L’INGRESSO DELLA CINA NEL WTO E IL RUOLO NEGOZIALE DEGLI USA

Le fasi del processo negoziale (1986-2001) con cui la Cina ha aderito all’Organizzazione Mondiale del Commercio sono state scandite dallo stato delle relazioni con gli Stati Uniti, in grado di congelare o accelerare l’ammissione cinese. La vicinanza o la distanza tra le posizioni dei due Paesi si è riverberata sull’intero processo, producendo un’alternanza tra atteggiamenti cooperativi e competitivi.

Da principale potenza economica mondiale, leader dell’Occidente industrializzato e maggior contributore del GATT/WTO, gli Stati Uniti intuirono la grande posta in gioco rispetto all’inserimento dell’economia cinese nel circuito commerciale internazionale e, di conseguenza, contrattarono i punti cardine dell’accordo di ammissione. Immediatamente dopo la presentazione della candidatura cinese, Clayton Yuetter, membro degli US Trade Representatives (USTR), ammise l’interessamento del suo Paese «ad avere questo importante partner commerciale»[1].

Gli Stati Uniti supportavano una maggiore integrazione dell’economia cinese nel mercato, poiché avrebbe aperto opportunità inedite per le imprese del Paese; contemporaneamente, però, permanevano perplessità sulla correttezza e trasparenza del regime commerciale di Pechino, nonché sulle caratteristiche strutturali della sua economia. Oltretutto, Washington confidava che in futuro l’apertura all’economia di mercato avrebbe condotto ad una trasformazione del sistema politico cinese.

Dall’apertura delle relazioni diplomatiche nel 1979, il volume di scambi commerciali tra Stati Uniti e Cina crebbe progressivamente, fino ad attestarsi a circa 8 miliardi di dollari nel 1986, quando la Cina formalizzò la sua candidatura al GATT. In quegli anni, la rapida crescita economica, degli scambi commerciali e la capacità di attirare investimenti diretti esteri indussero la leadershipcinese a compiere passi in avanti per una maggiore apertura al mercato, condizione primaria per accedere all’organizzazione.

L’inclusione dell’economia cinese nel sistema commerciale internazionale rispondeva a due preminenti obiettivi: 1) lo sviluppo ed il miglioramento degli standard di vita interni; 2) l’accrescimento del proprio ruolo nel mondo globalizzato e all’interno delle istituzioni multilaterali. Considerato centrale per il futuro economico del Paese, l’ingresso nel GATT/WTO rappresentava, oltretutto, il degno coronamento delle riforme interne di liberalizzazione avviate nell’era di Deng Xiaoping.

Nel caso cinese, tuttavia, la sfida si presentava ardua: «I Paesi con economie pianificate non hanno mai partecipato alla globalizzazione economica. L’economia cinese deve diventare un’economia di mercato per entrare a far parte del sistema economico globale, nonché per partecipare efficacemente al processo di globalizzazione economica»[2]. Pertanto, Pechino doveva modificare l’impalcatura del suo sistema economico-commerciale, e ciò implicò l’assunzione di impegni considerevoli, che nel processo negoziale si tradussero in concessioni

Negli anni immediatamente successivi alla presentazione della richiesta di ammissione, la Cina doveva integrare le riforme economiche interne avviate dal 1978 con una massiccia riduzione delle tariffe doganali verso l’estero, prima concessione richiesta dai membri del GATT e requisito fondamentale per l’ammissione. Nel frattempo, gli Stati Uniti e la Comunità Europea diffidavano profondamente della maturità del sistema cinese a adeguarsi alle regole internazionali.

La riduzione dei dazi e l’eliminazione delle barriere non tariffarie alle importazioni non ha grande importanza in uno Stato ad economia pianificata, in cui viene imposto il volume e le spese d’importazione. E neanche la fissazione di quote di importazione avrebbe comportato cambiamenti nel garantire l’accesso al mercato. Altre questioni sollevate dagli Stati Uniti, e che saranno tema di acceso confronto durante tutto il processo, furono l’applicazione alla Cina del trattamento della nazione più favorita e il riconoscimento dello status di “Paese in via di sviluppo” (PVS).

