KOSOVO SPECIALIST CHAMBERS: VERSO UN NUOVO FALLIMENTO?

Dal 2015, le Kosovo Specialist Chambers si presentano come una corte innovativa, con l’obiettivo di rendere giustizia alle vittime di crimini internazionali commessi in Kosovo tra il 1998 e il 2000. I primi casi, tuttavia, ne stanno già mettendo in discussione l’efficacia e si teme una nuova destabilizzazione dei Balcani. 

Il conflitto tra Albanesi e Serbi che devastò il Kosovo a partire dal 1998, e si concluse nel giugno dell’anno successivo con l’intervento delle forze aeree della NATO e il conseguente ritiro dal Kosovo delle truppe serbe al comando del Presidente serbo Slobodan Milosevic, che lasciò dietro di sé una scia di sangue e impunità per i gravi crimini internazionali commessi sia dalle forze militari e paramilitari iugoslave, sia dall’Esercito di Liberazione Nazionale per il Kosovo (UCK).

Sebbene la maggior parte degli ufficiali d’alto rango di nazionalità serba – accusati di aver fomentato l’odio inter-etnico nei Balcani sulla base dell’imperante nazionalismo degli anni ’80 e ’90 – siano stati perseguiti e condannati dal Tribunale Penale Internazionale per l’ex Iugoslavia (ICTY), e i casi minori siano stati affidati alle corti nazionali kosovare durante il protettorato delle Nazioni Unite (1999-2008), un consistente numero di crimini commessi dopo la fine della guerra rimane ancora senza colpevoli.

Si tratta, in particolare, dei crimini commessi dalle forze dell’UCK nei confronti delle minoranze etniche nel Paese – tra cui Serbi, Rom, Bosniaci e Ashkali – e degli Albanesi sospettati di aver collaborato con il governo serbo non solo durante la guerra, ma anche nel periodo immediatamente successivo all’intervento delle forze internazionali.

Ne va da sé che, per ogni crimine impunito, vi siano altrettante vittime a cui è negato l’accesso a giustizia, verità e riparazione. Questa triade viene posta alla base di un nuovo sistema giudiziario in cui la responsabilità penale per i crimini internazionali trascende i confini nazionali, assumendo sempre più spesso una nuova dimensione internazionale o addirittura universale. Per comprendere le ragioni del carattere innovativo delle KSC e valutarne il potenziale impatto è necessario analizzare brevemente le ragioni che hanno condotto al fallimento dei sistemi internazionali e domestici preesistenti nel rendere giustizia alle vittime del Kosovo, in particolare ai membri delle minoranze. 

Il fallimento dei tribunali internazionali e delle corti domestiche 

Nei ventiquattro anni del suo mandato, l’ICTY, istituito tramite una Risoluzione dell’ONU per perseguire i crimini commessi dopo il 1991 nell’ex Jugoslavia, si dimostrò incapace di –  o non intenzionato a – perseguire tutti gli autori dei gravi crimini internazionali commessi in Kosovo. L’elevato numero di casi, l’incapacità di proteggere vittime e testimoni, la distanza del Tribunale dalle aree di conflitto, i costi ingenti della giustizia e la lentezza di un sistema composto da un personale interamente internazionale figurano tra le principali ragioni che impedirono al Tribunale dell’Aia di occuparsi dei crimini perpetrati dalla maggioranza albanese in Kosovo, generalmente considerata la vittima innocente di un sistema dominato da una narrativa anti-serba. 

Al contempo, il mandato “universale” della Corte Penale Internazionale (CPI) ha manifestato i suoi limiti nel caso del Kosovo: la giurisdizione della prima Corte internazionale permanente è infatti limitata al solo periodo successivo all’entrata in vigore del suo trattato costitutivo (lo Statuto di Roma), ossia a partire dal 2 luglio 2002. Sarebbe tuttavia scorretto attribuire l’incapacità o la mancanza di volontà nel perseguire i crimini commessi dall’UCK nel dopoguerra ai soli meccanismi internazionali.

In un drammatico contesto post-conflitto, le corti domestiche kosovare, ancora in una fase embrionale composte da un personale kosovaro affiancato da giudici e procuratori internazionali, si rivelarono spesso incapaci di rendere giustizia alle vittime. Frequenti episodi di corruzione, minacce e intimidazioni, incomprensioni tra i giudici e difficoltà nel reperire ed ottenere un sufficiente numero di prove ostacolarono le indagini e le testimonianze, impedendo di identificare i responsabili e porre fine all’impunità per i crimini del dopoguerra. 

Inoltre, le forze della Missione delle Nazioni Unite per il Kosovo (UNMIK) e della Kosovo Force sotto l’egida della NATO (KFOR) incaricate di proteggere la popolazione kosovara da potenziali ritorsioni e violazioni dei diritti umani non solo fallirono nel loro compito[1] a furono addirittura accusate di aver commesso tali crimini.

Emerge quindi come, nel periodo post-bellico, il Kosovo fu caratterizzato da un vuoto giudiziario inconciliabile con il concetto di responsabilità penale individuale per i crimini internazionali. Le violenze commesse dall’UCK – tra le cui fattispecie emerge quella di traffico illegale di organi dei prigionieri – rischiavano di rimanere impunite, soprattutto poiché il passare del tempo solitamente comporta una crescente difficoltà sia nel reperire delle prove sia nell’ottenere testimonianze dettagliate da parte di vittime e testimoni.

