USA E ISRAELE LITIGANO (NUOVAMENTE) SULL’IRAN

Fonte: The Jerusalem Post

L’abbozzato mutamento tattico nell’equazione dell’equilibrio di potere mediorientale perseguito dalla nuova amministrazione statunitense, volto al graduale inserimento di uno stremato Iran tra le potenze in gioco per contenere, nel medio termine, una Turchia sempre più assertiva e meno vincolata a Washington, ha provocato, ancora una volta, dissidi tra Stati Uniti ed Israele su come approcciare Teheran, la cui riabilitazione sarà complicatissima. Pesa l’eredità di Trump in Medio Oriente.

1. Con l’uscita di Donald Trump dallo Studio Ovale, la Stella di Davide (Magen David) ha perso quello che il primo ministro Benjamin Netanyahu ha definito come “il più grande amico che Israele abbia mai avuto alla Casa Bianca”. Un “amico” che il leader del Likud ha paragonato addirittura a Ciro il Grande, a Lord Balfour e ad Harry Truman per il suo sforzo di “benefattore” della causa sionista. C

otanta retorica celebrativa era motivata non solo dall’arrivo di Trump dopo gli anni del nadir nei rapporti bilaterali, toccato sotto la presidenza Obama e simboleggiato dalla prima e sinora unica astensione statunitense sul voto di condanna onusiano sugli insediamenti dei coloni in Cisgiordania, con la rinuncia di Washington ad esercitare il potere di veto in sede di Consiglio di Sicurezza.

Quanto, soprattutto, dalle numerose azioni compiute dall’amministrazione repubblicana a favore di Israele. Tra queste: il riconoscimento unilaterale di Gerusalemme, città santa per le tre religioni monoteiste, come capitale dello Stato ebraico, con la decisione di spostarvi l’ambasciata Usa (dicembre 2017), usando come base legale il Jerusalem Embassy Act del 1995; la legittimazione della sovranità israeliana sul Golan; la chiusura dell’ufficio di rappresentanza dell’Olp a Washington; i tagli agli aiuti economici ed umanitari a Ramallah e all’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi; l’ufficializzazione dell’asse arabo-israeliano, palesemente anti-persiano (in nuce anti-turco e anti-cinese), culminato negli Accordi di Abramo tra Israele, Emirati Arabi Uniti, BahreinSudan e Marocco (in cambio della rinuncia israeliana ad annettersi parti di Cisgiordania) e nel disgelo intra-sunnita tra Qatar e Gulf Cooperation Council, mediato dal Kuwait, favorito dagli Usa (come avevamo anticipato) per impedire a Teheran di sfruttare le divisioni intra-arabe, limitandone gli spazi di manovra.

Tutte mosse che il neo-segretario di Stato Tony Blinken, di origini ebraico-francesi, definito “un grande amico di Israele” dall’ex primo ministro Ehud Barak, ha annunciato verranno riviste. Ad eccezione del mantenimento dell’ambasciata a Gerusalemme e degli accordi abramitici, elogiati dallo stesso Blinken e dal nuovo capo del Pentagono Lloyd Austin per la loro doppia funzione di pressione sull’Iran e di rassicurazione su Israele e sulle monarchie sunnite del Golfo. Spinte a rinsaldare i loro legami per rafforzarsi a vicenda in una coalizione di potenze regionali – che in futuro potrebbe evolvere in alleanza difensiva con dentro anche Riyadh – guidata dalla superpotenza tecnologica e militare regionale (Israele). Quinto paese al mondo per spese militari in rapporto al pil (5,3% nel 2019), nonché stato nucleare “non dichiarato” (con 90 testate nucleari a base di plutonio, secondo il SIPRI), inserito dall’amministrazione Trump nello Us Central Command (CENTCOM), competente per un’area estesa dall’Egitto all’Asia Centrale con baricentro su Levante e Golfo Persico. 