La negazione del trattamento della nazione più favorita ad uno Stato membro avrebbe violato le regole dell’organizzazione, ma la piena applicazione nei confronti della Cina avrebbe violato le leggi interne statunitensi. Infatti, la Sezione 402 dell’US Trade Act del 1974 prevedeva l’applicazione di un trattamento condizionato verso i Paesi comunisti, soggetto ad approvazione annuale da parte del Congresso; mentre sia la Cina sia il Trattato WTO lo auspicavano incondizionato.

Su questo tema, gli Stati Uniti mostrarono un atteggiamento cooperativo: se la Cina avesse assunto impegni seri nelle prime battute del negoziato, il Governo statunitense avrebbe potuto chiedere al Congresso di modificare quell’emendamento del Trade Act. Il riconoscimento dello status di Paese in via di sviluppo (PVS), invece, divenne materia incandescente più avanti. La Cina manteneva tale status alle Nazioni Unite, alla Banca Mondiale e alla Banca di Sviluppo asiatica: adesso voleva assicurarselo anche all’interno del sistema commerciale internazionale.

In base all’articolo XVII del GATT, i Paesi classificati “in via di sviluppo” possono «proteggere le industrie nascenti; imporre restrizioni alle importazioni per ragioni di bilancia dei pagamenti e con scarso controllo internazionale; il Governo può fornire assistenza finanziaria alle industrie per scopi generali di sviluppo, e inoltre i Paesi sviluppati non dovrebbero aspettarsi dai PVS una completa reciprocità nella riduzione delle tariffe o di altre barriere commerciali».

Ciò apriva opportunità interessanti per un’economia in rapida ascesa come quella cinese, che doveva conciliare le progressive aperture al mercato con un sistema economico pianificato e centralista. Sebbene l’accordo commerciale bilaterale del 1979 tra Usa e Cina stabilisse la catalogazione della Cina come PVS «a causa del livello di sviluppo dell’economia cinese», gli Stati Uniti nutrivano fondati sospetti e rimandarono la discussione.

Il timore era che la Cina volesse utilizzare lo status di PVS come scorciatoia per accedere al GATT senza imprimere riforme decise ad un sistema economico in cui i costi di produzione dipendono da prezzi stabiliti arbitrariamente dal Governo ed il comparto agricolo e industriale usufruisce di imponenti sussidi statali

Queste preoccupazioni, condivise dagli Stati occidentali e dal Giappone, ritardarono il processo multilaterale. Lo stesso effetto procurato dagli incidenti di piazza Tiananmen del 4 giugno 1989, quando il Governo cinese incaricò l’esercito di reprimere duramente una manifestazione di studenti per la democrazia e la libertà. Le immagini fecero il giro del mondo, suscitando le proteste e l’indignazione dei Governi occidentali.

In un momento così delicato per il suo futuro economico, i fatti di piazza Tiananmen causarono alla Cina un grave danno d’immagine presso i partnerinternazionali e pregiudicarono il dialogo con gli Stati Uniti. L’amministrazione di G.H Bush condannò subito le violenze come una grave violazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali: gli Stati Uniti non potevano continuare a trattare con i cinesi come se nulla fosse successo. Il giorno seguente, 5 giugno 1989, gli Stati Uniti imposero sanzioni economiche contro il Governo cinese, che da parte sua negò sempre il coinvolgimento negli avvenimenti di Piazza Tiananmen.

L’amministrazione Bush ordinò la sospensione della vendita di armi o altre esportazioni statunitensi in Cina; l’interruzione del dialogo tra le rispettive leadership militari e con funzionari statunitensi pari o superiori al grado di “Assistente Segretario”; il rinvio di qualsiasi aiuto o finanziamento da istituzioni finanziarie internazionali[3]. Le relazioni sino-americane precipitarono al minimo storico dalla distensione dei primi anni ’70, ed il processo negoziale per l’ammissione cinese nel GATT subì una prima battuta d’arresto.