La ‘‘svolta’’ nel perseguimento della giustizia in Kosovo

La svolta avvenne solamente nel 2010, quando un dettagliato rapporto presentato dal senatore svizzero Dick Marty in qualità di Rapporteur presso il Consiglio d’Europa (CoE) portò alla luce i crimini perpetrati contro le minoranze etniche nel Paese e gli albanesi sospettati di collaborazione con i serbi, accusando gli ex leader di spicco dell’UCK – oggi politici a capo della struttura statale kosovara – di esserne direttamente responsabili.

La conferma delle accuse da parte di un’apposita task force istituita dell’UE condusse all’istituzione, nel 2015, delle Kosovo Specialist Chambers (KSC) e dello Specialist Prosecutor’s Office (SPO). Composte da giudici internazionali ma parte della magistratura kosovara, le KSC, la cui creazione richiese un emendamento della Costituzione del Kosov, sono una “corte ibrida” con sede a L’Aia, nei Paesi Bassi, incaricate di perseguire in modo imparziale i crimini internazionali commessi in Kosovo tra il gennaio 1998 e il 31 dicembre 2000. 

La natura ibrida di questo meccanismo innovativo non risiede tanto nella composizione del suo personale, interamente internazionale, bensì nella sua base giuridica, stabilita nell’Articolo 162 della Costituzione del Kosovo e successivamente affinata nella legge n. 05/L-053 del 2015, al fine di facilitare l’integrazione di norme internazionali ed elementi dello stato di diritto nei sistemi giuridici kosovari.

 Le KSC, infatti, si propongono innanzitutto come l’unica opzione valida per perseguire i crimini internazionali commessi in Kosovo tra il 1998 e il 2000 contro le minoranze e i sospetti dissidenti grazie alla specificità temporale e geografica del loro mandato. In secondo luogo, la composizione interamente internazionale di giudici e procuratori e l’istituzione della Corte in un Paese terzo conferirebbero al nuovo meccanismo giudiziario un aspetto di imparzialità, evitando le pressioni politiche e le intimidazioni che avevano costretto i giudici delle corti preesistenti ad assolvere alcuni ex leader dell’UCK per assenza di prove o testimonianze contraddittorie. 

Infine, a detta dei giudici e della comunità internazionale, l’attività della Corte potrebbe contribuire alla creazione di un forum di discussione tra gli attori locali vòlto ad analizzare le cause del conflitto e a ricercare delle soluzioni per una futura coesione sociale e stabilizzazione del Paese, elemento che ne rafforzerebbe la credibilità internazionale.  

Tuttavia, sebbene la comunità internazionale sia convinta che il nuovo meccanismo ibrido riuscirà a rendere giustizia alle vittime kosovare, contribuendo al contempo allo sviluppo del diritto penale internazionale, le KSC non godono del supporto e della legittimazione dalla maggioranza della popolazione kosovara. Spesso definite come un tribunale tendenzioso e ingiusto, sono per molti espressione di un nuovo imperialismo e dimostrazione dell’ingerenza occidentale negli affari interni di uno Stato sovrano. 

La lontananza della Corte avrebbe inoltre contribuito a rafforzare lo scetticismo generale nei confronti di un nuovo e inutile ‘deus ex machina’, un ‘insulto’ ai combattenti che liberarono il Kosovo dall’oppressore serbo.

Considerazioni finali e prospettive future 

Attualmente sette ex membri dell’UCK sono sotto processo dopo essere stati accusati per coinvolgimento diretto nei gravi crimini commessi nel conflitto del 1998-1999 e nel periodo successivo. Tra questi, l’ex Presidente del Kosovo Hashim Thaçi che, indagato dalla Procura per crimini contro l’umanità e crimini di guerra, persecuzioni e torture, ha dato le sue dimissioni lo scorso 5 novembre per affrontare le accuse. 

Nonostante la recente apertura dei primi casi, l’attività delle KSC è già stata messa in discussione quando è giunta voce di una fuga di notizie riservate, tra cui i nomi dei testimoni, indirizzata all’associazione dei veterani dell’UCK. Questo episodio rischia così di mettere in serio pericolo le indagini, il futuro dei processi e la credibilità dell’istituzione stessa, che manca ancora di legittimazione e fiducia. 

È quindi sempre più diffuso il timore che l’attività delle KSC possa produrre un effetto opposto a quello auspicato dalla comunità internazionale, ossia inasprire ulteriormente l’odio interetnico di lunga data tra i popoli del Kosovo. Un aumento delle tensioni interetniche non solo rischierebbe di trasformare il Kosovo in un nuovo teatro di scontri domestici, ma addirittura di destabilizzare l’intera area dei Balcani, il cui equilibrio rimane ancor oggi estremamente fragile. 


[1] J. Nilsson, “UNMIK and the Ombudsperson Institution in Kosovo: Human Rights Protection in a United Nations ‘Surrogate State”,in ‘‘Netherlands Quarterly of Human Rights’’, Vol. 22/3, Settembre 2004, (pp. 389-411).

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