IL FUTURO DELL’ARTICO NELLA PROSPETTIVA AMERICANA: È IL CROLLO DELLA PROSPETTIVA MULTILATERALE?

L’ Artico e l’idea di governance globale visti da Washington. Il multilateralismo sembra giunto alle sue battute finali, a meno di un colpo di coda della presidenza Biden. Attualmente per gli Stati Uniti, l’Artico non è più una zona di pace.

Nell’Artico operano un po’ di energie: gli stati rivieraschi e le superpotenze economiche. Ognuno esercita le proprie pressioni sulla base di un obiettivo di carattere strategico nazionale. Nonostante il perseguimento di interessi economici e di leadership, l’ipotesi di un futuro Ordine Artico Globale rimane in piedi.

Forse più che un’ipotesi, la si potrebbe definire speranza, dato che, ad oggi, la possibilità di cooperare rimane appesa al filo delle dovute ingerenze diplomatiche. In sostanza, nell’Artico, le dinamiche si sono sempre mosse lungo una linea di un sostanziale equilibrio,  barcamenandosi tra cooperazione e tensione militare.

In buona sostanza, le azioni che si sono susseguite nel corso degli ultimi anni, hanno fatto flettere quell’equilibrio, senza mai spezzarlo. Tuttavia, se guardiamo le cose dal punto di vista americano, qualcosa potrebbe effettivamente rompersi

Leadership americana: un’agenda per l’Artico 

Comunque la si pensi, una cosa appare evidente. L’attività militare nelle regioni artiche è attualmente, la più intensa mai registrata dalla fine della Guerra Fredda. Le relazioni, viste da Washington, vanno verso una frattura inevitabile e la concezione di Artico come zona di pace, potrebbe essere presto soppiantata. Al suo posto vi è una narrativa che considera la regione come un grosso scacchiere, ossia un luogo di confronto delle rivalità dei grandi poteri. Più militari quindi. Ma dall’una e dall’altra parte.

Sicuramente la presenza russa è più consistente ma gli Stati Uniti non intendono restare indietro. Navigazioni di sicurezza marittima nel Mare di Barents, approdi strategici in Norvegia ed operazioni di pattugliamento, sono solo esempi della direzione considerata nell’agenda americana. Cinesi e russi sono i nemici da fronteggiare. Norvegia e Danimarca, alleati con cui rinsaldare i rapporti. Così era con Trump e così potrebbe essere con Biden; la strategia non subirà modifiche significative in questo senso. 

Artico: dove si arena il multilateralismo

L’Artico è sul punto di non ritorno. Almeno questo è il punto di vista degli Stati Uniti. A questo punto quindi, poco o nulla potrebbe cambiare con Biden alla Casa Bianca. Certo, lo sfruttamento indiscriminato delle risorse, la negazione del global warming ed un approccio politico decisamente sui generis come quello di Trump, potranno essere sostituiti da uno stile più sobrio e più attento alle dinamiche ambientali, ma il cambiamento è veramente tutto lì.

Anzi, se Biden vorrà essere davvero guida per la futura leadership americana, è proprio all’Artico che deve puntare e proprio nella stessa direzione di Trump. In sostanza l’eredità raccolta da Biden è quella di un multilateralismo in declino. Trump ha ritenuto che la collaborazione tra stati fosse un problema per il suo paese e che, gli Stati Uniti dovessero impegnare le proprie risorse, solo sugli aspetti più importanti per la loro politica estera.

Biden quindi dovrà raccogliere i frammenti della prospettiva multilaterale e, verificare la possibilità di unirne i cocci. L’unico modo per farlo è insediarsi nei piccoli spazi per sfruttare le possibilità di dialogo ed interazione con i player artici, ma non bisogna fare affidamento ad una presunta e speciale attitudine artica alla pace ed alla cooperazione. È un qualcosa che potrebbe non esistere. 

Militari e risorse energetiche. Un binomio che stona 

Se l’approccio multilaterale va frammentandosi, c’è tensione nell’Artico. Se c’è tensione aumenta l’insicurezza ed aumentano i militari, le esercitazioni, i pattugliamenti, le scaramucce di confine. Se negli ultimi anni si è assistito al declino del multilateralismo americano, un conflitto dovrebbe essere inevitabile.