Il negoziato multilaterale sarà congelato almeno fino al 1992: la Cina doveva pagare un caro prezzo per le sue azioni. Pechino avrebbe potuto sbloccare l’impasse soltanto effettuando concessione gradite agli USA e ai partneroccidentali. La degradazione dei rapporti tra i due Paesi ebbe luogo a dispetto di un clima internazionale favorevole al dialogo multilaterale, al processo di globalizzazione ed all’espansione degli scambi internazionali. La rigida contrapposizione della Guerra Fredda andava scomparendo con la progressiva disgregazione dell’URSS: con la fine del sistema bipolare la Cina voleva ritagliarsi in tempi brevi uno spazio nel consesso internazionale.

Malgrado la fecondità del contesto, l’impasse post-1989 riflette le ambiguità del confronto sino-americano, che oscilla tra rapporti pragmatici (commercio internazionale ed opportunità economiche) e profondi contrasti ideologici (il sistema comunista cinese con la sua indifferenza nei confronti di diritti umani e democrazia). A complicare il quadro relazionale concorse, altresì, Taiwan, annoso pomo della discordia tra Washington e Pechino.

Nel gennaio del 1990, Taiwan sfruttò il momento per presentare la sua candidatura al GATT: «Si rese conto che avrebbe creato problemi ulteriori alla situazione di stallo esistente». La leadership cinese, irritata e sotto pressione, ruppe il gelo diplomatico con gli Stati Uniti per chiarire la sua posizione in merito. In una lettera indirizzata agli USA e agli Stati membri GATT, il premier Li Peng ribadì che innanzitutto la Repubblica Popolare Cinese è l’unico Governo legittimo della Cina, e Taiwan fa parte di essa; in secondo luogo Taiwan potrà accedere al GATT come territorio doganale solo dopo l’ammissione della Repubblica Popolare Cinese; infine la candidatura di Taiwan dovrà essere esaminata e confermata dal Governo cinese.

La possibilità di un ingresso di Taiwan indipendente dall’ammissione della Cina venne accantonata, poiché sia gli Stati Uniti –intenzionati salvaguardare la credibilità della “One China Policy”– che i Paesi europei accolsero le condizioni del Governo cinese. Gli spiragli per un riavvicinamento Usa-Cina, però, si allargarono solo all’alba del 1992.

Gli Stati Uniti compresero il vantaggio strategico derivante dall’impazienza cinese di riprendere il negoziato per l’ammissione nel GATT; pertanto nel 1991 avviarono una serie di colloqui bilaterali al fine di strappare concessioni su temi come la protezione della proprietà intellettuale, l’accesso al mercato dell’economia cinese e l’export di beni prodotti dai prigionieri.

Allorché i primi cinque incontri si rivelarono infruttuosi, il Presidente G.H. Bush annunciò il fallimento del negoziato bilaterale ed esercitò pressione verso la Cina, minacciandola di dazi qualora non avesse soddisfatto le richieste statunitensi entro il 16 gennaio 1992. Proprio in questa data di scadenza, Stati Uniti e Cina firmarono un memorandum in cui la Cina si impegnava ad approvare leggi migliorative su proprietà intellettuale, brevetti, segreti commerciali e a rispettare gli standard internazionali in materia, aderendo alla Convenzione di Berna sul diritto d’autore[4].

Fu un notevole passo avanti, ma non sufficiente per dare nuova linfa al negoziato per l’ammissione nel GATT. Saranno, in particolare, due gli eventi che impressero un salto di qualità nelle relazioni bilaterali e contribuirono a rilanciare il processo negoziale iniziato nel 1986. Il 10 ottobre 1992, venne concluso un accordo di principio in cui la Cina si impegnava a ridurre le barriere doganali sulle importazioni di vetture e componenti automobilistici dagli Usa; ma nelle intenzioni della delegazione statunitense doveva essere il preludio per un maggiore accesso dei beni del Paese nel mercato interno cinese.

Due giorni dopo, il Presidente cinese, Jiang Zemin, annunciò al quattordicesimo Congresso del Partito Comunista Centrale che l’obiettivo delle riforme economiche inaugurate nel 1978 era quello di costruire una “economia socialista di mercato” dalle caratteristiche cinesi.

