Il KENYA RESPINGE LA RICHIESTA DI DEPENALIZZAZIONE DELLE MUTILAZIONI GENITALI FEMMINALI

L’Alta Corte del Kenya ha respinto la richiesta di depenalizzazione delle mutilazioni genitali femminili (Mgf) presentata dal medico Tatu Kamau. 

Kamau aveva definito il divieto di praticare le mutilazioni incostituzionale in quanto in questo modo si ostacola il diritto della donna di decidere liberamente sul proprio corpo. Il medico aveva motivato la sua posizione sostenendo che se le donne possono decidere di bere, fumare, arruolarsi, o intraprendere qualunque azione che può causare un danno al loro corpo, devono essere messe nelle condizioni di poter decidere anche sulla mutilazione genitale. 

Tuttavia la sentenza dei giudici dell’Alta Corte non ha lasciato spazio alle argomentazioni avanzate dal medico. 

Nella sentenza infatti si legge che le prove presentate hanno dimostrato come la mutilazione genitale non si presenti quasi mai come una scelta libera delle donne ma, piuttosto, come la conseguenza di una serie di pressioni culturali e sociali.

I giudici hanno evidenziato gli effetti negativi della pratica, dichiarando che quest’ultima viola il diritto alla salute, alla dignità e, in alcuni casi, il diritto alla vita della donna. Inoltre la sentenza evidenzia che la tesi sostenuta da Tatu Kamau era priva di qualunque sostegno da parte dell’opinione pubblica. 

Le mutilazioni sono state vietate in Kenya nel 2017. Nel 2011 è stato approvato il Kenya’s Female Genital Mutilation Act che ha introdotto una pena detentiva di tre anni per chiunque sia ritenuto colpevole di aver eseguito la pratica.

Le mutilazioni genitali sono purtroppo ancora molto radicate in Africa, Asia e Medio Oriente, e si stima infatti che circa 200 milioni di donne, in tutto il mondo, sono sottoposte alla rimozione parziale o totale dei genitali.

Secondo i dati dell’agenzia delle Nazioni Unite per la salute sessuale e riproduttiva, in Kenya una donna su cinque, di un’età compresa tra i 15 ei 49 anni, è stata sottoposta a questa procedura. 

A volte la mutilazione avviene anche su donne molto più giovani. In alcune comunità infatti una ragazza è considerata adulta già a 12 anni, alla comparsa del suo primo ciclo mestruale.

La sentenza lancia però il segnale di un’azione sinergica delle istituzioni verso questa direzione.

Emerge infatti una comunione di intenti sia sul piano giurisdizionale che politico. 

Lo stesso Presidente Uhuru Kenyatta ha annunciato di voler risolvere definitamente la questione entro il 2022. 

Tuttavia l’obiettivo potrebbe essere ostacolato dai problemi strutturali del Paese come la criminalità e l’insicurezza. Inoltre la distanza dei centri urbani dalle aree rurali comporta la frammentazione del sistema giuridico-istituzionale finendo per influire sull’efficacia della legge e sulla tutela dei diritti.

Giusy Monforte

Cari lettori, ho il piacere di presentarmi, sono Giusy Monforte, analista dell’Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI).
La mia passione per la geopolitica è iniziata a Catania, dove mi sono laureata in Politica e Relazioni internazionali. Successivamente mi sono spostata a Napoli, città che mi ha letteralmente incantata per la sua capacità di restare fedele alle sue radici identitarie pur guardando verso l’Europa. A Napoli ho conseguito una laurea magistrale in Studi Internazionali presso “L’Orientale”, dedicando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo la laurea ho continuato i miei studi e non ho mai smesso di scrivere: ho collaborato con diverse riviste di geopolitica.
Ho avuto la fortuna di salire a bordo di questo Think Tank sin dall’inizio riuscendo, in questo modo, a dare il mio contributo dalle sue prime manovre e a crescere professionalmente insieme ad esso. Allo IARI mi occupo soprattutto di temi afferenti al costituzionalismo in Africa e negli Stati a maggioranza musulmana.
La mia curiosità verso il mondo si riversa probabilmente anche nelle altre attività.
Dedico il resto del mio tempo alla ricerca delle scoperte musicali e vado spesso ai Festival che ti permettono di spaziare dal dreampop alla Jazztronica, senza sembrare una persona confusa, e a condividere, contemporaneamente, la passione per la musica con persone provenienti da tutto il mondo. Amo viaggiare, oltre che fisicamente, anche attraverso il cinema: seguo con particolare interesse il cinema iraniano e coreano, ma confesso che il mio cuore appartiene al canadese Xavier Dolan.
La parola che odio di più è etnocentrismo: spesso si ignora che non esiste solo una prospettiva e che la realtà ha diverse facce se imparassimo a guardarla con gli occhi degli altri.
La mia parola preferita, invece, è prònoia: perché l’universo può giocare anche a nostro favore ma a volte lo dimentichiamo

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