SEMPRE PIÙ SANGUE IN MYANMAR

“We’ll Never Stop” uno dei molti slogan dei manifestanti (Credit Photo: BBC)

In Myanmar aumentano le vittime e la violenza degli scontri tra manifestanti e l’esercito.

Sono passati 45 giorni dall’inizio delle proteste ma la popolazione birmana continua a riversarsi nelle strade del Paese: quelle che dovevano essere manifestazioni pacifiche si sono ben presto trasformate in dure rappresaglie da parte dell’esercito birmano che ha iniziato vere e proprie ronde all’interno dei quartieri delle città per scovare i manifestanti.

L’esercito infatti, dopo le prime settimane nelle quali aveva cercato di fermare i manifestanti utilizzando lacrimogeni e proiettili di gomma, è passata ad approcci più violenti e che mettono a repentaglio la vita della popolazione: i militari nelle ultime settimane hanno più volte aperto il fuoco contro la popolazione birmana, causando molti feriti e vittime. 

Ormai nel Paese gli episodi di violenza sono diventati quotidiani: perquisizione di case, arresti e uso della violenza armata: secondo un rapporto dell’ONU sono 149 le vittime accertate, mentre alcune organizzazioni umanitarie locali riportano oltre 200 vittime e oltre 2000 arresti. 

La preoccupazione dell’Europa e la solidarietà del Papa

L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha espresso la sua preoccupazione riguardo i recenti avvenimenti nel Paese. Lo scorso weekend è stato il più cruento dall’inizio delle proteste: nel solo comune di Hlaing Thar Yar, ad ovest della più nota Yangon, sono morti 22 manifestanti mentre nel Paese sono 59 le persone che hanno perso la vita domenica (numero di vittime più alto registrato in un solo giorno da quando sono iniziate le proteste). 

I militari hanno reintrodotto la legge marziale in alcuni quartieri di Yangon ma gli attivisti e i giovani manifestanti continuano la loro lotta per la libertà. 

Twitter è diventato lo strumento principale per mostrare al mondo l’orrore che l’esercito birmano sta commettendo: ogni giorno infatti vengono caricate centinaia di foto che mostrano la violenza delle manifestazioni e in molti video vengono mostrati i militari mentre aprono il fuoco durante raid notturni nei quartieri delle principali città del Paese. 

In molti in Myanmar invocano l’intervento dell’ONU o di contingenti internazionali per fermare l’esercito prima che si arrivi ad una vera e propria guerra civile nel Paese.

In favore dei dimostranti si sono schierati numerosi attivisti di altri Paesi limitrofi: dalla Thailandia, dalla Malesia, da Hong Kong e da Taiwan arrivano messaggi di solidarietà mentre i sostenitori della Milk Tea Alliance, movimento pro-democrazia nato online che riunisce i giovani attivisti del sud-est asiatico, scendono nelle strade per protestare ciò che sta accadendo in Myanmar. 

Al coro di protesta si è unito anche Papa Francesco che questa mattina ha parlato della situazione del Myanmar chiedendo che gli atti di violenza terminino e che si trovino le condizioni pacifiche per risolvere la situazione politica del Paese. 

Ma che la situazione si sarebbe aggravata era chiaro a molti già da tempo: l’Ambasciatore del Servizio Europeo per l’azione esterna Ranieri Sabatucci nelle scorse settimane aveva sottolineato come l’Unione Europea fosse pronta a infliggere sanzioni economiche alla giunta militare birmana e che l’aumento della violenza nelle manifestazioni era un pericolo reale a cui prestare attenzione.

Le nuove accuse per Aung San Suu Kyi e il punto di vista di Pechino

Mentre proseguono gli scontri, la leader Aung San Suu Kyi resta detenuta dalla giunta militare e attende la nuova udienza, posticipata al 24 marzo a causa di problemi di connessione della rete internet del Paese.    Alle precedenti accuse di spionaggio si sono aggiunte quelle di corruzione: secondo l’accusa infatti la leader birmana avrebbe accettato tangenti per un valore di oltre 600mila dollari oltre a 21 chili di lingotti d’oro

Qualora venissero confermate le accuse, Aung San Suu Kyi rischia una pena detentiva di 15 anni (le stesse accuse sono state mosse anche nei confronti del Presidente U Win Myint, destituito dalla giunta militare in seguito al colpo di Stato dello scorso 1° febbraio). 

Di ciò che sta accadendo in Myanmar ha nuovamente parlato anche la Cina, schierandosi questa volta in maniera più netta: dopo un periodo iniziale in cui non si è voluta particolarmente esporre, negli scorsi giorni il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha condannato la violenza degli scontri, auspicando una risoluzione pacifica tra le parti.

Proprio la settimana scorsa la Cina ha firmato insieme ai Membri Permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU la dichiarazione nella quale il Consiglio ha espresso “profonda preoccupazione” per come la situazione si stesse evolvendo in Myanmar.

Ma Pechino è rimasta ulteriormente colpita dagli avvenimenti di questo weekend: secondo il Global Times 32 aziende cinesi a Yangon sarebbero state attaccate dai manifestanti e due cittadini cinesi sarebbero rimasti feriti. La situazione al momento sarebbe stabile grazie alla legge marziale istituita lo scorso lunedì dalla giunta militare ma gli attacchi avrebbero provocato danni per oltre 38 milioni di dollari: secondo i media, per evitare ulteriori incidenti le aziende cinesi sarebbero intenzionate ad interrompere le attività per il momento, attendendo che la situazione nel Paese si stabilizzi. 

La lunga instabilità 

Nonostante l’ONU e l’Unione Europea abbiamo condannato il colpo di Stato, al momento la situazione del Myanmar non sembra avviarsi verso una pacifica conclusione. 

Le proteste continuano e allo stesso tempo gli arresti e le vittime salgono di numero ogni giorno: nel Paese spesso il collegamento internet viene interrotto e l’esercito birmano continua i propri raid all’interno dei quartieri delle città più importanti del Paese per scovare i manifestanti in fuga. 

I giovani birmani continuano la loro lotta per la libertà ma, senza un appoggio concreto da parte di attori internazionali, difficilmente nel Paese potrà riaccendersi la speranza per quella tanto desiderata “transizione democratica” che negli ultimi anni sembrava essersi instaurata all’interno del Myanmar. 

Difficile prevedere come si evolverà lo scenario politico nelle prossime settimane: l’unica certezza al è che l’escalation della violenza farà aumentare inesorabilmente il sangue nelle strade del Myanmar. 

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