IL PESO DELL’AGRICOLTURA SULLA GEOPOLITICA DELL’UZBEKISTAN

L’ascesa demografica che sta vivendo l’Uzbekistan ha spinto nell’ultimo trentennio Tashkent ad attuare una serie di riforme strutturali per cercare di venire incontro ai bisogni alimentari crescenti della sua popolazione. Alle misure interne non è seguito, tuttavia, un mutamento nella gestione delle risorse condivise con gli altri Stati centro-asiatici per efficientarne l’impiego, generando spesso tensioni tra i diversi governi.

La transizione dalla monocoltura del cotone

La popolazione uzbeca è passata dai 21 milioni del 1991, anno in cui il Paese ha ottenuto l’indipendenza, agli attuali 33,5 milioni del 2021, crescendo in un trentennio di oltre il 50%. Tale aumento rappresenta sia un’opportunità per Tashkent sia un potenziale fattore di rischio: se da un lato si è creato un mercato interno di dimensioni rilevanti per le produzioni uzbeche, dall’altro lato la Repubblica centro-asiatica ha dovuto procedere con una riconversione della propria agricoltura, storicamente esportatrice.

L’economia uzbeca è stata caratterizzata per anni dalla monocoltura del cotone, un prodotto che veniva raccolto, lavorato ed esportato in regime di monopolio dalle aziende Uzpakhtasanoat e Uzagroexport per conto del governo uzbeco. La popolazione impiegata nella lavorazione del cotone spesso viene tutt’oggi sottopagata o non pagata affatto, con scarso interesse da parte dello Stato, come denunciato da numerose organizzazioni umanitarie.

L’esportazione del cotone ha assicurato per molti anni entrate sufficienti a garantire l’imponente sistema di tutele sociali ereditate dal passato sovietico, ma l’utilizzo di fertilizzanti chimici e l’impiego eccessivo di acqua in agricoltura hanno condotto alla degradazione dei suoli e all’inquinamento delle principali riserve idriche del Paese. 

Per far fronte all’inefficienza del sistema di coltivazione del cotone, basato su grandi cooperative, gli shirkat,che avevano preso il posto delle aziende agricole collettive di derivazione sovietica, a partire dagli ultimi anni Novanta e fino alla seconda decade degli anni Duemila sono state implementate delle misure per snellire il settore e migliorare la resa dei suoli.

Ad oggi sono presenti in Uzbekistan tre modi di coltivare la terra: produzione statalizzata, specializzata nella coltivazione del grano e del cotone; produzione ad uso commerciale, dove vengono coltivati altri prodotti destinati in larga misura al mercato interno e che non sono soggetti a vincoli di produzione da parte dello Stato; agricoltura di sussistenza. 

Gli ostacoli al processo di decollettivizzazione

L’ostacolo principale che ha incontrato l’Uzbekistan nel suo processo di decollettivizzazione è stato la scarsa dimestichezza nella gestione delle fattorie da parte della popolazione. In epoca sovietica la direzione delle aziende agricole collettive veniva da organi esterni e al di sopra dei singoli contadini, i quali al giorno d’oggi in molti casi non hanno ancora sviluppato sufficienti capacità imprenditoriali per gestire autonomamente le proprie fattorie.

L’aumento della popolazione uzbeca, nondimeno, ha richiesto per lo Stato un impegno rilevante nel dissodare nuove terre e nel sottrarne alla coltivazione del cotone per dedicarsi alla produzione di ortaggi e cereali, destinati innanzitutto al mercato interno ma che recentemente stanno venendo esportati anche verso i mercati esteri. Per tale motivo, l’Uzbekistan ha ricalibrato la propria economia anche sulla base dell’assetto geopolitico dell’Asia centrale, di cui rappresenta il fulcro per ciò che concerne l’agricoltura.

L’idroegemonia come cardine della geopolitica uzbeca

Collocato nella regione della Transoxiana, compresa tra il Syr Darya e l’Amu Darya, l’Uzbekistan controlla la regione più fertile dell’intera Asia centrale. Ciò ha condotto nel corso dei secoli il Paese a dotarsi di imponenti opere di canalizzazione delle acque fluviali per sostenere la propria agricoltura e, per via delle caratteristiche climatiche, a puntare inizialmente sulla coltivazione del cotone. 

Con le riforme agrarie che hanno investito Tashkent dopo l’indipendenza del 1991 si è puntato verso un incremento della produzione per uso interno ma la quota di risorse naturali da impiegare è rimasta pressoché identica, se non addirittura aumentata. Ciò è dovuto alla sostanziale inefficienza della rete infrastrutturale uzbeca sia dal punto di vista dello spreco idrico sia per quanto riguarda la difficoltà dell’Uzbekistan di concordare i rilasci idrici con gli Stati centro-asiatici collocati a monte rispetto al corso dei due fiumi succitati.

