IL PERICOLOSO POTERE DELLA MASCHERINA

La predominanza cinese nel mercato dei dispostivi di protezione necessari al contrasto della diffusione del virus Covid-19 ha creato e continua a creare problematiche economiche e politiche da non sottovalutare. Una lezione che non dovrà essere dimenticata.

Il gap fra Stati Uniti e Cina, in termini di numero totale di esportazioni, è stato riconfermato nel gennaio di questo nuovo anno da Pechino: si segnala, per l’intero anno 2020, un +7% di export rispetto agli USA per un totale di 137 miliardi di dollari. A spingere tale cifra, è ormai chiaro, sono state le esportazioni di mascherine e altro materiale sanitario necessari per contrastare la diffusione del virus Covid-19.

 Si calcola che Pechino solo tra marzo e dicembre 2020 abbia esportato in altri paesi un totale di 224 miliardi di mascherine, circa 40 mascherine a persona, guadagnando tramite tale particolare tipo di esportazioni circa 52 miliardi di dollari, ovvero il 2% dell’intero export nazionale per il 2020. A questi 52 miliardi di dollari statunitensi, inoltre, è possibile aggiungerne altri 15 (stimati) in relazione all’esportazioni di altro materiale sanitario sopracitato, come respiratori e altri dispositivi di protezione. 

Tali cifre se analizzate attentamente in realtà non dovrebbero stupirci: secondo una ricerca eseguita nel corso dello scorso anno, già nel 2018 circa il 44% di mascherine e dispostivi di protezione personale venivano prodotti e esportati dal Dragone cinese. La Repubblica Popolare Cinese (RPC) ricopriva così facilmente il ruolo di primo esportatore mondiale di tali beni, seguita dalla Germania e dagli Stati Uniti, le cui “fette” di esportazioni in tale ambito ricoprivano però rispettivamente un debole 7 e 6 per cento del totale.

Le motivazioni, quindi, di tale predominanza cinese sul mercato non vanno tanto ricercate in seno all’epidemia del Covid-19 ma nella storia recente della Repubblica popolare, in particolare nella diffusione del virus conosciuto comunemente come SARS che, sempre originatosi in Cina, uccise nel 2005 circa 350 persone nel paese. In seguito alla devastante epidemia di SARS, infatti, il governo cinese nel 2010 istituì un recovery plan che possedeva al suo interno indicazioni precise circa la necessità di aumentare i fondi statali destinati alla produzione di materiale medico essenziale in caso di esplosione di future ed eventuali epidemie.

Nel 2017 il governo di Pechino, infine, stabilì ufficialmente che lo sviluppo di tali industrie manifatturiere sarebbe stato una prerogativa essenziale allo sviluppo del paese: nella politica industriale denominata “Made in China 2025” il materiale di cui sopra doveva quindi essere prodotto principalmente all’interno dei confini nazionali, rendendo così la Cina indipendente da importazioni estere anche in questo ambito.

Nonostante tutto ciò, lo scorso febbraio, è stato il terzo mese consecutivo (dopo il boom di esportazioni di cui si è precedentemente parlato) in cui la ripresa dell’industria cinese si è mostrata in calo, anche in parte a causa di un calo di esportazioni di mascherine, insieme al riaccendersi dell’epidemia di covid in alcune aree del paese e delle nuove restrizioni messe in campo dal governo di Xi Jinping al fine di affrontare al meglio la situazione.

Tale tendenza, tuttavia, potrebbe essere rallentata dalla nuova amministrazione Biden, la quale parrebbe prendere più seriamente la questione delle protezioni individuali come mezzo di contrasto alla diffusione della pandemia rispetto alla precedente amministrazione.

Da dicembre, infatti, le richieste di mascherine dalla Cina sono esponenzialmente aumentate e si prevede nel breve termine un’esportazione delle stesse nello stato di Washington per un valore totale di circa 1,54 milioni di dollari.

Non solo il nuovo presidente in carica ha recentemente firmato dieci decreti che renderebbero di fatto obbligatorio l’uso di mascherine, con la possibile presenza di penali in caso di infrazione, ma anche facilitato le aziende cinesi nell’ottenere i certificati FDA necessari per l’esportazione negli States.

Tale predominanza cinese sia nell’esportazione che nella produzione interna di tali prodotti ha creato alcune preoccupazioni sia in ambito economico sia in ambito diplomatico.

Nel primo caso ci si domanda quanto questo tipo di produzione possa durare nel lungo termine, e non creare un crollo nei mercati nazionali con possibili ripercussioni anche a livello estero. La preoccupazione principale consisterebbe nel fatto che potrebbe verificarsi un surplus di produzione capace di scatenare una crisi commerciale non indifferente.

Tale situazione parrebbe già influire negativamente sulle piccole-medie imprese ormai incapaci di inserirsi efficacemente in un mercato già saturo. Bai Yu, presidente del “Medical Appliances Branch of the China Medical Pharmaceutical Material Association”, ha recentemente dichiarato al Global Times che il 90% delle neonate aziende manifatturiere specializzate nella produzione di mascherine hanno dovuto chiudere i battenti nel corso della seconda metà del 2020, poiché incapaci di coprire i costi di produzione.

