UNA SENTENZA IMPORTANTE CONTRO UN FUNZIONARIO DI ASSAD

La condanna di un funzionario siriano in Germania è un precedente importante su scala globale, mentre in Siria si continua a morire. 

A febbraio scorso l’Alta Corte Regionale di Coblenza in Germania ha condannato a quattro anni e mezzo di carcere un agente dei servizi di sicurezza siriani per crimini contro l’umanità. Eyad al – Gharib, 44 anni, si occupava dell’arresto e del trasporto di dissidenti verso la prigione politica di Damasco, conosciuta come al – Khatib, all’interno della sezione 251 dei servizi per la sicurezza dello stato. In origine rischiava dieci anni, ma la defezione e la testimonianza sono state considerate attenuanti dalla Corte.

Con l’accusa di favoreggiamento di crimini contro l’umanità, al – Gharib era stato arrestato in Germania lo scorso anno, dove si trovava a partire dal 2018, assieme a Anwar Raslan, suo superiore a capo dell’unità investigativa della sezione 251, la cui sentenza è attesa per la fine dell’anno. 

Ho approfondito l’avvio del processo in questione qui

Si tratta del primo processo in ambito internazionale durante il quale sono stati presi in esame i crimini commessi dal governo di Assad; un processo che ha determinato una prima condanna di un funzionario governativo – al di là, poi, degli anni di condanna assegnati o del ruolo ricoperto dal colpevole negli ingranaggi del sistema siriano. 

Da molti descritta come un precedente importante, la decisione del tribunale tedesco compromette il senso di impunità di cui si fa forte il Presidente e manda un messaggio piuttosto chiaro ai vecchi e nuovi esponenti del sistema di potere siriano: in Europa si riconoscono i crimini commessi dall’apparato governativo – ben documentati dal meticoloso e coraggioso lavoro politico dei siriani e delle siriane, dei rifugiati e delle rifugiate, di attivisti e attiviste e organizzazioni per i diritti umani, senza i quali, tra l’altro, l’avvio di tutto questo non sarebbe stato possibile. Inoltre, questa sentenza arriva in un periodo cruciale per Bashar. Egli è infatti impegnato nella strenua ricerca di legittimità e copertura occidentale, necessaria per essere riammesso a pieno titolo nella società internazionale e per ottenere maggiori aiuti per la ricostruzione. 

Tuttavia, è importante tener sempre presente il consueto cinismo degli stati nell’orientarsi in politica estera a seconda dei loro interessi di potenza. Tant’è che a Coblenza, così come in Norvegia, Svezia, Francia dove sono in corso processi simili a quello in esame, è stato necessario far ricorso al principio di giurisdizione universale per svincolarsi, da un lato, dal veto imposto da Russia e Cina in sede di Nazione Unite e, dall’altro, dall’incapacità europea e statunitense di assumere una posizione coerente a sostegno del popolo siriano, delle sue richieste di libertà, e in difesa dei diritti umani.

A che punto è la questione siriana

A dieci anni dall’inizio del conflitto, la questione siriana sembra ormai essere lontana dai riflettori; nessuno tra gli attori statali coinvolti sembra aver interesse a danneggiare il raìs, sotto il cui nome vige ormai da tempo un equilibrio precario che viene scontato quotidianamente sulla pelle dell’intera popolazione civile. Un equilibro che peraltro pare destinato a durare ancora per un po’.

Ad esempio, i raid USA di qualche settimana fa, oltre a essere in linea con l’approccio dell’amministrazione Trump, non fanno sperare in un possibile cambio di passo da parte di Biden. Egli infatti pare, almeno per il momento, continuare a servirsi dello scontro siriano per ristabilire i termini del rapporto con l’Iran. D’altra parte, Biden fu vicepresidente di Obama, la cui amministrazione diede massima importanza al raggiungimento del Piano d’azione congiunto globale, intervenendo in Siria contro Daesh e mai contro Assad e, pertanto, non sorprende la continuitàin cui ha scelto di posizionarsi il nuovo Presidente USA rispetto ai suoi predecessori. 

