LULA LIVRE: IL BRASILE VERSO UN ANNO DI TENSIONE POLITICA

A seguito della sentenza del giudice fachin il processo nei confronti dell’ex presidente del brasile lula è stato annullato, aprendo nuovi scenari in vista delle future elezioni.

Lo scorso 8 marzo il giudice della Corte Suprema brasiliana Edson Fachin ha dichiarato nulle le condanne nei confronti dell’ex Presidente Luiz Inacio Lula da Silva, uno dei principali volti della sinistra nella regione latino-americana. L’annullamento è derivato da un vizio procedurale, dovuto alla sede in cui si è svolto il processo.

Sono state, infatti, le autorità dello stato del Paranà a giudicare Lula, ma, secondo il Giudice Fachin, si trattava di un compito spettante unicamente al tribunale della capitale Brasilia. Il processo, secondo il pronunciamento di Fachin, andrà quindi ripetuto nella sede opportuna. Lula, dunque, non è stato ancora dichiarato innocente

Lula era stato condannato il 12 luglio 2017 a seguito delle indagini legate alla “Operazione Autolavaggio” (Operação Lava Jato), una colossale investigazione partita da un ristretto giro di riciclaggio di denaro, ma poi allargatasi al coinvolgimento delle più alte sfere del potere brasiliano. 

L’operazione lega grandi aziende pubbliche e private a numerosi senatori, deputati ed ex Presidenti, attraverso una fitta rete di favori, scambi illeciti di denaro e compravendita di parlamentari. In questo quadro Lula viene ritenuto colpevole di aver ricevuto in maniera illecita finanziamenti da PETROBRAS, l’azienda petrolifera statale, oltre ad altri favori di natura economica. Questa situazione non può che ricordare i primi anni Novanta in Italia, caratterizzati dallo scandalo dei processi di “Mani Pulite”. 

È proprio alla vicenda italiana che dice di ispirarsi Sergio Moro, il giudice federale che ha condotto le indagini fin quando non è stato nominato da Bolsonaro come Ministro della Giustizia. È stato lo stesso Moro a condannare in primo grado Lula a nove anni e mezzo di prigione, saliti poi a 12 anni in appello.

Il 5 aprile 2018 Lula si consegnava alle autorità, venendo poi condotto in carcere, dove ha trascorso un anno e sette mesi, prima di essere liberato a seguito di un cambiamento delle norme relative al regime di detenzione preventiva per gli imputati ritenuti colpevoli in secondo grado. Tale condanna ha reso incostituzionale la candidatura di Lula alla presidenza per le elezioni del 2018, lasciando la strada spianata alla vittoria di Jair Bolsonaro.

La condanna di Lula è tutt’ora materia molto controversa e ha contribuito a rendere il dibattito politico brasiliano irreversibilmente polarizzato e tossico. Molti aspetti del processo risultano essere quanto meno opachi, a partire dal ruolo del giudice Moro, contemporaneamente Capo delle indagini e Giudice nel processo di primo grado.

A gettare un’ulteriore ombra sulla questione sono le intercettazioni emerse nel giugno 2019, riguardanti uno scambio di messaggi che evidenziavano una possibile cospirazione tra i giudici coinvolti a vario titolo nell’Operazione con il fine di condannare Lula ed evitarne una successiva candidatura.

La corrispondenza, che vedeva coinvolto anche il volto noto dell’indagine, il giudice Moro, ha fatto riemergere anche numerosi altri dettagli sulla spregiudicatezza con cui quest’ultimo ha portato avanti l’Operazione, ad esempio scegliendo di giudicare Lula nel suo feudo di Curitiba, città in cui lavorava e da cui è partita l’indagine.

Perfino una delle massime esperte in ambito di corruzione politica, la Professoressa di Yale Susan Rose-Ackerman, citata anche da Moro come suo punto di riferimento, ha chiesto la liberazione immediata di Lula, definendolo vittima di una persecuzione politica. 

Le intercettazioni diventano un caso quando Moro è già Ministro della Giustizia da più di un anno, riportando sotto i riflettori le polemiche nate dalla decisione del giudice di entrare a far parte del governo Bolsonaro. L’immagine di paladino dell’anticorruzione, assolutamente super partes, senza motivazioni politiche o aspirazioni personali a spingere il suo operato, è andata progressivamente sgretolandosi.

Moro attualmente non è più Ministro: si è dimesso a seguito di numerose polemiche con lo stesso Bolsonaro rispetto alle ingerenze negli affari della Giustizia di cui accusava il Presidente. 

La task force dell’Operação Lava Jato è stata ufficialmente smantellata ad inizio 2021, dopo che molti esponenti politici, tra cui il Presidente, avevano attaccato la deriva politica che stava prendendo. Il procuratore capo dell’Operazione ha recentemente affermato che non è solo Lava Jato ad essere a rischio, ma l’intero sforzo brasiliano di lotta alla corruzione.

