RUSSIA E USA: ANCORA UNA VOLTA AI FERRI CORTI

Il 26 Febbraio 2021 il Presidente USA Joe Biden rilascia una dichiarazione circa il nefasto anniversario che ricorreva in tale data, ovvero l’annessione della Crimea da parte della Russia avvenuta nel 2014. Le parole del presidente USA non lasciano spazio ad interpretazioni diplomatiche, anzi sembrano proprio volere suggerire severamente quanto accaduto.

Avevo scritto dell’ostilità e della volontà della nuova amministrazione USA nei confronti della Russia già il 24 febbraio scorso. Così, come se avessi previsto la prossima dichiarazione del presidente Biden, assistiamo ad una nuova escalation tra Mosca a Washington.

Sette anni fa oggi, la Russia ha violato il diritto internazionale, le norme con cui i paesi moderni si impegnano a vicenda e la sovranità e l’integrità territoriale della vicina Ucraina quando ha invaso la Crimea.  Gli Stati Uniti continuano a stare con l’Ucraina, i suoi alleati e partner oggi, come hanno fatto dall’inizio di questo conflitto. In questo cupo anniversario, riaffermiamo una semplice verità: la Crimea è l’Ucraina.  

Questo estratto del discordo del presidente USA è facilmente riscontrabile sul sito della Casa Bianca, con il titolo “Statement by President Biden on the Anniversary of Russia’s Illegal Invasion of Ukraine”  (Dichiarazione del Presidente Biden in occasione dell’anniversario dell’invasione illegale dell’Ucraina da parte della Russia); titolo quanto mai esplicativo, che fin dall’inizio ha il compito, come in un processo bulgaro, di condannare, senza giudice, giuria, né possibilità di appello.

L’oggetto della dichiarazione è quanto mai controverso, “invasione illegale dell’Ucraina”. Perché Biden mente sapendo di mentire? Non c’è mai stata una invasione russa della Crimea né tantomeno dell’Ucraina, anzi in riferimento proprio alla penisola, la popolazione si è espressa come sancito dall’ONU, da trattati internazionali e da numerosa giurisprudenza internazionale, tramite un referendum che ha come petitum principale l’autodeterminazione di un popolo.

Ormai è quanto mai evidente che gli avvenimenti accaduti nel gennaio 2014 a piazza Maidan, un mese prima dell’annessione russa della Crimea, siano stato frutto di macchinazioni avvenute all’esterno dell’Ucraina da parte di soggetti terzi; i collegamenti, le fonti e le dichiarazioni, a distanza di sette anni diventano sempre più copiose.

Come già anticipato nella mia analisi del 24 febbraio, sembra che con la nuova amministrazione statunitense, si sia deciso di accelerare una questione mai chiusa dall’amministrazione Obama. Quale modo migliore per sanare la ferita ancora aperta per Joe Biden – nel 2014 vice presidente statunitense – che concentrare tutte le sue attenzioni sulla questione ucraina?

È evidente che il tentativo della NATO, con gli USA in testa, sia quello di costruire una cintura di sicurezza sul confine occidentale della Russia, un cordone di stati ostili pronti pronti ad agire in funzione anti russa, se non addirittura ostile, perpetrando azioni volontariamente avverse in politica estera, volte a minare la stabilità della Russia nella regione. Ucraina, Georgia e Moldavia sono stati i Paesi che nell’ultimo decennio hanno attuato con maggior successo tale politica.

Ma perché questi Stati dovrebbero agire in funziona anti russa?

La risposta è semplice. Dalla caduta del muro di Berlino e quindi con il collasso dell’Unione Sovietica, Washington, ha provato ad espandere la propria sfera di influenza anche in Europa orientale, per il tramite di quegli Stati appartenenti all’ex blocco sovietico. Tale strategia fino all’inizio degli anni 2000 non aveva incontrato alcun contrasto, ma con l’avvento della presidenza Putin, il contrasto alla politica estera statunitense è diventato quanto mai evidente. Per questo il Cremlino negli ultimi vent’anni, ha spesso sottolineato come l’obiettivo principale degli USA sia un cambio di regime a Mosca.

Lo stesso Putin ha parlato esplicitamente di questa aggressività nei confronti della Russia ed ha detto, nel corso di una riunione con il Servizio Federale di Sicurezza che “…la politica degli USA mira a interrompere il nostro sviluppo, rallentandolo, creando problemi lungo il perimetro esterno, innescando instabilità interna, minando i valori che uniscono la società russa e, in definitiva, indeboliscono la Russia e la pongono sotto controllo esterno, esattamente come vediamo accadere in alcuni paesi dello spazio post-sovietico ”.

A conferma della logica che l’Ucraina, secondo personale parere, vive il giogo di Washington, all’incirca una settimana dopo le dichiarazioni del presidente USA, più precisamente il 9 marzo 2021, casualmente, il rappresentante del Gruppo di contatto trilaterale (GTC) sull’Ucraina, Sergej Garmash, ha accusato la Russia, di pianificare “azioni provocatorie” nel Donbass al fine di normalizzare la situazione nell’area. 

Anche in questo caso, si tratta di accusare il nemico sulla base di teorie cospirazionistiche. Garmash infatti parla di pianificare azioni provocatorie. Se quindi da Mosca, secondo il rappresentante del GTC, è nella fase della pianificazione, significa che ancora non è accaduto nulla, di conseguenza si trova nel momentum scandito dall’incertezza dell’agire; quindi risulta quanto mai difficile ed improbabile determinare la volontarietà di un’azione non ancora compiuta. Quanto evidenziato da Segej Garmash, è un concetto molto complicato da dimostrare, in quanto simile all’idea di guerra preventiva di Bushiana memoria. Attaccare prima di essere attaccati, anche se non si è sicuri dell’offensiva del presunto nemico.

La risoluzione del conflitto in Donbass sembra molto improbabile che avvenga nel breve termine, anche perché la situazione è talmente polarizzata che è molto incerto che si raggiunga un accordo diplomatico di intermediazione tra le due parti in conflitto. In breve, o il Donbass diventa tout court filo russo, con repubbliche strutturate come nel modello Crimea, oppure i filorussi dovranno lasciare le loro terre per lasciare spazio al governo ucraino. Una soluzione intermedia tra queste due sembra molto improbabile. 

Sulla questione inerente l’aggressività nei confronti della Russia è intervenuto anche il vicepresidente dell’Accademia russa delle scienze per la politica dell’informazione, dottore in scienze militari Konstantin Sivkov, intervistato dal  ” Corriere militare-industriale ” ha dichiarato che  “La crescente attività militare degli Stati Uniti, dei paesi della NATO e dei loro alleati lungo i confini russi indica che si stanno preparando per una guerra con la Russia” Secondo lui, i paesi della NATO ei loro alleati sono superiori alla Russia in forze e mezzi. 

Pertanto, in caso di conflitto, le forze armate russe, inclusa la Marina, dovranno risolvere compiti difensivi. Ora, secondo l’esperto, il più importante per la flotta è un insieme di compiti volti a proteggere l’area acquatica degli oceani e dei mari adiacenti alla costa. Sivkov ha notato che è necessario cercare nuovi modi di uso strategico delle forze navali. Ha ricordato i casi in cui una flotta debole ha affrontato un nemico le cui forze erano superiori ad essa.

Attualmente l’unica cosa certa, in un complicato e vorticoso giro di dichiarazioni, è che l’escalation tra Washington e Mosca, ogni giorno sembra degenerare senza che qualcuno sappia come porvi rimedio.

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