IL KOSOVO APRE LE PORTE DELL’AMBASCIATA IN ISRAELE

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Il 14 marzo il Kosovo inaugura ufficialmente l’ambasciata in Israele, con sede a Gerusalemme. Quali sono le reazioni a questa mossa diplomatica? 

«Un momento storico e di vero orgoglio per le relazioni tra Kosovo e Israele» ha scritto Ines Demiri sul suo profilo Twitter, in veste di primo ambasciatore per gli affari del Kosovo nella capitale israeliana: Gerusalemme. Due Paesi che occupano una così piccola porzione di territorio mondiale, ma in grado di fare parecchio rumore al tavolo delle relazioni internazionali. Facciamo qualche premessa, dunque.

La comunità internazionale considera Gerusalemme Est come area occupata da Israele e, con la Risoluzione 478del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, richiede il ritiro delle missioni diplomatiche degli Stati esteri dalla città. Infatti, la maggior parte delle ambasciate nel Paese si trovano a Tel Aviv. Fanno eccezione gli Stati Uniti, il Guatemala e, per l’appunto, il Kosovo.

Quest’ultimo, nel cuore dei Balcani occidentali, è uno Stato a riconoscimento limitato (de facto): nel 2008, il Kosovo si è autoproclamato indipendente dalla Serbia, che non ha però accettato questo status di indipendenza. È un dibattito lungo e complicato, in cui non mancano le imponenti voci di altri attori internazionali. L’influenza russa e cinese a supporto della Serbia contrasta con il sostegno statunitense al Kosovo – un quadro in cui l’Unione europea, al solito, prende il ruolo di cornice di mediazione fra le parti.

In particolare, l’ascendente degli Stati Uniti nell’apparato decisionale kosovaro è stato ancora più evidente sotto la direzione dell’ex Presidente Donald Trump. Il 4 settembre 2020 si è svolto un importante incontro alla Casa Bianca con i due leader dei Paesi balcanici in contrasto, da cui non solo è stato ribadito il loro impegno verso una distensione dei rapporti economici, ma anche la prospettiva di instaurare forti legami diplomatici con Israele. Non si è trattato di un vero e proprio accordo, ma di un importante segnale degli interessi di Trump nel rafforzare il suo ruolo nel Medio Oriente. Ad ogni modo, da quel giorno, molte cose sono cambiate. 

La promessa mantenuta del Kosovo

Il 2021 è iniziato con un cambio di interlocutori. Donald Trump ha (faticosamente) ceduto il posto a Joe Biden, e solo un mese fa le elezioni in Kosovo hanno colorato di rosso il Parlamento con la vittoria del partito Vetëvendosje di Albin Kurti. Eppure, dopo l’avvio dei rapporti diplomatici fra i due Paesi a inizio febbraio, la promessa di inaugurare un’ambasciata in Israele è stata comunque rispettata. Lo stesso impegno non è stato invece prevedibilmente osservato da parte serba.

Da questo posizionamento diplomatico, viene definito il mutuo riconoscimento fra questi due territori contesi e contestati. Il Kosovo ottiene un più ampio raggio di supporto per la sua totale indipendenza dalla Serbia, mentre Israele vede aperte le porte della prima ambasciata europea a Gerusalemme – di un Paese, peraltro, ad ampissima maggioranza musulmana. Una mossa che pare non accontentare affatto i principali attori internazionali – eccetto gli Stati Uniti che, secondo i portavoce del dipartimento di Stato, interpretano queste relazioni come un beneficio per la stabilità e la pace nei Balcani e in Medio Oriente.

Gli scontenti

Uno dei partner fondamentali del Kosovo è la Turchia. La sua influenza economica e finanziaria ha reso la presenza di Erdoğan una realtà sempre più evidente, il quale non ha però gradito questa nuova alleanza del Paese balcanico con Gerusalemme. Lo storico delle relazioni tra Turchia e Israele, infatti, non suggerisce un grande rapporto di amicizia (sebbene non manchino forti interessi commerciali da entrambe le parti). 

Scelta malaccolta anche dall’Unione europea. Da Bruxelles, il portavoce della politica estera Peter Stano ha espresso un esplicito disaccordo. Il posizionamento dell’Ue sulla questione israelo-palestinese è convergente con la Risoluzione 478 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e viene sostenuto l’obiettivo di rendere Gerusalemme futura capitale di entrambi gli Stati in conflitto (Israele e Palestina).

In questo senso, il portavoce ha aggiunto: «Il Kosovo ha identificato l’integrazione nell’Ue come sua priorità strategica e quindi l’Ue si aspetta che il Paese agisca in linea con questo impegno in modo da non minare la sua prospettiva europea».

In previsione, perciò, l’inaugurazione dell’ambasciata del Kosovo a Gerusalemme avvenuta il 14 marzo non si presenta come una soluzione vincente per gli obiettivi del Paese: il suo riconoscimento a livello internazionale e la possibilità di intraprendere il cammino di adesione all’Ue.

Per il primo punto, sono fonte di impedimento i seggi permanenti dell’Onu della Russia e della Cina che, a sostegno della posizione di Belgrado, ritengono il territorio kosovaro come una provincia autonoma serba. Da parte europea, invece, il risolversi della contesa identitaria e politica tra le due terre balcaniche è considerato un elemento fondamentale per l’avvio del processo di integrazione di entrambi gli Stati.

Ogni scelta è però data da una o più ragioni, e genera una o più conseguenze. Conviene sempre non limitarsi ad un’unica prospettiva di analisi e di visione. Prima di ipotizzare i risvolti ed il futuro del Kosovo, a seguito di questa nuova presenza diplomatica nella contesa Terra Santa, bisogna osservare le azioni e le situazioni che verranno prodotte – tenendo sempre in considerazione quel “rumore” prodotto da questi due piccoli Paesi nel palcoscenico del teatro internazionale, dove protagonisti e scenografie sono in continuo movimento.

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