella capitale groenlandese Nuuk, veniva siglato il primo trattato vincolante sotto l’egida del Consiglio Artico: Agreement on Cooperation on aeronautical and maritime search and rescue in the Arctic. L’obiettivo è quello di migliorare, in uno sforzo congiunto, il sistema di ricerca e soccorso nella regione artica.

Ma quali furono le ragioni che portarono alla firma di tale Trattato? 

Le ragioni ovviamente sono molteplici e tra di esse sussiste un complesso rapporto di causa ed effetto. Ma, per semplificare, possiamo identificare il cambiamento climatico come l’epicentro scatenante di una serie di iniziative politiche ed economiche che hanno portato alla necessità della sottoscrizione del Trattato.

Infatti, causa il surriscaldamento globale e il conseguente scioglimento dei ghiacci, si è scatenato un rinnovato interesse per l’Artico che ha attirato gli interessi e gli investimenti delle grandi potenze in una regione per la gran parte spopolata e ancora sprovvista di tutta un’infrastruttura urbana adatta a sorreggere e promuovere i grandi piani che si prevedono per la regione.

Da qui un approccio che sia collaborativo e sinergico ha spinto, neanche troppo disinteressatamente, gli otto Stati Artici a siglare un accordo vincolante internazionale per la spartizione delle aree di Search and Rescue. Un’intensificazione delle attività nella regione significa infatti un maggior numero di navi lungo le rotte artiche,

un maggior numero di piattaforme per l’estrazione delle risorse minerarie, un maggior numero di persone coinvolte, un maggior numero di turisti attratti dai remoti paesaggi artici.

Il tutto in un ambiente ancora per la maggior parte ostile dove la prevedibilità del tempo atmosferico è ancora merce piuttosto rara e dove le distanze richiedono tempi estremamente lunghi per essere coperte. 

Ma interpretare il cambiamento climatico come il driver che sta schiudendo esclusivamente delle opportunità tempo fa non pronosticabili è però una visione limitata oltre che pericolosamente diffusa. E’ proprio il cambiamento climatico, e i fenomeni che ne conseguono, che spingono gli Stati coinvolti ad implementare il sistema di Search and Rescue.

Si pensi allo scioglimento del permafrost, causato proprio dal rapido innalzamento delle temperature, che occupa gran parte del territorio oltre il circolo polare artico. Scioglimento che non solo mette in serio pericolo le infrastrutture esistenti sul territorio, si pensi a qualsiasi tipo di costruzione urbana e alle infrastrutture per lo sfruttamento e il trasporto di risorse ed idrocarburi come gasdotti e oleodotti, ma che provoca anche il rilascio lento ma inesorabile di gas serra che fino a poco tempo fa erano ben intrappolati.

Per quanto riguarda il primo aspetto le soluzioni esistono, ma prevedono dei costi spesso ingenti. Emily Tsui individua tre soluzioni per ridurre i danni causati dallo scioglimento del permafrost sulle infrastrutture:

  • Proteggere le infrastrutture esistenti.
  • Adattare le infrastrutture esistenti con interventi che riducano il rischio di danneggiamenti.
  • Evitare la costruzione su terreni in cui lo strato di permafrost non sia stato completamente mappato e di cui non sia stato valutato lo spessore e lo stato di scioglimento. 

Per il secondo aspetto l’intervento sembra essere di gran lunga più complesso e per ora il fenomeno fatica addirittura ad essere tracciato. 

Solo nell’ultimo anno si sono verificati incidenti estremamente gravi che hanno riportato in auge la necessità di un’accelerazione sul piano di Search and Rescue in artico. Il caso della Viking Sky, nave da crociera, che il 23 marzo 2019 nel viaggio da Tromsø a Stavanger perse l’uso dei motori a largo delle coste norvegesi.

Il mare agitato e le condizioni atmosferiche estreme resero complesse le operazioni di soccorso rivelatesi subito necessarie. Furono evacuati numerosi passeggeri tramite elisoccorso, una procedura facilitata dalla vicinanza della nave alla fascia costiera norvegese.

Un secondo evento, avvenuto il Maggio scorso, riguarda lo sversamento di circa 20000 tonnellate di gasolio nel terreno e nel fiume artico Ambarnaya, localizzato nella Sibera Settentrionale a circa 3 mila chilometri da Mosca. Un disastro, molto probabilmente causato dal cedimento di una cisterna a causa dello scioglimento del permafrost sottostante, che in molti hanno definito senza precedenti e che ha generato non pochi grattacapi per le operazioni di intervento e di contenimento.