La ristrutturazione del sistema economico ruotava attorno ad un ruolo più attivo del mercato nello sviluppo delle forze produttive: «La competizione e i prezzi di mercato avrebbero guidato l’approvvigionamento e la produzione nell’industria pubblica e delle materie prime. Lo Stato avrebbe mantenuto un ruolo nella decentralizzazione delle responsabilità finanziarie e operative alle imprese».

Gli impegni assunti dalla Cina, presi sul serio dagli Stati Uniti e dagli altri membri del gruppo di lavoro GATT, sbloccarono il negoziato multilaterale. Da quel momento, con il cambio di amministrazione alla Casa Bianca ed una rimodulazione delle strategie di entrambe le parti, si aprì una nuova fase del processo. 

L’approccio di Clinton verso la Cina e i negoziati bilaterali tra competizione e cooperazione

Con la fine della prima impasse, il negoziato per l’accesso cinese al GATT entrò nel vivo. La strategia statunitense era quella di collegare l’evoluzione del negoziato multilaterale alle concessioni specifiche che la Cina aveva offerto a livello bilaterale. Il livello di convergenza o divergenza tra Cina e Stati Uniti sui principali temi negoziali impattò sul protrarsi delle interazioni e determinò l’impiego di mosse strategiche come minacce, impegni, promesse e varie tattiche di pressione.

Il quarantaduesimo Presidente statunitense, Bill Clinton (1993-2000), ereditò dal suo predecessore un tessuto relazionale migliore rispetto ai primissimi anni ’90; tuttavia l’approccio statunitense appariva meno pragmatico, flessibile e realista di quello che guidò l’inizio del processo negoziale nel 1986. Il tema dei diritti umani era diventato centrale nelle relazioni sino-americane.

Nel settembre 1992, a poche settimane dalle elezioni presidenziali, il Presidente Bush pose il veto su una legge del Congresso a maggioranza democratica che avrebbe revocato il trattamento della nazione più favorita nei confronti della Cina per il suo scarso rispetto dei diritti umani.  Bush, che nel 1970 fu a capo del US Liaison Office a Pechino, aveva coltivato profonde relazioni con la Cina e riteneva che non fosse utile isolarla se gli Stati Uniti avessero voluto esercitare influenza sul suo sistema politico.

Bill Clinton, invece, aveva altri piani. Già in campagna elettorale criticò aspramente il suo rivale G.H Bush per essere stato troppo morbido e accomodante con la Cina. Il Presidente Clinton concordava con il Congresso sulla necessità di collegare il rinnovo annuale dello status commerciale della nazione più favorita ai progressi nell’osservanza dei diritti umani in Cina.

L’estensione dello status era condizionata, altresì, alla correttezza delle pratiche commerciali cinesi, all’adesione al Trattato di non proliferazione nucleare e ai parametri sanciti dal “Missile Technology Control Regime”. Così Clinton firmò un Executive Order in questo senso. Ciò avrebbe dovuto funzionare come una leva contro la Cina per conseguire due obiettivi centrali della politica estera dell’amministrazione Clinton: la crescita economica statunitense e la promozione di democrazia e diritti umani nel mondo.

La posizione di Clinton, tuttavia, si affievolì ben presto. Dopo le intense pressioni delle corporationsstatunitensi e malgrado l’assenza di significativi progressi in Cina sui diritti umani, nel 1994 Clinton estese il trattamento della nazione più favorita alla Cina, ritrattando il collegamento tra i temi commerciali e i diritti umani. «Dobbiamo guardare le nostre relazioni con la Cina in un quadro più ampio dei diritti umani: il collegamento tra essi e il commercio non è più sostenibile», affermava a sorpresa il Presidente.

Nel frattempo, l’economia cinese cresceva a ritmi vertiginosi, così come il surplus nella bilancia commerciale con gli Stati Uniti. Mentre a seguito delle richieste statunitensi il costo del biglietto d’ingresso cinese lievitava e l’agenda negoziale si espandeva, il capo negoziatore cinese, Long Yongtu, rese noto che il suo Paese non aveva intenzione di effettuare ulteriori concessioni o riavviare i colloqui negoziali qualora un accordo sostanziale non fosse stato concluso entro la fine del 1994.