Il costo delle mascherine si presenta, infatti, in costante fluttuazione e si stima che a gennaio il costo di fabbrica di una singola mascherina abbia raggiunto il valore di soli 0,01 dollari americani, portando di conseguenza la capacità operativa totale delle fabbriche cinesi sotto il 30%.

In aggiunta al sopracitato caso americano, la presenza di nuovi lockdown e restrizioni nel mondo occidentale, insieme a un’instabilità generale dovuta alla pandemia, potrebbero tuttavia sorreggere il mercato ancora per diversi anni. Un’incognita da non sottovalutare è sicuramente quella delle cosiddette “varianti” del virus; si prenda ad esempio il caso francese.

Nei primi giorni di gennaio, sono stati rilevati quattro casi riconducibili alla cosiddetta “variante brasiliana” che hanno portato i consumatori francesi a far esplodere la domanda di mascherine di tipo Ffp2 considerate dallo stesso “Alto Consiglio di Sanità Pubblico” come l’unico mezzo di protezione valido in contrasto a tali varianti. Tuttavia, l’industria manifatturiera nazionale non sarebbe al momento capace di soddisfare tale domanda e si presume molto verosimilmente che si possa ripresentare una situazione simile a quella di marzo 2020, in cui il governo francese fu praticamente costretto a importare la gran parte delle mascherine presenti sul territorio dalla Cina.

Non bisogna infine dimenticare che il Dragone si è ultimamente dimostrato sempre capace di sfruttare efficacemente le previsioni di mercato. Naturel Xu, responsabile finanziario della Godiva China, azienda specializzata in beni di lusso, si mostra positiva sostenendo che non solo i prodotti di lusso stanno al momento sostenendo sufficientemente il mercato interno ma anche che le aziende cinesi si sono sempre dimostrate flessibili per quanto riguarda i progetti finanziari e capaci di adattarsi rapidamente ad ogni cambiamento.

Per quanto riguarda l’ambito politico, non appare di certo sconcertante il fatto che la Cina utilizzi gli aiuti internazionali elargiti dal paese in base ai propri interessi commerciali e, soprattutto, geopolitici. Il caso africano in tal senso è ben noto, ma parlando più specificatamente di quella che è stata definita nel corso del 2020 la “diplomazia delle mascherine” essa persegue degli obbiettivi se possibile ancora più definiti.

Non solo in questo caso la Cina, tramite donazioni ingenti di materiale sanitario “anti-covid”, mira a incrementare il proprio soft power internazionale ma anche a mostrare il suo volto più benevolo. Come ben indicato da un articolo dell’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), tale immagine che la Cina mostra di sé è legata sia a fattori interni che esterni.

All’ estero l’RPC vuole sicuramente da una parte “ripulire la sua immagine” a seguito delle numerose polemiche relative al ritardo nel rilascio di informazioni essenziali durante la primissima fase dell’epidemia, dall’altro ha ancora bisogna del sostegno internazionale dei diversi governi impegnati nella Nuova Via della Seta.

Tuttavia, questo bisogno di redenzione lo si vede anche all’interno della Cina stessa: lo scoppio di una nuova epidemia mortale dopo la SARS e il terribile trattamento riservato a Li Wenliang (primo medico capace di riconoscere il virus) hanno necessariamente dovuto portare i dirigenti cinesi a mostrare lo stato come una sorta di capofamiglia capace di restaurare ordine e armonia.

La cosiddetta “guerre de masques” (guerra delle mascherine), come ben denominata dal ministro degli interni francese Christophe Castaner, ha inoltre creato differenti tensioni anche tra differenti paesi o all’interno degli stessi, aggravati senza dubbio dalla predominanza cinese sul mercato e l’incapacità da parte di suddetti governi di supplire alla domanda interna tramite la produzione nazionale.

Ad esempio, gli Stati Uniti sono stati accusati in più occasioni di aver dirottato tramite aziende private alcuni stock di mascherine destinate nella prima metà dello scorso anno alla Francia e alla Germania, portando la comunità internazionale a criticare unanimemente questa politica da “far west”. Per quanto riguarda, invece, i problemi interni l’Italia ha recentemente fornito un buon caso di studio: nel febbraio di quest’anno la Procura di Roma ha efficacemente indagato su tre aziende italiane accusate di essersi “accaparrate” in maniera illecita grosse commissioni di mascherine provenienti dalla Cina, in cambio di ingenti commissioni dal valore stimato di decine di milioni di euro.

Sebbene recentemente la “diplomazia delle mascherine” stia venendo soppiantata dalla non meno pericolosa “diplomazia dei vaccini”, ciò che è accaduto in tale ambito nel 2020 non deve essere dimenticato: la scarsità di prodotti necessari al contrasto delle pandemie non dovrà più rappresentare un problema di serie B per nessun paese, specie per quelli più industrializzati e capaci di fornire pertanto maggiori risorse, a beneficio non solo della salute dell’intera umanità ma anche, come abbiamo visto, della politica e dell’economia internazionale.

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