TRAFFICO ILLEGALE D’ORO, MADURO E LA LOTTA PER RESTARE AL POTERE

L’opposizione di Julio Borges accusa il presidente venezuelano Maduro di aver commerciato illegalmente dell’oro con il Mali e con gli Emirati al fine di poter restare al potere nonostante le sanzioni USA. 

Il commercio illegale dell’oro

Un membro dell’opposizione democratica venezuelana, Julio Borges, ha accusato il governo socialista di Maduro di aver commerciato oro con il Mali e gli Emirati Arabi, in cambio di dollari statunitensi. Il ricavato dalla vendita dell’oro sembrerebbe essere servita al Presidente per riuscire a restare al potere nonostante le pesanti sanzioni degli Stati Uniti nei confronti del Venezuela, applicate nel 2016. Il 4 marzo 2021, l’esponente dell’opposizione ha esposto l’indagine riguardante l’intero tragitto del commercio illegale dell’oro.

Il percorso sarebbe cominciato dagli Emirati, i quali spedivano i dollari al Mali, che a loro volta venivano scaricati in un aereoporto a Caracas, in cambio di un carico d’oro. Il tutto avveniva attraverso l’impresa Eurofei, una società aerea russa collegata al Cremlino, di cui in totale sono stati contati otto viaggi per un totale di uno scambio di 1 miliardo di dollari. Coinvolta nell’affare, secondo il rappresentante dell’opposizione, sembrerebbe essere stata anche la società emiratina Noor Capital, che nel 2019 aveva acquistato dell’oro, per un ammontare di tre tonnellate.

L’ente, sotto accusa, aveva ammesso di aver effettuato delle transazioni nei confronti del Venezuela, ma che successivamente si fosse astenuta  dal continuarle nell’attesa che la situazione nel paese latinoamericano si stabilizzasse. Nel frattempo, il governo del Mali ha dichiarato di essere stato a conoscenza del traffico illegale dell’oro venezuelano, ma di non essere stato in grado di intraprendere delle azioni concrete a causa di poche informazioni riguardanti le modalità di operazione dei trafficanti. Gli Emirati Arabi, invece, non hanno voluto lasciare alcuna dichiarazione in merito alla faccenda. 

L’applicazione delle sanzioni e la crisi 

La crisi venezuelana affonda le sue radici nella morte del dittatore Hugo Chavez, il quale aveva investito molte risorse, se non tutte, nella valorizzazione dell’industria petrolifera, in quanto il Venezuela principale produttore di petrolio al mondo. Purtroppo, il crollo del prezzo del petrolio nel 2014 ha portato il Venezuela a non avere sufficienti entrate e tutti gli altri beni, a causa dell’enorme investimento nel greggio, dovevano essere obbligatoriamente importate.

Le azioni discutibili intraprese da Maduro, successore di Chavez, tra cui la cancellazione dell’importazione di alcuni beni di prima necessità come i medicinali, hanno portato un aumento dell’inflazione, creando enormi danni soprattutto alla popolazione venezuelana, costretta ad emigrare in massa verso la Colombia. 

A peggiorare la situazione economica venezuelana ci sono state anche le sanzioni imposte al governo Maduro da parte degli Stati Uniti. Al fine di bloccare le mire dittatoriali di Maduro, Donald Trump aveva minacciato di bloccare l’importazione del petrolio verso gli USA, facendo delle pressioni nei confronti della società petrolifera statale venezuelana, la PDVSA, per costringere il presidente alle dimissioni.

La crisi politica del 2019 è sorta a causa di diverse contestazioni riguardante l’irregolarità delle elezioni dell’anno precedente, nelle quali Maduro è stato riconfermato come presidente, sostenuto dalla costituente, nonostante l’Assemblea nazionale fosse controllata dall’opposizione, che aveva nominato Juan Guaidò come presidente ad interim. Ne sono derivate diversi scontri e proteste tra la popolazione venezuelana, mentre Maduro sostiene che si tratti di un colpo di stato organizzato dagli Stati Uniti al fine di poter controllare le riserve petrolifere del paese. 

Il governo Maduro è più forte che mai

Il Venezuela, nel dicembre scorso, è nuovamente andato ad elezioni. Infatti Maduro ha vinto con il 67,6% dei voti, nonostante l’enorme percentuale di astensionismo. Il risultato delle elezioni si è rivelato scontato, perchè non c’è stato nessun partito che volesse fare opposizione a Maduro, in quanto sostenevano che le elezioni fossero una farsa. Successivamente all’esito delle votazioni, Juan Guaidò ha iniziato ad affrontare un momento di debolezza politica, poiché non è più legittimato a ricoprire il ruolo di presidente transitorio del Venezuela, nonostante il riconoscimento di molti paesi del mondo, tra cui Stati Uniti e Unione Europea. 

Con l’insediamento dell’amministrazione Biden come nuovo presidente degli Stati Uniti, si è voluto cercare di riportare l’attenzione sul dialogo diplomatico, al fine di eliminare le sanzioni e riportare il Venezuela all’esportazione  di petrolio. Il cambio di rotta di Washington avrebbe lo scopo di imporre sanzioni molto più mirate, soprattutto nei confronti dei membri del governo Maduro, e per non esacerbare ulteriormente la situazione umanitaria della popolazione venezuelana. 

Le sanzioni, che impediscono principalmente ai cittadini statunitensi di impegnarsi in transazioni con la PDVSA, sono state criticate dal governo di Caracas in quanto eccessivamente aggressive, affermando che comunque la produzione petrolifera venezuelana è ai minimi storici. In soccorso, è intervenuto l’Iran, che sta vendendo petrolio al Venezuela in cambio di oro e sta aiutando il paese nell’esportazione verso altre nazioni. 

Grazie all’aiuto della Russia, degli Emirati Arabi e dell’Iran, il regime dittatoriale di Maduro sta comunque riuscendo nell’impresa di continuare a governare. 

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