PUÒ LA DUAL CIRCULATION CINESE CAMBIARE IL SISTEMA ECONOMICO GLOBALE?

Fonte: https://policycn.com/20-07-24-new-macroeconomic-paradigm/

La “doppia circolazione” pone enfasi sulla valorizzazione interna del mercato e su un approccio internazionale più equilibrato, ma quali prospettive offre per la comunità economica internazionale?

A seguito di una riunione del Politburo nel maggio 2020, il governo centrale ha dato il via alla strategia cinese di “doppia circolazione” come nuovo quadro organizzativo per lo sviluppo economico cinese. Tuttavia, i dettagli della strategia non sono stati delineati in modo chiaro, portando rapidamente a punti di vista divergenti.

Secondo alcuni analisti, la strategia segnala un cambio di rotta nella politica di Pechino, che guarda verso l’interno, lontano dal mondo. Per altri invece, la dual circulation sottolinea la continua apertura della Cina al mondo.

Tale ambiguità non è una novità per Pechino, basti pensare alle discussioni sulla “Belt and Road Initiative” o l’idea di costruire una “comunità condivisa di destino comune”. Vista in tal senso, la dual circulation non è tanto un’agenda politica specifica ma piuttosto un quadro per riformulare la discussione delle scelte politiche di Pechino, spostando l’enfasi dalla continua volontà di integrazione nella più ampia economia globale a un atteggiamento più misurato che guarda all’interno, basato sui meriti di tale integrazione

Che cos’è la “doppia circolazione” e perché è così rilevante per l’economia globale?

Nel 1978, la Cina ha iniziato la sua trasformazione economica grazie alle riforme di Deng Xiaoping e ad una sempre maggiore integrazione nell’economia globale, abbattendo ogni tipo di barriera economico-commerciale e promuovendo uno scambio facilitato di merci, servizi e persone. 

Contrariamente, la dual circulation divide esplicitamente il sistema economico globale in due sistemi di “circolazione” o attività economica: interna (o domestica) ed esterna (o internazionale). Le due “circolazioni” – o, si potrebbe dire, “sfere di attività” – si connettono tra loro, ma sono di natura diversa. Fondamentalmente, è la capacità del governo cinese di modellarli e controllarli ad essere diversa.

La “circolazione esterna”, ovvero l’economia globale, offre mercati di esportazione e grandi opportunità di investimento. È una fonte di preziose importazioni, investimenti diretti esteri e tecnologia, sebbene gli scontri recenti con gli USA abbiano dimostrato come questa sfera esca dal controllo di Pechino, divenendo così un fattore di rischio per l’economia cinese stessa. I dazi sulle esportazioni, i divieti sulle importazioni di semiconduttori e le sanzioni su alcune imprese cinesi, tra cui la più importante Huawei, ne sono un chiaro esempio. 

La “circolazione interna” invece, è più controllabile e governabile, sebbene si debba riconoscerne i limiti in un’economia di 1,4 miliardi di persone. La prosperità del mercato cinese richiede una continua crescita della produttività che supporti redditi più elevati per i cittadini cinesi.

Per ottenere ciò, il meccanismo deve basarsi sull’innovazione, la concorrenza e il potenziamento delle capacità interne. È questo il più grande ostacolo per il paese, perché un potenziamento della capacità interna richiede sforzi e azioni interne volte a ridurre parallelamente la dipendenza cinese dalle importazioni critiche, sia che riguardino semiconduttori, energia o cibo.

Un dilemma che tutti condividono

Le considerazioni economiche sono sempre più intrecciate con problemi di sicurezza e gestione del rischio. Nel dicembre 2020, il presidente Xi dichiarato di voler “trovare un equilibrio tra sviluppo (economico) e sicurezza” ponendo uguale enfasi su entrambi.

Bisogna però interpretare la definizione di sicurezza dal punto di vista cinese. Ad Hong Kong, una definizione recente includeva sicurezza ecologica, tecnologica, economica, culturale, territoriale, sociale e informatica. In questo contesto, il ruolo della “circolazione esterna” dipende da una valutazione dei benefici e dei rischi che può apportare a Pechino. 

Le considerazioni cinesi però sono problemi che qualsiasi altro governo nazionale condivide e che vertono principalmente su tre aree.  In primo luogo, bisogna capire quale sia il metodo migliore per sviluppare l’economia domestica. Nel caso della Cina, l’atteggiamento politico non è cambiato a seguito del lancio della dual circulation.

Vi è però maggiore attenzione sull’approccio da applicare per aumentare i consumi interni, sul ruolo delle imprese private rispetto a quelle statali, soprattutto quale via da seguire nel campo dell’innovazione e nell’ambito tecnologico, e come gestire i rischi finanziari. Tale approccio non differisce dall’approccio di altri paesi, soprattutto occidentali, i quali agiscono prima a livello nazionale per poi relazionarsi a livello globale, in modo più efficace. 