Se la riduzione nell’estensione delle coltivazioni di cotone ha in parte migliorato la situazione di stress idrico che vive lo Stato, in quanto si tratta di una pianta che consuma molta acqua durante il proprio ciclo di vita, dall’altro lato l’obsolescenza che attanaglia la rete di distribuzione idrica uzbeca va ad inficiare questo beneficio.

Le principali difficoltà legate all’idroegemonia

L’elemento che maggiormente impedisce al Paese di efficientare l’uso delle risorse da impiegare in agricoltura è legato alla difficoltà nel realizzare un quadro di gestione integrata con gli altri Stati centro-asiatici con i quali condivide il corso dei fiumi maggiori. Segnatamente, gli interessi contrastanti che caratterizzano l’impiego delle risorse idriche transfrontaliere da parte dell’Uzbekistan e dei due Paesi collocati a monte rispetto ad esso, ovvero il Tagikistan e il Kirghizistan, hanno fatto sì che la postura adottata da Tashkent nei confronti di essi sia stata quella di un soggetto idroegemone: approfittando della propria superiorità militare, demografica ed economica ha fatto sì che le proprie decisioni in tema di idropolitica andassero ad influenzare quelle dei due Stati a monte, senza che questi riuscissero a mettere sostanzialmente in discussione lo status quo regionale. 

Un’eventuale modifica dell’assetto idropolitico della regione metterebbe in crisi lo schema geopolitico perseguito dall’Uzbekistan in Asia centrale e che punta a garantire per sé la quota maggiore di risorse idriche per uso agricolo tramite dei rilasci dalle dighe collocate nei Paesi a monte in estate. Ciò verrebbe realizzato ignorando, nei fatti, le istanze di Bishkek e Dushambe che vorrebbero, dal canto proprio, ricavare maggiore energia idroelettrica dal Syr Darya e dall’Amu Darya tramite frequenti rilasci idrici in inverno.

La difficoltà kirghisa e tagica nel procurarsi fondi per completare i propri progetti idroelettrici e la strategia idroegemonica uzbeca hanno fatto sì che l’agricoltura di quest’ultimo prosperasse, non senza qualche difficoltà legata ai rilasci idrici invernali che gli altri due Stati hanno comunque effettuato, talvolta con conseguenze gravi per l’agricoltura uzbeca. La strategia uzbeca mira, ad ogni modo, a ridurre lo spreco idrico e l’impiego di acqua in agricoltura e per uso umano, sebbene stia procedendo a rilento.

La necessità di cambiare paradigma geopolitico

Con l’avvento del Presidente uzbeco Shavkat Mirziyoyev nel 2016 è iniziata per il Paese una fase nuova, scandita da liberalizzazioni in campo economico e finanziariofacilitazioni al commercio con l’esterosvalutazione della moneta e riduzione sostanziale del peso del cotone rispetto alle altre produzioni agricole. Anche le relazioni tra l’Uzbekistan e i suoi quattro vicini sono migliorate significativamente, sebbene in tema di gestione integrata delle risorse naturali non siano stati fatti molti passi in avanti.

 Per evitare che le produzioni agricole uzbeche risentano dell’incertezza nel flusso idrico che giunge a valle dal Kirghizistan e dal Tagikistan e per evitare escalation tra i governi, come accaduto nel 2001 tra Tashkent e Bishkek per via del tentativo kirghiso di sfruttare l’acqua come un bene strategico nei confronti dell’Uzbekistan e guadagnare potere contrattuale, è fondamentale che Mirziyoyev guidi un processo di integrazione delle idropolitiche regionali

Solo attraverso una collaborazione fattiva tra i cinque governi centro-asiatici sarà possibile tutelare l’ecosistema del Lago d’Aral, che risente dell’uso eccessivo di acqua in agricoltura, e garantire per la crescente popolazione uzbeca sufficienti derrate alimentari senza generare contromisure negli Stati a monte, che potrebbero sostituire l’energia idroelettrica con combustibili fossili uzbechi, turkmeni e kazaki. Anche Tashkent sembra aver compreso questo bisogno di cooperazione regionale, e con la nuova stagione politica avviatasi nel 2016 pare voler migliorare il quadro di gestione regionale delle risorse con i propri vicini.

Agricoltura, ambiente ed energia devono necessariamente andare di pari passo, in Asia centrale più che in ogni altra regione del mondo.

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