Segno tangibile di come gli Accordi di Abraham inizino a dare i primi frutti. Perché sino ad oggi, lo Stato ebraico era inquadrato sotto lo Us European Command (EUCOM), tenuto fuori da CENTCOM, solo per opposizione degli arabi del Golfo. Per favorire la ricercata omeostasi di potere regionale e liberare forze e risorse verso la competizione tra grandi potenze con la Cina nel teatro Indo-Pacifico, il Pentagono deve potenziare gli attori regionali più deboli sul piano strategico – israeliani ed arabi – per bilanciare le potenze imperiali (persiani e turchi). Per questo intende riconoscere alla Stella di Davide il ruolo di perno militare regionale, garantendone il primato bellico. In concreto, la mossa consentirà, ad esempio, di facilitare e velocizzare i processi di consegna ad Israele di munizioni guidate di precisione, funzionali a deterrere le sortite iraniane.

2. L’Amministrazione Trump ha stritolato economicamente Teheran con la “massima pressione” (guerra finanziaria, embargo petrolifero e sanitario, assassinio Soleimani, sabotaggi agli impianti nucleari). Di più. Negli ultimi mesi di vita, ha dato carta bianca agli israeliani per indebolirla politicamente, provocandola per destarne la “pazienza strategica”, favorire l’ala dura dei conservatori in vista delle presidenziali di giugno, stimolarne un’istintiva reazione emotiva. Obiettivo: sabotare la riapertura dell’accordo sul nucleare del 2015 (Joint Comprehensive Plan of Action, Jcpoa) da parte del team Biden. Così, nei giorni immediatamente successivi all’annunciata vittoria del democratico, per macchiare gli ayatollah come safe heaven del terrorismo internazionale, venivano postumamente fatte trapelare le notizie sull’uccisione del numero 2 di al-Qa’ida, Abu Muhammad al-Masri, avvenuta a Teheran in agosto per mano del Mossad, prestatosi all’operazione anche per i colleghi stars and stripes. Mentre l’Israeli Defence Forces (IDF) incrementava i raid aerei tra Siria e Golan contro le milizie filo-iraniane, le unità delle Quds Force dei pasdaran e gli Hezbollah libanesi.

Soprattutto, lo scorso fine novembre, nella cittadina di Absard, 40 miglia ad est della capitale iraniana, le forze speciali del Mossad eliminavano lo scienziato nucleare, nonché membro delle Guardie della Rivoluzione Islamica, Mohsen Fakhrizadeh, innalzando il breakout time per la produzione della bomba da 3 mesi a 2/5 anni, secondo gli 007 israeliani. Questi lo tenevano nel mirino da almeno un decennio, perché ritenuto l’“Oppenheimer iraniano”, a capo del programma nucleare militare clandestino “Amad” per la produzione dell’arma atomica, proseguito anche dopo il suo ufficiale ritiro nel 2003, anche durante la vigenza del Jcpoa, secondo i documenti dell’archivio nucleare segreto rubato dal Mossad nel 2018. 

A dicembre, le IDF inviavano un sottomarino classe Dolphin nelle acque del Golfo Persico, dove in quei giorni navigava anche il sottomarino Georgia classe Ohio della Us Navy, dotato di missili guidati di precisione Tomahawk. Mentre il Pentagono dispiegava bombardieri strategici B-52H, per tre volte nel giro di 45 giorni, in spedizioni a lungo raggio dal territorio metropolitano Usa verso il Golfo Persico. Operazione ripetuta, stavolta insieme ad israeliani, sauditi e qatarini, sotto la nuova amministrazione, per dimostrare ai partner che la volontà di ripristinare il Jcpoa non farà venir meno la deterrenza. Con gli iraniani costretti a vendicarsi su Fakhrizadeh in via asimmetrica. Sul cyberspazio, con massicci attacchi cibernetici a colpi di ransomware contro più di 80 aziende israeliane, compresi alcuni appaltatori della Difesa. E in mare, con il lancio di due missili contro una nave battente bandiera israeliana, colpita nelle acque del Golfo di Oman.