L’offerta finale di Pechino sull’accesso al mercato nei settori dei servizi e dell’agricoltura, però, non soddisfò i membri del gruppo di lavoro, i quali bloccarono nuovamente l’ammissione. La Cina accusò l’opposizione statunitense e sospese l’accordo bilaterale del 1992, perché gli Stati Uniti si opposero all’ammissione cinese come PVS e non avevano mantenuto la promessa di approvare il protocollo di accesso entro la fine dell’anno. Si stava collegando l’implementazione dell’accordo bilaterale ai progressi nel processo negoziale, che da quel momento subirà un secondo stallo.

Tuttavia, la leadership cinese aveva imparato la lezione del fallimento del 1994: l’impazienza di accedere al GATT ne aveva indebolito la posizione negoziale. Occorre tenere bene a mente come le interazioni sino-americane avvengano all’interno di un certo “ottimismo globalista”, secondo cui a lungo termine la liberalizzazione delle attività economiche, l’espansione degli scambi commerciali ed un’aumentata interdipendenza tra le economie degli Stati avrebbe recato benefici trasversali.

Tale visione generale- che sarà in parte sconfessata dagli sviluppi futuri- rilanciò e favorì indubbiamente il negoziato per l’ammissione cinese, più volte messo in discussione dai dissapori con gli Stati Uniti. Pertanto, dal 1995 i colloqui negoziali riprenderanno con un piglio più pragmatico e flessibile, grazie a cui Cina e Stati Uniti riusciranno a conciliare le proprie posizioni economiche e i rispettivi interessi nazionali.

Si ripresentò la dirimente questione dell’ammissione della Cina nel WTO come Paese in via di sviluppo. Una soluzione di compromesso venne raggiunta nel marzo 1995 in occasione di una missione diplomatica degli USTR a Pechino. Fu uno scambio di promesse: la Cina assicurava la ripresa dell’accordo bilaterale del 1992; in cambio gli Stati Uniti riconoscevano a Pechino le esenzioni di un “Paese speciale in via di sviluppo”.

Ciò avrebbe permesso all’economia cinese di eliminare più velocemente alcune barriere tariffarie all’entrata, ma soprattutto avrebbe consentito agli Stati Uniti di trattare le concessioni cinesi “prodotto per prodotto”. L’atmosfera, comunque, era ancora tesa: mentre il negoziato multilaterale era ancora bloccato, i cinesi sapevano di dover effettuare concessioni non marginali; invece gli statunitensi erano consapevoli che prima o poi avrebbero dovuto modificare la propria legislazione interna per estendere alla Cina il trattamento della nazione più favorita, requisito imposto dalle regole del WTO.

Nel 1996- lo stesso anno della rielezione di Bill Clinton- ebbe luogo una serie di colloqui informali tra Stati Uniti e Cina. In particolare, durante il summit APEC di Manila, il bilaterale tra il Presidente Clinton e il suo omologo cinese Jiang Zemin concorse a rasserenare il clima e rilanciare il processo negoziale. I due Capi di Stato volevano imprimere una seria accelerazione al negoziato, sia in sede multilaterale che a livello bilaterale.

L’inversione di tendenza verso il dialogo e la cooperazione sarebbe stata comprovata dalle visite reciproche dei due Presidenti tra il 1997 e il 1998. A distanza di 12 anni dall’ultima visita di un Capo di Stato cinese negli Stati Uniti, nell’ottobre 1997 Jiang Zemin si recò alla Casa Bianca in un clima piuttosto conciliante.

Come segno di buona volontà, portò con sé una folta delegazione commerciale e firmò contratti con aziende statunitense per un valore di 4.26 miliardi di dollari; dichiarò inoltre l’intenzione di accedere all’International Telecommunication Accord, ulteriore passo avanti che, oltre a velocizzare l’ammissione nel WTO, avrebbe permesso un maggiore accesso delle società di telecomunicazioni statunitensi nel sistema delle telecomunicazioni cinese.