Ciononostante, è innegabile l’importanza simbolica di questa prima decisione giudiziaria, per i motivi sopraelencati, ma anche per la conferma, nuovamente a disposizione del mondo, della forza e tenacia politica dei siriani e delle siriane, che seppur costretti ad abbandonare il proprio Paese, continuano ad organizzarsi, sfidando – dal basso – Assad e i suoi alleati, senza smettere di sperare in un possibile migliore, nonostante il difficile stato delle cose presenti.

In questo senso, come sottolinea Lorenzo Trombetta, è necessario considerare il diverso impatto politico che la condanna di al – Gharib ha avuto tra chi vive la condizione di siriano e siriana in diaspora e chi è invece rimasto nel Paese.  

Se tra i primi la sentenza ha sicuramente avuto particolare risonanza, sui secondi, al contrario, pare abbia avuto un impatto politico piuttosto minimo proprio a ragione delle diverse prospettive di lotta determinante dalle differenti condizioni materiali di vita di partenza. 

La situazione interna in Siria è infatti disastrosa: si stimano perdite per circa 530 miliardi di dollari a causa del conflitto; il tasso di povertà raggiunge l’85%; il WfP denuncia che quasi il 60% della popolazione è a rischio insicurezza alimentare; il PIL del Paese è diminuito a circa 21,6 miliardi di dollari USA nel 2019. A tutto questo si aggiungono la crisi finanziaria del vicino Libano – economia storicamente essenziale per il mercato siriano – e il crollo della moneta siriana – che a fine 2019 ha raggiunto il suo minimo storico rispetto al dollaro.

Questo ha inevitabilmente inciso negativamente sul costo delle importazioni, sulla capacità d’acquisto dei siriani e delle siriane e sul prezzo dei beni di prima necessità. Accanto alla mancanza di cibo la popolazione siriana sta soffrendo di una carenza cronica di carburante ed elettricità dovuta a una molteplicità di cause sovrapposte: dalla guerra alla crisi libanese a quella pandemica. 

In più, si stimano circa 6,6 milioni di rifugiati e 6,1 milioni di sfollati interni – questo sicuramente a causa del conflitto, ma anche per le precise scelte politiche di dislocamento di intere frange di popolazione agite dal governo in parallelo alle sue strategie militari di riconquista del territorio. 

Nonostante l’esistenza di diverse aree di influenza nel Paese, Assad resta ancorato al potere, controlla il 70% del territorio e si prepara alle prossime elezioni forte delle alleanze e relazioni clientelari – domestiche, regionali e internazionali – che gli hanno permesso di resistere fino ad oggi.

Tuttavia, le sfide socioeconomiche interne e le nuove fratture determinate da più di un anno di pandemia pongono seri dubbi sulla sua futura capacità di controllo e mantenimento delle reti affaristiche che l’hanno aiutato a sopravvivere. Su tutti Russia e Iran, i suoi più stretti alleati, alle prese con le proprie crisi interne, stanno allentando la loro capacità d’aiuto al regime. 

Le forti disuguaglianze sistemiche che hanno determinato le sollevazioni popolari nel 2011 non solo sono rimaste totalmente irrisolte, ma sono ormai esacerbate dalla situazione corrente. Pertanto, quella con cui dovrà fare i conti Assad – assieme alla resistenza persistente dei siriani e delle siriane in diaspora – è una società sì martoriata, ma tutt’altro che pacificata. 

Il 15 marzo la tawra siriana compie dieci anni e l’eredità che porta con sé – il pacifismo, la laicità, la spontaneità e la creatività politica – sarà difficile da cancellare e continuerà a rappresentare un paradigma globale di aspirazione popolare alla libertà. 

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