LA STRAGE DEI BAMBINI: IL COMITATO ONU CONDANNA L’ITALIA

Il 27 gennaio 2021 il Comitato per i diritti umani dell’ONU ha pubblicato una decisione storica nell’ambito degli obblighi di soccorso degli Stati in acque internazionali. Il Comitato stabilisce la responsabilità dell’Italia per violazione del diritto alla vita nel tragico naufragio definito anche “la strage dei bambini”.

La presentazione dei fatti

Il 10 ottobre 2013 un folto gruppo di persone composto per lo più da siriani si imbarca su un peschereccio a Zuwarah, in Libia. Salpati in 400 durante la notte, poche ore dopo la nave viene colpita da una barca battente bandiera berbera in acque internazionali e inizia ad imbarcare acqua.                                                        

Il Centro di coordinamento del soccorso marittimo di Roma riceve diverse chiamate e, solo in un secondo momento, informa le persone di dover contattare Malta perché la nave si trovava nella zona di soccorso maltese, sebbene più vicina a Lampedusa (113 km) che a Malta (218 km). Inoltre, le autorità italiane ordinarono alla nave della Marina Militare Italiana, l’ITS Libra,  distante un’ora dall’imbarcazione in difficoltà, di non intervenire e di allontanarsi dalla zona per evitare di essere intercettata dalle autorità maltesi. La Marina italiana, in contatto con le autorità di Malta, ha successivamente negato l’autorizzazione richiesta di  intervento della Libra nel soccorso, concedendola solo dopo il capovolgimento della barca e diverse ore dopo la prima richiesta.  Il ritardo nell’azione causò l’annegamento di oltre 200 persone tra cui 60 bambini.[1]

La vicenda giudiziaria

Dopo aver richiesto ai tribunali nazionali di indagare sulla responsabilità italiana relativa alla mancata adozione di misure appropriate per salvare i loro parenti, tre cittadini siriani e un cittadino palestinese sopravvissuti al naufragio hanno sottoposto il caso al giudizio del Comitato per i diritti umani dell’ONU. Secondo i ricorrenti, l’atteggiamento dell’Italia ha portato alla violazione del diritto alla vita, secondo l’articolo 6 del Patto sui diritti civili e politici, e il non aver condotto un’indagine tempestiva sulle dinamiche dell’evento ha  leso il diritto ad un ricorso effettivo, garantito all’articolo 2 dello stesso Patto.

Il Comitato e il Patto sui diritti civili e politici

Il Comitato per i diritti umani dell’ONU nasce dalla ratifica del Primo protocollo opzionale della convenzione internazionale sui diritti civili e politici con cui i 116 Paesi firmatari accettano che le persone sotto la loro giurisdizione possano adire il Comitato chiedendone il parere. Tale meccanismo di ricorso internazionale,  in caso di abuso sui diritti umani stabiliti dal trattato, è simile ad altri meccanismi accordati alla Corte europea dei diritti dell’uomo o alla Corte interamericana dei diritti umani. Composto da 18 esperti indipendenti che si riuniscono tre volte all’anno, il Comitato monitora l’implementazione del Patto sui diritti civili e politici da parte degli Stati membri.

Tra i diritti del Patto, interessanti ai fini della vicenda analizzata, sono da citare la protezione dell’integrità fisica di ogni persona , di cui fanno parte il diritto alla vita, il divieto di tortura e trattamenti inumani o degradanti, il divieto di detenzione arbitraria e il divieto di schiavitù ,  l’imparzialità del giudizio, in cui rientrano i diritti del detenuto, diritto ad una procedura giudiziaria, diritto ad un giusto processo, diritto alla difesa e diritto agli standard minimi di detenzione, ed infine la protezione contro le discriminazioni basate sul sesso, l’etnia o la religione.[2]

Le contestazioni

I ricorrenti fanno notare come il dovere di prestare soccorso in mare sia una norma internazionale consolidata ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare o UNCLOS e della  Convenzione internazionale per la sicurezza della vita in mare o SOLAS. L’Italia avrebbe violato tali diritti a causa degli atti negligenti e delle omissioni nelle attività di salvataggio, provocandone la morte o la scomparsa di diversi individui.