Al termine dei colloqui bilaterali, venne rilasciata una dichiarazione congiunta abbastanza emblematica circa la volontà di entrambe le parti di  concludere il processo: «Nel contesto dei negoziati WTO, la Cina continuerà ad effettuare ulteriori e sostanziali riduzioni delle tariffe. La Cina e gli Stati Uniti  riconoscono che la piena partecipazione cinese al sistema commerciale multilaterale è nel loro reciproco interesse.

A tal fine, concordano di intensificare i negoziati sull’accesso al mercato, ivi compresi i dazi, le misure non tariffarie, i servizi, le norme, l’agricoltura e l’attuazione dei principi WTO in modo che la Cina possa aderire all’organizzazione nel più breve tempo possibile»[5].

Successivamente, nel dicembre dello stesso anno, la Cina presentò al gruppo di lavoro del WTO un pacchetto di concessioni sull’accesso al mercato e concordò i principali temi del protocollo di accesso. Quando il 28 marzo 1998 la delegazione cinese propose alla settima sessione del gruppo di lavoro WTO ulteriori riduzione delle tariffe su almeno 6.000 prodotti, il negoziato multilaterale si avviava a conclusione.

Rimanevano, tuttavia, ancora parecchi temi da trattare a livello bilaterale con gli Stati membri del gruppo di lavoro, specialmente con gli Stati Uniti. Il Presidente Clinton promise il suo coinvolgimento diretto per porre fine al lungo negoziato, e nel giugno 1998 ricambiò la visita del suo omologo cinese. Clinton fu il primo Presidente USA a recarsi in Cina dagli incidenti di piazza Tiananmen: la cordialità dell’incontro faceva presagire una imminente conclusione dell’accordo.

Tuttavia, non si pervenne ad alcuna riforma dell’economia cinese in grado di ultimare la sua ammissione nel WTO. Questo viaggio servì, perlopiù, a rassicurare i leader cinesi sulle posizioni statunitensi rispetto all’annosa questione della contrapposizione Cina-Taiwan. In particolare, a Shangai il Presidente Clinton ribadì la politica dei “Tre No”: 1) No al sostegno Usa per l’indipendenza di Taiwan; 2) No al riconoscimento del Governo taiwanese; 3) No all’appoggio statunitense per l’ammissione di Taiwan nelle organizzazioni internazionali.

Nei mesi successivi, l’amministrazione statunitense mandò chiari segnali sulla sua volontà di finalizzare il processo. In seguito, Clinton inviò due lettere a Jiang Zemin in cui espresse l’intenzione di concludere il negoziato bilaterale entro la fine del primo quadrimestre del 1999; promise di risolvere in modo permanente l’estensione del trattamento della nazione più favorita alla Cina e inoltrò una prima bozza di accordo. I cinesi colsero tali segnali ed iniziarono a discutere a livello interno sulla bozza statunitense.

Così, nel febbraio 1999 a Pechino, le due delegazioni trovarono una quadra sui principali temi negoziali: dazi sui beni industriali, sui beni agricoli, misure non tariffarie, volume complessivo dei dazi sulle importazioni e accesso al mercato cinese dei servizi e delle telecomunicazioni. L’accordo finale doveva essere firmato durante la missione di aprile della delegazione cinese a Washington, ma inaspettatamente il Presidente Clinton si rifiutò, poiché a suo avviso il Congresso non lo avrebbe mai ratificato.

In realtà, l’opposizione domestica all’accordo- proveniente perlopiù dalle fila dei Repubblicani- venne adoperata da pretesto per estrarre maggiori concessioni ai cinesi. La delegazione cinese ritenne eccessive le richieste e, delusa dall’atteggiamento della controparte, lasciò Washington.

 La luna di miele tra Stati Uniti e Cina venne interrotta dall’improvviso bombardamento dell’ambasciata cinese di Belgrado da parte di un commando NATO a guida statunitense, impegnato in operazioni militari contro il regime serbo-iugoslavo. La Cina protestò duramente nelle sedi internazionali per il «barbaro attacco statunitense contro la sua sovranità»; da parte loro gli Stati Uniti insistevano sull’accidentalità dell’accaduto. L’incidente di Belgrado era solo l’ultimo degli eventi che contribuì a minare l’interscambio tra Washington e Pechino.