Secondo parte della stampa brasiliana il cambio di rotta delle forze politiche, molte delle quali elette con il mandato della lotta alla corruzione, è dovuto al coinvolgimento sempre più amplio delle stesse nei crimini indagati. Lo stesso Bolsonaro, i cui figli Carlos, Eduardo e Flavio sono stati a rischio indagine, ha recentemente dichiarato che il Brasile sarebbe uno Stato a corruzione zero; in generale, non vi è più nessun interesse politico nel far proseguire l’Operazione.

In questo quadro, però, la notizia dell’annullamento del processo di Lula e della necessità di iniziarne uno nuovo, potrebbe riaccendere la miccia giustizialista nella società brasiliana e, non da ultimo, anche tra le forze di governo. 

È altrettanto credibile l’ipotesi per cui la sentenza di Fachin, da sempre un grande sostenitore dell’Operazione, sia in realtà un tentativo in extremis di salvare Lava Jato, puntando sia sul clima generato da un secondo processo a Lula, sia sul difendere in qualche modo la credibilità a Moro.

Gli avvocati di Lula, infatti, in caso di una decisione che andava a ribadire la colpevolezza dell’ex presidente, sarebbero passati ad attaccare Moro per minare il processo. Per Moro, secondo tale scenario, la sentenza Fachin potrebbe essere una buona notizia, essendo quasi certo che a questo punto gli verrà risparmiata un’indagine sulla sua imparzialità nella conduzione delle indagini e del processo stesso.

L’altro dato importante è che, annullando il procedimento per incompetenza del tribunale giudicante, le prove utilizzate nel processo di Curitiba potranno essere riutilizzate anche a Brasilia, possibilità che non esiste in caso di annullamento per comprovata parzialità di Moro nella conduzione di quello che era il suo ruolo prima di capo delle indagini e poi di giudice.

Il dato di fatto è che ad oggi Lula è ricandidabile e le probabilità che lo rimanga entro il 2022, anno delle elezioni, è alta. Nelle prossime settimane la Corte Suprema dovrà decidere se confermare la sentenza del giudice Fachin oppure ribaltarla, riportando Lula allo status di condannato privo di diritti politici.

Sicuramente la prima opzione è la più probabile, essendo in linea con le precedenti decisioni della stessa Corte. A quel punto sarebbe necessario ripetere il processo, ma questa volta a Brasilia. L’esito del processo sarebbe tutt’altro che scontato: non è assolutamente detto che Lula venga dichiarato innocente, il Giudice della Corte Suprema non si è espresso in merito, ma non è nemmeno detto che ciò comporti che egli alla fine risulti colpevole.

In entrambi i casi è probabile che, tra i due gradi di giudizio e l’appello, si vada ben oltre il 2022, rendendo così candidabile, seppur sotto processo, Lula. 

Da questo discorso ne derivano altri due ancora più imprevedibili: il Partito dei Lavoratori deve decidere se è sostenibile candidare una figura polarizzante e a rischio condanna come quella di Lula; l’eventuale campagna elettorale del prossimo anno sarà durissima e probabilmente avrà conseguenze laceranti sul tessuto sociale brasiliano.

Per quel che riguarda l’eventuale candidatura, Lula è l’unica figura che nei sondaggi è costantemente dato in vantaggio sull’attuale presidente Bolsonaro. D’altronde, anche ai tempi dell’indagine risultava essere il grande favorito per la vittoria finale, a differenza dei suoi colleghi di partito come Haddad, il candidato scelto nel 2018 dalla sinistra a seguito dell’esclusione di Lula. 

Sembrerebbe quindi inevitabile un’eventuale candidatura del già due volte Presidente Lula, ma sarebbe miope non considerare il nuovo processo che potrebbe confermare la colpevolezza di quest’ultimo oltre ad aggiungere nuovi dettagli potenzialmente insostenibili giudiziariamente e politicamente.

Questa spada di Damocle preoccupa non poco il Partido dos Trabalhadores (PT), il quale se si concentrasse unicamente sulla figura dell’ex Presidente potrebbe trovarsi senza candidato a ridosso delle elezioni o comunque potrebbe fare i conti con un Presidente giudicato colpevole di corruzione. In questo caso, comunque, Lula potrebbe far uso dell’immunità presidenziale, il che è un ulteriore motivo per cui la sua candidatura risulti come la più probabile.

La scelta che spetta alla coalizione di sinistra è senz’altro complicata, soprattutto se vista in una prospettiva post Lula, ma ad oggi le possibilità di una candidatura diversa rimangono estremamente ridotte. 

Ipotesi sugli effetti che potrebbe avere sulla società brasiliana una campagna elettorale che contrapponga Lula a Bolsonaro sono, invece, difficilmente immaginabili.

Sicuramente i toni della scorsa elezione fanno pensare al peggio, ricordiamo che Bolsonaro ha subito un tentato omicidio e molti esponenti del PT sono stati vittime di minacce e violenze. È facile prevedere che i mesi che ci separano dalle elezioni del 2022 saranno caratterizzati da una crescente tensione sociale e il rischio è che le elezioni saranno la goccia che farà traboccare il vaso è reale.

Sarà un anno complesso per il Brasile, ma è tanto auspicabile, quanto improbabile, un’inversione di rotta di entrambe le parti. 

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