In secondo luogo, bisogna capire in che modo la “circolazione esterna” soddisfi le esigenze di un paese, quali vantaggi se ne possono trarre e quali i rischi a cui si va incontro. Una volta valutati questi, bisognerebbe capire quali politiche e in quali termini l’economia domestica dovrebbe implementare all’interno della più ampia economia globale.  Una possibile e ovvia alternativa è l’apertura sempre maggiore verso mercati esteri.

Sebbene possa essere scontato, bisogna sempre tenere a mente il caso della Corea del Nord e il suo estremo isolamento, economico e politico. Dunque, la natura e i termini della connettività ritornano ad essere alcune delle principali variabili politiche, e i governi possono modificare i termini sulla base di una valutazione dei benefici e dei rischi.

In terzo luogo, bisogna capire quale sia l’atteggiamento migliore per modellare lo sviluppo dell’economia globale. La Cina, ad esempio, ha investito sempre più tempo e sforzi in organizzazioni multilaterali, esistenti e no, apportando una mutazione graduale nel sistema politico internazionale. 

Senza dubbio, il secondo punto è quello che desta più preoccupazioni. Il dibattito internazionale si è concentrato sui rischi piuttosto che sui benefici dell’integrazione nell’economia globale, facendo in particolare come il limite tra interdipendenza e dipendenza economica sia poco definito. In aggiunta, economia e sicurezza sono diventate così interconnesse che non è più possibile separarle. Le connessioni politiche tra i paesi e il ruolo pervasivo della tecnologia nella prosperità economica e nella sicurezza contribuiscono ancor più a questo fenomeno.

Inoltre, le ipotesi da parte di alcuni analisti secondo cui tutti i paesi convergerebbero sui modelli occidentali di governance sociale ed economica sembrano adesso svanire; tuttavia, le differenze stanno aumentando.

Man mano che queste aumentano e il potere economico si uniforma, ci si può aspettare una maggiore separazione e cautela reciproca da parte dei governi. E così, al di là della Cina, è possibile assistere ad un sistema in cui i governi nazionali impongono sempre più condizioni su come la propria realtà domestica si connette con quella globale.

Negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in tutta l’UE, in India e altrove, i governi sono più attivi nello sviluppo delle proprie capacità tecnologiche e nella riduzione della dipendenza da fornitori esteri potenzialmente ad alto rischio, in particolare quelli cinesi.  

Dunque, non solo la Cina, ma anche gli Stati Uniti, la Germania e il Regno Unito, per citarne solo tre, stanno provando ad instaurare una capacità produttiva di alto livello. Il Regno Unito ha introdotto la legge sulla sicurezza nazionale e sugli investimenti per applicare una lente di sicurezza nazionale alle acquisizioni straniere di beni britannici.

La nuova amministrazione Biden ha avviato un’ampia revisione delle catene di approvvigionamento per identificarne i rischi in settori come i semiconduttori, le batterie e i prodotti farmaceutici. Anche l’India e l’UE hanno aumentato il controllo sugli investimenti esteri. Lo scopo di queste politiche è di garantire che lo “straniero” serva gli interessi nazionali, evitando di esporre le rispettive economie a rischi di diversa natura. 

Anche il terzo punto, ovvero come plasmare l’economia globale, ha assunto una diversa connotazione. Prima della pandemia da covid-19, l’economia mondiale era basata sull’integrazione continua, un sistema piatto in cui non vi erano barriere e i paesi interagivano di comune accordo, all’interno del più ampio quadro comune dell’Organizzazione Mondiale per il Commercio.  

Adesso, invece, è più comune assistere ad accordi bilaterali o regionali, ma raramente del tutto comprensivi, ad eccezione dell’UE, sebbene si debba tener conto della Brexit a seguito della quale il Regno Unito è passato dall’essere parte della “circolazione interna” dell’UE a una parte della sua “circolazione esterna”. 

Conclusione 

In definitiva, la dual circulation è da intendersi come un quadro organizzativo piuttosto che un insieme di prescrizioni politiche, un quadro che separa le due distinte circolazioni o sfere di attività economica e che pone i riflettori su come le due siano collegate.

Per quanto riguarda la Cina, il dibattito occidentale si incentra sempre più sul decoupling, cioè il disaccoppiamento, ovvero quel processo atto a rilocalizzare la produzione delle imprese americane in settori strategici fuori dalla Cina verso altre destinazioni, quali Asia o stessi Stati Uniti. 

Tuttavia, questa rimane solo una possibilità dal momento che la Cina nel 2020 ha attratto il maggior numero di investimenti esteri.

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