Nello specifico “le autorità dello Stato parte hanno violato il loro dovere di adottare tutte le misure appropriate per salvaguardare la vita dei loro parenti[3] nel non trasmettere le chiamate di soccorso all’autorità SAR competente, non informando tempestivamente le vittime della necessità di contattare Malta e, quindi, nel non essere intervenuti prontamente. Infine, si paventa una presunta violazione dell’articolo 6 combinata con quella dell’articolo 2 del Patto per non aver intrapreso un’indagine ufficiale, indipendente e efficace volta ad accertare i fatti, identificare e punire i responsabili.

La decisione del Comitato

Il Comitato ha stabilito inizialmente che vi fossero le condizioni di ricevibilità accertandosi che la stessa questione non fosse all’esame nell’ambito di un’altra procedura di indagine internazionale. L’aspetto più delicato concerneva l’accertamento dell’effettiva giurisdizione italiana in merito all’obbligo di far rispettare i diritti fondamentali contenuti nel Patto – sul caso in questione, poiché senza un effettivo controllo sul territorio o sulle persone sarebbe stato impossibile condannare l’Italia.

Gli avvenimenti in questione sono avvenuti al di fuori del territorio italiano e su una nave non battente bandiera italiana tuttavia, il Comitato ritiene che, in questo caso, “si sia instaurato uno speciale rapporto di dipendenza tra le persone a bordo della nave in pericolo e l’Italia[4].

Una relazione composta da elementi fattuali – il primo contatto della nave in pericolo con il MRCC e la vicinanza della nave Libra, nonché il coinvolgimento del MRCC nel salvataggio – e obblighi legali derivanti dai trattati internazionali, come il dovere di rispondere in modo ragionevole alle chiamate di soccorso (SOLAS). Viene, quindi, stabilita una giurisdizione italiana, primo aspetto di fondamentale importanza.                                                              

Sul merito, il Comitato ribadisce la responsabilità di Malta nel soccorso ma, date le insufficienti spiegazioni sui ritardi nell’intervento della nave Libra o della mancata presentazione delle misure che accertassero che Malta fosse informata della nave in pericolo, esso ritiene, in aggiunta, che l’Italia non abbia dimostrato di aver adempiuto ai propri obblighi di dovuta diligenza ai sensi dell’articolo 6, paragrafo 1, del Patto. 

Per ciò che concerne l’indagine effettiva, quindi, il Comitato giudica lo Stato italiano inadempiente rispetto al proprio dovere di condurre un’indagine tempestiva circa le accuse relative alla violazione del diritto alla vita e i suoi obblighi ai sensi dell’articolo 6 letto in combinato disposto con l’articolo 2 del Patto.

Conclusioni

L’Italia ha l’obbligo di fornire un rimedio effettivo come previsto dall’articolo 2 del Patto ponendo rimedio alla violazione dei diritti, conducendo un’indagine indipendente ed efficace i responsabili della morte e della scomparsa dei parenti dei ricorrenti oltre a “prendere tutte le misure necessarie per evitare che simili violazioni si verifichino in futuro.”[5] Inoltre, il Comitato richiede un follow-up entro i 180 giorni per ricevere informazioni sulle misure prese per dare effetto alle opinioni definite. Perché quindi questa decisione è così importante? L’importanza deriva dal fatto che, per la prima volta, viene stabilita la responsabilità dell’Italia per non aver salvato e tutelato la vita dei migranti in acque internazionali anche se non a bordo di una nave battente bandiera italiana. Tale principio, forte di un’autorevolezza che appartiene al Comitato, potrebbe essere applicato anche ad altri casi simili ancora in esame, come quelli pendenti davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.  Per la prima volta, gli obblighi di soccorso degli Stati in zone SAR di competenza di altri Paesi sono esplicitati. Infine, all’Italia è stata ribadita l’importanza di un accertamento penale della responsabilità, sebbene i sette anni già trascorsi rischiano di mandare il caso in prescrizione.

Bibliografia

Human Rights Commitee, CCPR/C/130/D/3042/2017

ONU, Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, 1966.


[1]Human Rights Committee, CCPR/C/130/D/3042/2017

[2] ONU, Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, 1966.

[3]   Human Rights Commitee, CCPR/C/130/D/3042/2017

[4] Human Rights Commitee, CCPR/C/130/D/3042/2017

[5] Human Rights Commitee, CCPR/C/130/D/3042/2017

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