COME SI È CONCLUSA LA VICENDA DEI “MARÒ”?

Con la decisione del tribunale speciale arbitrale sul grave episodio che ha visto la morte di due cittadini indiani, si è conclusa una vicenda che aveva risollevato l’orgoglio nazionale degli italiani.

Il 15 febbraio 2012 la petroliera Enrica Lexie, battente bandiera italiana, in transito nell’Oceano Indiano al largo delle coste del Kerala, incrociò un battello da pesca indiano, il Saint Anthony, la cui condotta fu considerata ostile dal nucleo armato di protezione dei fucilieri della Marina militare a bordo della nave italiana in funzione di contrasto alla pirateria. Due membri dell’equipaggio del peschereccio persero la vita in seguito a diversi colpi di arma da fuoco partiti dalla Enrica Lexie. 

L’area dell’incidente si trova in una delle zone ad alto rischio pirateria, individuata già nel 2011 dall‘International Transport Workers Federation (ITF), in acque internazionali direttamente confinanti con le acque territoriali indiane. Nelle aree ad alto rischio pirateria le navi mercantili erano state invitate ad adottare le misure di autoprotezione raccomandate dall’Organizzazione marittima internazionale (IMO).

Le due tesi contrapposte

Secondo il governo indiano, nel pomeriggio del 15 febbraio 2012, il peschereccio Saint Anthony chiedeva l’intervento della guardia costiera indiana riportando di essere stato raggiunto da colpi di arma fuoco. Dopo le prime indagini, l’Enrica Lexie, una delle quattro navi in transito nella zona al momento dei fatti, era stata l’unica ad aver risposto positivamente all’accusa di avere o meno subito attacchi in mare.

Secondo gli inquirenti indiani, il peschereccio colpito non era – come sostenuto dai fucilieri della Enrica Lexie – un battello impegnato in attività di pirateria. Ciononostante, l’imbarcazione era stata comunque raggiunta da colpi di arma da fuoco provenienti dalla nave italiana, procurando, in esito, la morte dei due pescatori indiani Alentine Jelastine e Ajeesh Pink.

Per converso, secondo la tesi sostenuta dal governo italiano, la nave Enrica Lexie sarebbe stata invece avvicinata da un peschereccio con a bordo persone armate e con manifeste intenzioni di attacco. I sei militari del battaglione San Marco, a bordo della nave italiana come scorta contro gli attacchi pirata in mare, frequenti nella zona misero in atto, in accordo con le regole d’ingaggio previste, “graduali azioni dissuasive” contro un’imbarcazione sospettata di avere a bordo pirati.

Solo in seguito, al momento dell’attracco al porto di Kochi, il comandante della nave italiana veniva informato delle indagini in corso riguardanti la morte dei due pescatori indiani. Il comandante fu quindi costretto a consegnare i due fucilieri di marina (ormai noti alle cronache come “marò”) alla polizia locale a causa di quelle che vennero ritenute “evidenti, chiare, insistenti azioni coercitive indiane”. Massimiliano Latorre e Salvatore Girone vennero quindi tratti in arresto dalla polizia locale.

La questione si è trascinata con alterne vicende fino al 2015, quando il governo italiano ha deciso di fare ricorso all’arbitrato internazionale. Prese, quindi, avvio il contenzioso internazionale tra India e Italia sulla giurisdizione e sulle responsabilità penali dei due fucilieri di marina.

L’esito della controversia

Mentre i Fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone avevano fatto ritorno in patria dall’India, rispettivamente, il 13 settembre 2014 e il 28 maggio 2016 (per motivi di salute il primo e per allentamento delle misure cautelari il secondo), il Tribunale Arbitrale era chiamato a pronunciarsi sull’attribuzione della giurisdizione, e non sul merito dei fatti occorsi il 15 febbraio 2012. Italia e India si erano, di conseguenza, impegnate a esercitare la giurisdizione una volta che questa fosse stata attribuita a una delle due parti.

Il Tribunale costituito a L’Aja il 6 novembre 2015, presso la Corte Permanente di Arbitrato, per dirimere la controversia tra Italia e India sul caso dell’incidente, ha pubblicato il dispositivo della sentenza arbitrale il 2 luglio scorso. La sentenza arbitrale, nella sua parte dispositiva, stabilisce che i fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone godono della immunità in relazione ai fatti accaduti durante l’incidente del 15 febbraio 2012. All’India è stato pertanto precluso l’esercizio della propria giurisdizione nei loro confronti. 

Il Tribunale arbitrale ha, dunque, accolto la tesi sempre sostenuta dall’Italia e cioè che i due fucilieri di Marina, in quanto funzionari dello Stato italiano impegnati nell’esercizio delle loro funzioni, sono da considerare immuni dalla giustizia straniera.

L’Italia è chiamata quindi ad esercitare la propria giurisdizione ed a riavviare il procedimento penale sui fatti occorsi il 15 febbraio 2012, a suo tempo aperto dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma, che iscrisse i due Fucilieri nel registro degli indagati per il reato di violata consegna aggravata e dispersione di oggetti di armamento militare.

Inoltre, secondo la Corte, l’Italia avrebbe violato la libertà di navigazione sancita dagli articoli 87 e 90 della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (Convenzione di Montego Bay del 1982), e dovrà pertanto compensare l’India per la perdita di vite umane, i danni fisici, il danno materiale all’imbarcazione e il danno morale sofferto dal comandante e altri membri dell’equipaggio del peschereccio indiano Saint Anthony.

Al riguardo, il Tribunale arbitrale ha invitato le parti a raggiungere un accordo attraverso contatti diretti. La decisione del Tribunale arbitrale lascia impregiudicato l’accertamento relativo ai fatti e al diritto per quel che concerne il procedimento penale che dovrà svolgersi in Italia.

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