LA CRISI POLITICA DI DAKAR: UN FOCUS SULLE FRAGILITÀ DEMOCRATICHE

Mai come in questi giorni il Senegal ha suscitato serie preoccupazioni da parte della comunità internazionale: i recenti scontri risulterebbero solo la prima fase di un terremoto profondo che presto rischia di scuotere le fragili fondamenta di Dakar. Quello che è successo tra esplosioni di granate, arresti politici, enormi manifestazioni popolari, uccisioni, incendi dolosi e grida contro il governo illegittimo attuale, può essere considerato l’incipit per l’avvio della fase successiva che probabilmente potrebbe equivalere ad una rivoluzione nazionale.

In questo quadro, tutto è iniziato con un’accusa di stupro contro Ousmane Sonko, leader del Patriots of Senegal for Work, Ethics, and Fraternity Party (PASTEF) che ha avuto modo di ottenere un crescente sostegno nel Paese. A tal riguardo, questa mossa da parte dell’attuale Presidente Macky Sall è stata vista come uno stratagemma per eliminarlo dallo spettro politico; d’altronde, a sostegno di questa valutazione, il fatto che la polizia ha arrestato non solo gli attivisti del PASTEF, ma anche i membri del Front for a Popular Anti-imperialist and Pan-African Revolution movement (FRAPP) e altre figure politiche, dimostrando che la tortura, strumento di repressione coloniale mantenuto da ogni regime autoritario dopo l’indipendenza, ha di nuovo fatto capolino in Senegal.

Ulteriormente, oltre alle restrizioni di accesso ai social media, confermate dal cyber security monitor Netblocks, le autorità hanno chiuso diverse emittenti televisive e radiofoniche private che avevano reso pubblici i numerosi video condivisi sui social media che mostrano forze di sicurezza che inseguono manifestanti disarmati a suon di spari.

Numerose organizzazioni per i diritti umani hanno lanciato l’allarme e Amnesty International ha chiesto alle autorità senegalesi di fermare gli arresti arbitrari di oppositori e attivisti, rispettare la libertà di riunione pacifica e la libertà di espressione e far luce sulle ombre del governo in carica.

Simultaneamente, il Senegal si è ritrovato letteralmente tra le fiamme ed è sull’orlo di un collasso non solo istituzionale ma anche sociale e umanitario. A tal riguardo, il punto nevralgico della crisi senegalese concerne il fatto che nessuna delle problematiche che persistono da anni, nonché le rivolte che ne sono conseguite che affliggono questo Paese dell’Africa occidentale, è stata gestita né sta per svanire: il Senegal è effettivamente in gravi difficoltà soprattutto perché è stato mal gestito negli ultimi vent’anni da leader non democratici, da Abdoulaye Wade all’attuale Presidente Macky Sall; essi hanno costantemente distrutto il suo tessuto sociale, politico ed economico, compreso il suo patrimonio ideologico che lo aveva reso uno dei simboli dell’efficacia del progresso democratico nel continente africano e ciò ha portato Dakar a tramutarsi in una delle tante autocrazie mediocri e illiberali che dilaniano l’Africa.

In tale contesto è importante sottolineare che l’immagine di una “democrazia modello”, un’isola di stabilità nella regione del Sahel, scolpita dal primo Presidente del Paese Léopold Sédar Senghor, risuona ancora a livello internazionale; nonostante ciò, il Senegal ha attirato attorno a sé potenti alleati, primo fra tutti la Francia, che hanno sostenuto i regimi successivi, chiudendo un occhio sull’autoritarismo e sulle violazioni dei diritti umani.

Di fatto, se inizialmente il Paese si è aperto a un sistema multipartitico negli anni Ottanta, dal 2000 in poi ha attraversato nuovamente due transizioni di potere di tipo autoritario nel 2000 e nel 2012 rispettivamente con Abdoulaye e Sall.

Tale concentrazione di potere nelle mani del Presidente deriva dal sistema iper-presidenziale ereditato dalla V Repubblica francese del 1958 e dalla Costituzione senegalese del 1963 che ha abrogato la figura del Primo Ministro dopo il rovesciamento dell’allora capo del governo Mamadou Dia. 

Ma ora che si è fatto luce sulle incongruenze del modello democratico del Senegal di fronte all’opinione pubblica internazionale, l’impunità per il regime di Macky Sall deve necessariamente cessare. Sotto questo profilo, qualche passo in tal senso è stato fatto nel 2018, allorquando la Corte di Giustizia della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale ha condannato lo Stato del Senegal per aver violato i diritti dell’ex sindaco di Dakar e del principale contendente presidenziale Khalifa Sall che è stato riconosciuto colpevole di appropriazione indebita e incarcerato nel 2017.

Inoltre, a causa del perdurare dell’attuale crisi politica del Paese, le Nazioni Unite hanno chiesto a tutti gli attori politici di esercitare moderazione e calma. Purtroppo, però, alfine di raggiungere una risoluzione alle fragilità democratiche del Senegal, non bastano le semplici dichiarazioni ma è necessario assumersi piena responsabilità e garantire la giustizia per i crimini commessi davanti ai tribunali senegalesi e internazionali.

In questa cornice, è importante porre l’attenzione su quale potrebbe essere lo scenario politico futuro del Senegal; Sall e Sonko sembrano essere i principali protagonisti delle prossime elezioni presidenziali del 2024 e i recenti avvenimenti suggeriscono un pre-campaign teso. In primo luogo, perché molti osservatori e protagonisti della scena politica senegalese ritengono che Sall, anche se non ancora ufficialmente annunciato, intenda candidarsi per un terzo mandato presidenziale; se davvero decidesse di correre di nuovo, le reazioni che sarebbero provocate da questo terzo termine incostituzionale sono già prevedibili, dato che è palese che i senegalesi appaiono stanchi delle nefandezze della vecchia classe politica. In secondo luogo, perché se il caso di stupro contro Sonko sfociasse in una condanna, sarebbe automaticamente squalificato dalla candidatura a Presidente e, anche in questo caso, non è difficile prevedere le pesanti conseguenze. 

Inoltre, c’è da dire anche che, ad oggi, tra gli attori politici fermamente fedeli al Presidente (Aïssata Tall Sall, Modou Diagne Fada, Idrissa Seck) e coloro che non possono candidarsi alle elezioni (Karim Wade, Khalifa Sall, e forse Sonko), il rischio che Sall possa candidarsi senza opposizioni alle elezioni presidenziali del 2024 è molto elevato.

A sostegno di tale prospettiva è l’esistenza di un precedente, ovvero il quadro politico che si è creato durante le elezioni del 2019: solo quattro candidati hanno affrontato il Presidente in carica, di cui solo due potevano sperare di batterlo, mentre gli altri 28 avevano visto respingere la propria candidatura dal Consiglio costituzionale.

Tirando le somme, è chiaro che il Senegal appare uno Stato molto fragile: non solo le conquiste democratiche senegalesi risultano irrisorie ma il suo processo di democratizzazione rischia sempre troppo facilmente di cadere nelle mani di dittatori, nemici del sogno democratico. 

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