Tuttavia non è così semplice.  Quando si pensa a questo aspetto si deve tenere conto del fatto che, se c’è così tanto interesse sull’Artico, il motivo è uno: risorse energetiche. Petrolio, gas e minerali, sono quelle forze propulsive che spingono Cina, Russia e Stati Uniti a contendersi il territorio. Certo, ci sono i militari.

Ma siamo sicuri che fare la guerra sia una prospettiva auspicabile per qualcuno? Le attività estrattive hanno bisogno di una stabilità operativa e di una serenità che il conflitto toglierebbe. Tenendo presente poi, che quasi tutte le suddette attività, si svolgono in prossimità delle coste, l’ipotesi, almeno per ora è da accantonare.  In sintesi, è più facile considerare la presenza militare come semplici operazioni di deterrenza e dimostrazione di forza. 

Il diverso punto di vista del Consiglio Artico

Il Consiglio Artico, per sua stessa raison d’être non può che avere parere opposto all’idea americana di proseguire in solitaria. D’altronde il Consiglio, quando venne fondato nel 2008 dai rappresentanti di Canada, Danimarca, Russia, Norvegia e Stati Uniti, si poneva l’obiettivo di stabilire una governance artica. L’idea era creare un ambiente favorevole allo sviluppo economico e gli investimenti.

Quindi cooperazione politica ed intesa economica, erano queste le intenzioni dei paesi artici, per dotare la regione di quella consapevolezza politica che mancava. Un discorso inclinatosi dopo pochi anni, quando non è stata vista di buon grado la vicenda dell’azione russa in Crimea. Una cosa ha tirato l’altra ed ora, il Consiglio Artico, incontra difficoltà significative a raggiungere gli obiettivi prefissati alla fondazione.

Dal Consiglio Artico, ma anche dal progetto NATO2030, si avverte la necessità di puntare ad un approccio più globale. Gli spazi ci sono per farlo, anche se la Cina sta manifestando il suo strapotere e gli Stati Uniti hanno abbandonato del tutto la concezione dell’Artico come zona di pace. Già nel 2019, l’allora Segretario di Stato americano Mike Pompeo, si scagliò apertamente contro Cina e Russia, ritenute responsabili del crescente clima di tensione.

La cosa certa è che gli Stati Uniti puntano a recuperare quel potere che si è disperso negli ultimi anni. Dalla fine della Guerra Fredda in poi gli Stati Uniti sono stati parte integrante dello sviluppo dell’ordine “pacifico” nell’Artico.

A vario titolo ed in modalità differenti, hanno lavorato per riconoscere interessi condivisi con altre realtà artiche e cercare collaborazione per progetti di sviluppo regionale. Tuttavia, il rimando psicologico alla Guerra Fredda, appare inevitabile ora che si va conformando una prospettiva che ricorda molto quel periodo: quella dei due poli.

Questa volta però, uno dei poli potrebbe essere la Cina, la quale è vista, dal punto di vista economico, il vero avversario da battere.  Dal punto di vista dell’influenza politica invece, l’avversario è la Russia, in quanto Pechino si è esposta poco su fronti che non riguardano investimenti, progetti ed attività estrattive.

Ad ogni modo Pechino potrebbe aver incluso questo apparente soft power, in un progetto più a lungo termine, che pone le azioni economiche come arma per mettere in discussione l’egemonia occidentale. Per quanto riguarda la Russia invece, sappiamo che le sue attività militari sono intense ed in crescita.

Proprio nel Mare di Barents si stanno verificando numeri altissimi di esercitazioni militari. Ipotizzabile si tratti di deterrenza, ma gli Stati Uniti non vorranno mettere a rischio la  sicurezza nazionale propria e dei suoi alleati.

Domenico Modola

Vivo a Brusciano (NA) ed ho una laurea Magistrale in Scienze Politiche Studi Internazionali presso L’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” con una tesi in Geografia Politica delle Relazioni Internazionali.
La macroarea di cui mi occupo è l’Artico. Scrivo di tutti gli aspetti relativi alla geopolitica di quei territori.
Lo IARI Mi sta dando una grande opportunità di crescita, con annessa la possibilità di fare ciò che veramente mi piace. Essere analista IARI vuol dire confronto con una realtà seria e professionale, ma formata da giovani. Far parte di una redazione come quella di IARI è un grandissimo slancio. Il think tank offerto grazie alle analisi di redattori e collaboratori è un utilissimo mezzo per comprendere al meglio le dinamiche mondiali. Le analisi pubblicate sono di continuo stimolo e approfondimento.

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