WASHINGTON IN SIRIA: DENTRO O FUORI?

Nel dopoguerra interminabile del conflitto siriano la presenza militare statunitense deve fare i conti non solo con le milizie iraniane e le cellule jihadiste ma anche con Ankara e Mosca.

La prima azione dell’amministrazione Biden in Siria ha avuto luogo il 26 febbraio. Washington ha effettuato un attacco aereo contro le milizie filoiraniane presenti a nord-est del paese: Kata’ib Hezbollah e Kata’ib Sayyid al-Shuhada. Il Pentagono ha parlato di una “risposta militare proporzionata” sottolineando il fatto che gli membri della Coalizione internazionale antiterrorismo, la cui prossima riunione è prevista a Bruxelles a fine mese, abbiamo appoggiato l’azione di Washington. 

Il ritiro delle truppe statunitensi dalla Siria, fortemente promosso dall’amministrazione Trump, è in fase di arresto con il neopresidente Biden. Washington sostiene a necessità di un ritiro graduale alla luce degli ultimi sviluppi sul territorio – le tensioni con le milizie iraniane e le cellule jihadiste al confine con l’Iraq – ma, allo stesso tempo, è bene consapevole delle pressioni che può esercitare su Teheran, considerando la questione spinosa del nucleare, facendo leva sulle sue postazioni militari presenti nella Siria orientale.

Gli strascini del conflitto siriano, scoppiato a seguito delle proteste popolari che hanno scosso il paese nel 2011, dimostrano quanto gli stati esterni non siano intenzionati a cedere i vantaggi militari ed economici conquistati nel paese. E, in questa nuova fase del conflitto, nonostante l’apparente congelamento, non mancheranno di sfruttare le reciproche perdite militari per tutelare i propri interessi. 

Intanto le installazioni petrolifere turche presenti ad Aleppo sono state oggetto di diversi attacchi negli ultimi mesi. Venerdì scorso, invece, l’area rurale di Aleppo è andata in fiamme. L’agenzia di stampa statale turca Anadolu hanno dichiarato che i responsabili ancora non stati identificati, ma i Caschi Bianchi, l’Esercito Nazionale Siriano (SNA) e il SOC hanno puntato il dito verso la Russia. Tutto questo mentre Turchia Russia e Qatar si sono fatti avanti promuove una soluzione politica della crisi siriana, senza entrare in confitto con i precedenti processi di pace promossi da Russia e Iran. 

Nicki Anastasio

Sono Nicki Anastasio, ho 23 anni e studio presso la facoltà di relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’Orientale. Da quasi cinque anni vivo a Napoli, per studio e lavoro, ma sono originario della Costiera Amalfitana. Negli ultimi tre anni, ho fatto due esperienze studio in Marocco e in Egitto che mi hanno permesso di approfondire lo studio della lingua araba e della cultura dei paesi arabo-islamici, di cui sono affascinato sin da piccolo. Dopo aver conseguito la laurea triennale in mediazione linguistica e culturale, ho ritenuto che analizzare le complesse dinamiche geo-politiche che caratterizzano i paesi della macro area medio-orientale fosse il proseguimento più naturale e spontaneo dei miei studi. Ritengo che per comprendere le ragioni alla base della perenne instabilità dell’area più calda del mondo sia necessario costruire una genealogia della crisi di legittimità che caratterizza gran parte dei suoi stati, considerando le specificità storico-culturali e socio-economiche di ogni contesto nazionale. Sono molto fiero di far parte dello IARI, una comunità di analisti unica nel suo genere.

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