IL GENOCIDIO DI HALABJA

Il 15 marzo, sono 33 anni da quando il Regime Baathista di Saddam Hussein usò un agente chimico per bombardare la città di Halabja nel Kurdistan iracheno, causando la morte di circa 8,000 persone. Questo attacco fu il primo di otto campagne militari portate avanti da Saddam e suo cugino al-Majid con l’intento di eliminare la popolazione curda dallo Stato dell’Iraq. Questo studio vuole mettere luce sull’accaduto, spesso dimenticato dai media occidentali e analizzare le conseguenze sulla popolazione curda.

Le Campagne al-Anfal

Nel 1988 Saddam Hussein, insieme a suo cugino Ali Hassan al-Majid, concluse otto spedizioni militari con l’intento di “stamp out Kurdish life” (libera traduzione personale: “cacciare i curdi dalla faccia della terra”). Durante queste missioni, Saddam incaricò suo cugino di eliminare la cultura curda e indebolire il popolo – così da evitare qualsiasi protesta oppure richiesta d’indipendenza -, ma ben presto al-Majid decise che sopprimere la popolazione direttamente fosse più semplice. 

Al-Anfal è il nome dell’ottava sura del Corano, e sta per ‘il bottino’ di guerra. Il termine è stato usato dai militari iracheni per descrivere e giustificare i loro interventi militari contro i curdi. Analizzando quanto successo, il 23 febbraio 1988 ebbe inizio la prima campagna militare nella Valle di Jafati. Si concluse il 19 marzo dopo l’attacco chimico, con l’utilizzo di cianuro, sulla città di Halabja.

La seconda missione ebbe inizio il 22 Marzo e terminò il 2 Aprile, ed ebbe luogo sulle montagne di Qaradagh. Durante questa seconda campagna, furono bombardate anche le sedi dei due partiti curdi principali, il KDP e il PUK, e coloro che non morirono durante l’attacco “sparirono” o furono giustiziati. Tra il 7 e il 20 aprile al-Majid attaccò la Valle di Germain, distruggendo circa 120 villaggi.

Kirkuk e l’area di Koyeh furono invece i bersagli nella quarta spedizione avvenuta tra il 3 e 7 Maggio, mentre Erbil e tutte le zone intorno furono attaccate durante la quinta, sesta e settimana spedizione, che durò tutto il mese di maggio fino alla metà di agosto. Infine, l’ultima campagna militare avvenne il 28 agosto e durò fino al 3 settembre. In questa occasione furono attaccate le ultime città curde rimaste “vive” nella regione di Badinan.

Halabja

Samantha Power, una nota diplomatica e giornalista statunitense, nel suo libro vincitore di un Premio Pulitzer, “A Problem from Hell. America and the Age of Genocide”, scrisse che le campagne al-Anfaluccisero circa 100,000 curdi, esclusi quelli costretti a scappare o spariti. Inoltre Power, nel suo libro, evidenzia che le campagne in realtà furono un vero e proprio genocidio, nonostante ancora oggi molti paesi non lo riconoscano.

Secondo l’articolo 2 della Convenzione per la Prevenzione e la Repressione del Delitto di Genocidio (New York, 1948), “per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale: (a) uccisione di membri del gruppo, (b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo, (c) sottoposizione deliberata del gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale, (d) misure miranti ad impedire nascite all’interno del gruppo, (e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro.” Dunque, secondo quanto riportato dalla convenzione, ciò che accadde durante le campagne al-Anfal, ed in particolare nella città di Halabja, fu un genocidio. 

Ad oggi, i paesi che riconoscono gli eventi di Halabja come un genocidio sono molto pochi, tra questi l’Olanda, il Regno Unito, la Sud Korea e l’Iraq. L’Unione Europea, invece, ha aderito al background paperdell’organizzazione internazionale UNPO, ma non ha ancora riconosciuto le campagne al-Anfal o l’attacco chimica su Halabja come un vero genocidio. 

Prospettive curde

Secondo l’Istituto Curdo di Washington, la tragedia di Halabja e le campagne al-Anfal potevano essere prevenute se la popolazione curda avesse precedentemente acquisito l’indipendenza. Avere indipendenza, secondo l’istituto, vuol dire essere riconosciuti, che a sua volta significa avere autorità, sovranità, e godere dell’aiuto della società internazionale. Infatti, sempre per l’istituto, se io curdi avessero avuto indipendenza, le spedizioni militari al-Anfal, non sarebbero avvenute – o almeno, solo in parte. 

Per la popolazione curda, il massacro di Halabja rimane ancora oggi ricordato come il peggior attacco subito. Ogni anno, la società curda irachena ricorda i morti di quel giorno, e di tutte le campagne al-Anfal. Ciò che accadde ad Halabja non fu il primo né l’ultimo attacco ai curdi iracheni, che continuano ancora oggi ad essere messi da parte e discriminati per la propria cultura – nonostante il loro status regionale semi-autonomo. La comunità internazionale ha ancora molto da fare per i curdi, e non solo per quelli in Iraq, ma anche per coloro che vivono in Siria, Iran e Turchia o costretti a scappare all’estero. Ma, come ha riportato l’Istituto Curdo, il mondo deve riconoscere le tragedie di un popolo prima di aiutarli, riconoscerli o intraprendere negoziati.  

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