Nel marzo 1999, uno scienziato di origine taiwanese fu accusato, e poi licenziato dal Dipartimento dell’Energia, per aver rubato segreti nucleari per conto del Governo cinese; precedentemente, tra il 1997 e il 1998, esponenti Repubblicani avevano sollevato accuse di contributi irregolari cinesi in favore della campagna del 1996 per la rielezione del Presidente Clinton. La conclusione dell’accordo di ammissione si allontanava all’aumentare delle tensioni diplomatiche: il risultato fu un nuovo impasse negoziale della durata di circa quattro mesi.

Questa volta erano stati i cinesi ad interrompere i colloqui bilaterali, poiché la fiducia nei confronti del partner statunitense era ai minimi storici da un decennio. Bill Clinton, invece, voleva riprendere e concludere il negoziato per non vanificare i progressi raggiunti, cosicché adottò mosse strategiche improntate ad una sincera cooperazione. Innanzitutto, il Presidente statunitense si scusò pubblicamente per l’incidente e, dopo ben nove chiamate senza risposta, raggiunse telefonicamente Jiang Zemin per rivolgere le condoglianze ai parenti delle vittime e spiegare perché si trattò di un incidente.

Alle parole seguirono i fatti: il Dipartimento di Stato indennizzò i parenti delle vittime del bombardamento con una compensazione da 4.5 milioni di dollari e, finalmente, il Presidente Clinton accordò alla Cina lo statuscommerciale permanente e il trattamento della nazione più favorita. Queste due concessioni da parte degli Stati Uniti incontravano pienamente le richieste cinesi. Sortirono, altresì, l’effetto desiderato dall’amministrazione statunitense: riportare le due delegazioni al tavolo delle trattative al fine di concordare gli ultimi dettagli e concludere il decisivo accordo bilaterale per l’ammissione della Cina nel WTO.


[1] Thomson R., “China hints at tariff cuts to ease GATT entry”, Financial Times, 10 luglio 1986.

[2] Parole di Long Yongtu, già Viceministro cinese per il commercio estero e capo negoziatore durante il processo di ammissione al GATT/WTO.

[3] Partridge B., “1989 Tiananmen Incident and US-China Relations”, Armstrong Undergraduate Journal of History, n.1, 2013.

[4] Lardy N., “China in the World Economy”, Institute for International Economics, Washington D.C., 1994, p.80.

[5] “China-US Joint Statement”, Embassy of the People’s Republic of China in The United States, 29 ottobre 1997.

Emanuele Gibilaro

Classe 95, analista di politica estera USA, membro del direttivo IARI e brand ambassador. Studente magistrale in Relazioni Internazionali (indirizzo Diplomazia e Organizzazioni internazionali) presso l’Università degli Studi di Milano. Ho conseguito la laurea triennale in “Storia, politica e Relazioni internazionali” a Catania- città di cui sono originario- con una tesi sul rapporto tra giornalismo e comunicazione politica durante alcuni eventi salienti della storia contemporanea di Italia e Stati Uniti.
Per IARI mi occupo di politica estera e interscambio diplomatico degli Stati Uniti con i principali attori internazionali. Ma anche di questioni energetiche e sicurezza nazionale. Approfondisco tali tematiche da diversi anni, in un’ottica che contempera dimensione giuridica, storica, diplomatica, militare ed economica.
Ho sposato il progetto IARI fin dal primo giorno della sua fondazione, perché ho visto un gruppo affiatato, competente e motivato a creare una realtà che diventasse un punto di riferimento per il mondo accademico italiano, ma anche per chi desidera avere un quadro sulla politica e i fenomeni internazionali. Abbiamo scelto il formato di think tank specializzato in quanto fenomeni complessi come quelli internazionali meritano un’elaborazione analitica, precisa e pluridimensionale, che non semplifichi le questioni con ideologie e luoghi comuni (così come spesso accade nelle testate giornalistiche del nostro Paese). Pertanto, l’analista deve mettere le sue competenze a disposizione del lettore, individuando possibili scenari e fornendo a chi legge tutti gli elementi necessari alla formazione di un’opinione.

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