20 MARZO 1995: L’ATTENTATO ALLA METROPOLITANA DI TOKYO E LA POLITICA ANTITERRORISTICA GIAPPONESE

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L’attentato e il ruolo della setta Aum Shinrikyō

Intorno alle 8:00 del 25 marzo 1995 cinque uomini salirono su diversi treni della metropolitana di Tokyo. Da lì a pochi minuti, dai sacchetti di plastica che ciascuno di loro trasportava, venne rilasciato nei vagoni un liquido tossico. 

La polizia, dopo aver ricevuto le prime segnalazioni alle 8:20, iniziò immediatamente ad evacuare tutte le linee della metropolitana. Solo intorno alle 10 il professore universitario Nobuo Yanagisawa avvisò tutte le strutture ospedaliere della città che i sintomi accusati fra i passeggeri erano causati da un’intossicazione dovuta al sarin, uno fra gli agenti nervini più tossici e mortali classificato anche come un’arma chimica di distruzione di massa.

L’attentato provocò 13 morti e fra i 3.000 e 6.000 intossicati ma le conseguenze di questo atto terroristico avrebbero potuto essere ancora più tragiche considerando l’ora di punta in cui i terroristi agirono. 

I terroristi facevano parte di Aum Shinrikyō, un “culto religioso” fondato nel 1984 da Shōkō Asahara, un ex insegnante di yoga quarantenne e cieco che sosteneva di aver raggiunto il Nirvana, ossia il più alto livello di coscienza esistente. 

Il movimento Aum Shinrikyō univa elementi tipici del buddismo, ma anche dell’induismo e cristianesimo, con le opere dell’astronomo francese Nostradamus, ipotizzando così l’imminente fine del mondo. 

Prima dell’attentato questo movimento veniva percepito semplicemente come un culto religioso guidato da un leader eccentrico ma fortemente carismatico in grado di proporre ai suoi seguaci un nuovo stile di vita positivo e spirituale, contrapponendosi così all’ondata capitalistica che stava influenzando il Giappone negli anni ’90. 

In realtà la comunità fin da subito risultò essere particolarmente chiusa in quanto i seguaci erano obbligati a tagliare i contatti con il mondo esterno e a cedere le loro ricchezze al culto. 

Riguardo lo sviluppo di questa setta possiamo individuare due principali punti di svolta

Il primo punto fu sicuramente nel 1987, anno in cui la setta venne riconosciuta ufficialmente come un gruppo religioso dal governo giapponese. Questo riconoscimento garantì loro una serie di privilegi come la riduzione delle tasse e di fatto l’immunità dalla supervisione e da possibili azioni penali. 

Inevitabilmente i membri e la ricchezza della setta crebbero enormemente, infatti proprio in questi anni iniziarono ad acquistare numerose terre per la creazione di quello che Shōkō Asahara definì come “il paradiso in terra”. Di conseguenza l’aggressività e pericolosità di Aum Shinrikyō aumentò vertiginosamente, soprattutto nei confronti di coloro che si opponevano alla setta. 

Il secondo punto di svolta fu la sconfitta politica nel 1990 dopo la candidatura parlamentare di Shōkō Asahara e altri 24 membri della sua cerchia, i quali avevano l’obiettivo di raggiungere il potere politico per soppiantare lo Stato e guidare il Paese fino alla fine del mondo. 

Questo fallimento è importante perché, sebbene la setta avesse già commesso crimini e atti illeciti prima delle elezioni del 1990, dopo questo avvenimento la situazione degenerò ulteriormente e la setta cominciò ad evitare sempre di più possibili interazioni sociali con la società giapponese. 

Proprio in questo periodo Shōkō Ashara iniziò ad assemblare un arsenale di armi chimiche e biologiche per l’imminente “apocalisse”. 

Counter Terrorism e Crises Management giapponese 

Il Giappone è sempre stato in prima linea nella prevenzione dei grandi disastri naturali e nell’attuazione di piani di sicurezza efficienti, diventando così un esempio a livello internazionale. 

Il caso in questione ha però evidenziato la debolezza e l’inadeguatezza delle autorità giapponesi nell’affrontare un’emergenza di matrice terroristica.