Due casi, probabilmente i più lampanti degli ultimi due anni, che evidenziano la necessità del potenziamento del sistema cui la Norvegia ha recentemente risposto con la prossima apertura di una nuova base di elisoccorso a Tromsø.

Al 2011, nell’accordo siglato tra gli otto Stati artici, viene delimitata l’area di intervento per ogni Paese con coordinate ben precise anche nelle zone di sovrapposizione. L’art. 3 ben chiarisce che le aree di intervento niente hanno a che fare con la delimitazione di alcun confine, nè tanto meno con i diritti di sovranità esercitati su una determinata zona territoriale.

Nell’appendice vengono individuati le coordinate per le aree di singolo e comune intervento, le autorità competenti per ogni Paese, le relative agenzie e i centri di coordinamento. Ma la sezione interessante e che più evidenzia il carattere cooperativo internazionale è presente nell’art. 9 che vincola le parti a scambiare informazioni al fine di migliorare l’efficienza delle operazioni di ricerca e soccorso.

Da qui non solo si presuppone lo scambio di coordinate e informazioni tecniche necessarie ai fini di un’azione di successo, ma si prevede tutta una sezione di addestramento congiunto, di confronto e miglioramento dell’expertise specifica e peculiare di ogni corpo coinvolto nelle operazioni che vada quindi a produrre e migliorare guidelines di intervento che siano condivise e uniformi.

L’approccio è sì collaborativo, ma non vengono dichiarati obiettivi precisi che ogni Stato si impegna a rispettare. Motivo per cui lo stesso Consiglio Artico si è anche adoperato per la sottoscrizione da parte degli stessi otto Stati artici dell’Agreement on Cooperation on Marine Oil Pollution Preparedness and Response in the Arctic nel 2013 che intende migliorare la cooperazione nella risposta degli Stati agli sversamenti di petrolio e la protezione dell’ambiente marino dall’inquinamento. 

La natura cooperativa di entrambi i trattati non deve però distrarre da quanto l’impatto di interventi del genere circoscrivano le problematiche artiche ai soli otto Stati artici e a quanto ciò sia frutto di un esercizio di sovranità da parte degli otto Stati artici che va a rinforzare l’idea di regionalizzazione di tutta l’area artica. Una narrazione che è ben contrapposta a ciò che viene stabilito da UNCLOS, ratificato da tutti gli Stati artici ad esclusione degli Stati Uniti, che nell’art. 137 ben chiarisce che: 

No State shall claim or exercise sovereignty or sovereign rights over any part of the Area[1] or its resources, nor shall any State or natural or juridical person appropriate any part thereof. No such claim or exercise of sovereignty or sovereign rights nor such appropriation shall be recognized”. 


[1] Per area si intende l’area che include il fondale oceanico e la colonna d’acqua oltre i confini di giurisdizione nazionale.

Marco Volpe

Ciao a tutti, sono Marco Volpe, analista dello Iari per la regione artica. La mia passione per l’estremo Nord viene da lontano. Mi piace considerarla come il punto di arrivo che ho inseguito per tanto tempo, raggiunto attraverso un percorso iniziato con lo studio del cinese alla Sapienza di Roma, poi alla Beijing Language and Culture University di Pechino e all’Istituto Confucio di Leòn. Gli studi di relazioni internazionali condotti alla University of Leeds mi hanno dato gli strumenti per poi interpetare l’ascesa inarrestabile cinese nell’ordine globale. A quel punto era diventato imprescindibile approfondire il rapporto della Cina con l’ambiente, e il mio sguardo si è allora posato su quell’area remota del mondo ancora apparentemente fuori dai giochi internazionali e dai grandi investimenti, dove la cura per l’ambiente conta più di tutto. Un’area che ovviamente aveva già attirato le attenzioni della lungimirante leadership cinese. E così, tornato a Roma, ho frequentato un master sulla geopolitica artica e sviluppo sostenibile presso la Sioi, focalizzando la mia attenzione sulle mire cinesi nell’area. Il risultato è un pò il punto di arrivo di cui parlavo: collaborare e far parte di think tanks, tra cui lo Iari e l’Arctic Institute, che mi permettono di avere un confronto maturo, professionale ed appasionato sulle vicende internazionali che scandiscono il ritmo delle geopolitica odierna. Un punto di arrivo che è, ovviamente, un nuovo punto di partenza.
Mi sono appassionato alla fotografia quando, durante il mio primo viaggio in Cina, mi trovavo di fronte delle scene e dei volti che non potevo non immortalare. Ciò di cui non posso fare a meno è sicuramente la musica, soprattutto nella sua dimensione live e di festival. Radiohead, Mumford and Sons e National gli artisti che non posso non ascoltare prima di andare a letto.

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