3. L’approccio realista adottato dall’Amministrazione Trump nella più ampia regione mediorientale, volto a contenere le potenze residenti (Iran, Turchia) impegnando i soci regionali nella manutenzione dell’impero, ha lasciato loro mano libera nella gestione degli affari interni. Da qui, il rapporto privilegiato dell’oligarca newyorkese con “Bibi” Netanyahu. Nondimeno, al di là della narrazione, oltreoceano esiste un radicato consenso bipartisan sul fatto che la sicurezza di Israele costituisca uno dei massimi principi strategici della superpotenza nel quadrante mediorientale. Lo stesso Obama, nel suo ultimo libro “A Promised Land”, descrive come “indissolubile” il legame bilaterale e l’impegno di Washington nel garantire la sicurezza della potenza “sorella”, con la quale gli Usa intrattengono una delle relazioni politiche più intense al mondo. Come dimostrato dalla vicenda dei vaccini, con Big Pharma che ha serbato un occhio di riguardo nei confronti della Stella di Davide.

E tuttavia, gli interessi nazionali di Washington e Gerusalemme non sempre coincidono sul piano tattico. Non sull’Iran. Troppo lontano per costituire una minaccia diretta al suolo americano. Mentre Israele vede i missili balistici e cruise persiani e i suoi delegati regionali come una costante spada di Damocle. Teme che Teheran possa utilizzare buona parte dei ritorni economici derivanti dall’attenuazione/eliminazione delle sanzioni economiche nel finanziamento dei due pilastri della sua difesa asimmetrica. Come fece nel post-2015, espandendo la propria sfera d’influenza anche in Yemen, dopo Iraq, Libano e Siria. Per questo è tornata a minacciare, bluffando, la guerra preventiva, ricattando gli americani, nel tentativo di indurli a mantenere una dura pressione sugli ayatollah, a non perdere la leva costruita in questi anni da Trump rientrando sic et simpliciter nel Jcpoa, che porterebbe ad “uno scontro violento con l’Iran”. Déjà vu di quanto verificatosi negli anni dell’apertura a Teheran da parte di Obama. 

4. In Medio Oriente apparenza e realtà si mischiano. I progetti politici si scontrano, qui più che altrove, con i vincoli geopolitici. Il conteso regionale è mutato rispetto al 2015. L’Iran ha accresciuto le proprie capacità missilistiche, ha espanso la “Mezzaluna sciita”. Oggi, sta vincendo in Yemen. In Iraq le Forze di Mobilitazione Popolare filo-iraniane costituiscono un fattore decisivo sul piano politico-securitario. In Siria i pasdaran continuano a finanziare le milizie pro-Assad. Hamas preme su Israele da Gaza. Hezbollah lo fa dal Libano meridionale. Biden si troverà poi di fronte al fatto compiuto del rafforzamento dell’asse anti-iraniano. Che però, paradossalmente, potrebbe sfruttare per aumentare il suo peso negoziale su Teheran al fine di ampliare il Jcpoa, inserendovi restrizioni su missili e proxiescoinvolgendonelle trattative il gruppo E3 (Francia, Regno Unito, Germania) e i partner regionali.

Lo scorso febbraio, Washington e Gerusalemme hanno riavviato il gruppo di lavoro strategico sull’Iran, Creato nel 2009 da Obama per coordinare le mosse con gli israeliani sui negoziati segreti con Teheran (condotti in Oman da William Burns e Jake Sullivan, attuali vertici della Cia e del National Security Council) e già usato da Trump per impostare il ritiro dal Jcpoa e la tattica della “massima pressione”, esso sta consentendo  ai massimi funzionari dei rispettivi apparati d’intelligence e di sicurezza nazionale di condividere informazioni e dati sul programma nucleare iraniano, per valutarne lo stato di sviluppo. Premessa per instaurare l’acceso dialogo politico sui missili e sulla sfera d’influenza persiana.

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