La sottovalutazione iniziale degli eventi che non permise fin da subito di riconoscere le vere cause dell’emergenza, il caos che regnava negli ospedali e le cure inadeguate prestate ai tanti feriti suscitarono molte polemiche, al tal punto che lo stesso Ministro dell’Interno dell’epoca ammise diverse carenze e promise ai propri cittadini di varare dei nuovi piani per far fronte a future emergenze.

Ponendo attenzione alla gestione della crisi derivante dall’attentato di Tokyo notiamo come in Giappone sia stata messa in atto una politica antiterroristica molto meno rigida rispetto a quella delle principali potenze occidentali, dimostrando così la cultura fortemente antimilitarista derivante dall’esperienza del Paese durante Seconda Guerra Mondiale. 

Sembra quasi che il terrorismo in Giappone venga percepito come uno dei tanti problemi di sicurezza pubblica, vista l’inesistenza di un organismo o di un quadro giuridico che si occupi solo di antiterrorismo.

L’autorità preposta alle operazioni antiterroristiche è infatti l’Agenzia Nazionale di Polizia, sotto il comando della Commissione Nazionale di Pubblica Sicurezza, la stessa Agenzia che si occupa della gestione del traffico, dell’addestramento del personale di polizia, dell’investigazione, della sicurezza pubblica e molto altro. 

Gli attacchi terroristici vengono dunque gestiti caso per caso, cercando di porre l’accento non tanto sull’azione repressiva degli attentatori ma sulla tutela dei cittadini coinvolti.

Nel caso della setta Aum Shinrikyō il governo giapponese, al posto di abbattere l’organizzazione responsabile dell’attentato, ha preferito attuare un approccio molto più funzionale. 

Da un lato venne revocato lo status di organizzazione religiosa, dall’altro quando fu proposto di applicare la legge contro le attività sovversive, la quale avrebbe ostacolato la setta nel normale svolgimento del suo operato, la pressione pubblica spinse la Commissione per la Pubblica Sicurezza a non applicarla per paura di creare un precedente che avrebbe potuto colpire negativamente altre organizzazioni religiose.

Venne quindi creata una legge ad hoc con la quale si conferì all’Agenzia Investigativa di Pubblica Sicurezza il compito di monitorare le attività della setta così da rassicurare le altre organizzazioni religiose ma allo stesso tempo senza lasciare impuniti i colpevoli.

Il 6 luglio 2018 Shōkō Asahara venne poi giustiziato nel carcere di Tokyo all’età di 63 anni assieme ad altri sei membri del suo culto.

Conclusione 

La mancanza di un organo specializzato in antiterrorismo ha sicuramente causato un’inefficienza nel gestire la crisi ma anche nel prevenirla.

Tramite un’analisi dettagliata si può infatti notare come questo gruppo fin della sua fondazione abbia svolto delle attività criminali come omicidi, tentati omicidi, rapimenti e furti che però divennero note al pubblico e alla polizia solo dopo l’attentato alla metropolitana di Tokyo. 

Le attività dell’organizzazione non sono mai state messe in discussione e controllate, portando così alla stessa incentivazione di questi atti criminali: notiamo dunque la responsabilità diretta delle autorità giapponesi competenti in quello che sarebbe poi avvenuto il 20 marzo 1995. 

Eppure la setta aveva già usato il sarin con l’obiettivo di uccidere civili a Matsumoto, una piccola città industriale e turistica a ovest di Tokyo. Nella notte fra il 27 e 28 giugno 1994, l’agente chimico cominciò a fuoriuscire dalle finestre aperte di alcuni appartamenti, causando la morte di sette persone e oltre 500 intossicati: si scoprì solo dopo l’attentato di Tokyo chi furono i responsabili. 

Questo attentato ci dimostra come un miglioramento della gestione del rischio e politiche antiterroristiche ben strutturate siano necessarie per incrementare l’efficienza e l’efficacia di qualsiasi risposta ad un’emergenza, considerando anche che lo sviluppo tecnologico oggigiorno rende accessibile a gruppi o individui l’utilizzo di armi di distruzione di massa che una volta erano a disposizione solamente dagli Stati. 

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