IL KIF DEL RIF: LA PANACEA CONTRO I PROBLEMI DEL MAROCCO

La monarchia di Muhammad VI è impegnata da anni nella costruzione di una precisa immagine del paese, che lo rappresenta solido ed in crescita. Il popolo però, soprattutto nelle zone rurali come il Rif è tormentato da gravi frustrazioni quale la hogra ed ecco che il programma di legalizzazione di cui si discute in questi giorni potrebbe costituire un cambiamento rivoluzionario.

L’ondata di moti rivoluzionari e proteste che nell’ultimo decennio ha scompaginato l’assetto politico preesistente praticamente in tutto il Maghreb arabo sembra non aver sortito particolari ripercussioni sulla nazione situata nella sua estrema propaggine occidentale. 

La monarchia marocchina, imperturbabile, non ha mostrato segni di cedimento ed anzi, in questo arco temporale, si è impegnata in tutt’altra direzione cercando di crearsi una solida reputazione, legittimata dalla rappresentazione di un paese stabile e moderato. 

Tra le diverse misure attuate dall’entourage di Muhammad VI nel tentativo di contenere le rimostranze sollevatesi nel 2011 -poi condensate nella coalizione conosciuta con il nome di “Movimento del 20 febbraio”- e di rinvigorire l’immagine della corona, campeggia su tutte  il referendum per la riforma costituzionale. Attraverso questo emendamento il Marocco si è configurato secondo la forma di governo di Monarchia Costituzionale Parlamentare ridimensionando, quantomeno in parte, quella sbilanciata sproporzione che accentrava la pressoché totalità dei poteri nelle mani del sovrano.

Un considerevole contributo a questa iniziativa di rinnovamento d’aspetto è simboleggiato dalle importanti opere infrastrutturali tese a valorizzare notevolmente il ruolo del paese tanto nel contesto Mediterraneo quanto in quello continentale; esempi tangibili in tale senso sono la diramazione di nuove arterie nella rete autostradale, l’implementazione di Tanger Med -che non solo è  al primo posto tra i porti del continente africano, ma si candida addirittura a divenire il principale hub logistico del mare nostrum– e non da ultima l’LGV Maroc, che fa sì che il Marocco sia il primo paese in Africa ad essersi dotato dell’alta velocità.

La solidità della figura del Regno nord-africano è stata altresì corroborata anche nella sua dimensione esterna. Oggi l’establishment di Rabat, dopo la cosiddetta “normalizzazione” dei rapporti con Israele caldeggiata dal presidente uscente degli Stati Uniti d’America, gode del pubblico sostegno non solo di questi ultimi ma anche di due delle petromonarchie del Golfo, Regno del Bahrain ed Emirati Arabi Uniti.

Tutto questo si traduce in joint militari, agevolazioni finanziarie e negli scambi commerciali e, cosa ancora più importante, nell’appoggio alla più spinosa delle dispute in seno al regno del Marocco: la questione del Sahara Occidentale. Il riconoscimento della sovranità sul territorio rivendicato dal fronte Polisario ormai dal 1975, è garantito da una fitta rete di relazioni diplomatiche e consente di alimentare quel sentimento patriottico che fa sentire il popolo marocchino un tutt’uno con la monarchia. 

Dietro questa strategia edulcorante si nascondono però i reali -e la connotazione è intenzionalmente ambigua- problemi del Marocco. Questa costruzione scenica cela volutamente l’altra faccia del paese. Viene lasciata in penombra la fisionomia di una terra dove a regnare sono la collera collettiva derivante dalla hogra (“umiliazione”, o meglio ancora “estrema ingiustizia”), la disoccupazione e l’emarginazione da tutto. Le incertezze che fanno vacillare il trono sono ben distanti dai centri urbani e da quel Marocco che si è guadagnato la reputazione di paese moderato e stabile.

L’attivismo marocchino si è spogliato delle ideologie, delle strutture organizzative e della leadership. Le forme di protesta nascono in maniera spontanea e per lo più nelle aree rurali, come nel caso di Hirak al-Rif; e proprio il Rifrappresenta una delle zone più problematiche del paese. La regione che ospita una delle più ambite mete turistiche degli ultimi anni, Chefchaouen, riesce a sopravvivere solamente grazie alla produzione del kif, generalmente conosciuto con il nome di hashish. Per intere generazioni l’unica fonte di sostentamento per gli abitanti del Rif è stata la coltivazione della cannabis, dietro alla reticenza di uno stato che ha sempre fatto buon viso a cattivo gioco. 

Se da un lato l’approvazione di un disegno di legge per la legalizzazione della filiera produttiva della sostanza rappresenta di fatto un’ammissione di colpa rispetto al traffico che ha visto coinvolto il paese per decenni nel mercato illegale della droga, bisogna però riconoscere che la regolamentazione di questa materia consentirebbe una garanzia di dignità per la zona più marginalizzata del regno.

Dietro impulso dell’OMS, la CND delle Nazioni Unite lo scorso dicembre ha rimosso la cannabis dalla lista delle droghe considerate pericolose e questo ha indubbiamente favorito l’impegno del governo marocchino a lavorare sulla materia della legalizzazione. Stando ai dati del Unodc, il Marocco è il paese al mondo con la più vasta area di coltivazione di cannabis e il mercato delle sostanze che ne derivano muoverebbe un volume economico pari a circa quindici miliardi di dollari l’anno.

Introducendo la materia della cannabis nel dibattito giuridico marocchino si prospetta all’orizzonte la possibilità, in primo luogo di riuscire a sottrarre un’importante fetta di proventi dall’economia sommersa, oltre a quella di poter inserire una ragguardevole voce nella bilancia commerciale del paese e cosa ancor più importante di creare occupazione equamente retribuita per giovani, donne ed intere famiglie del Rif.

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