LA CAMPAGNA DI VACCINAZIONE DEL MAROCCO PONE L’ATTENZIONE SULLA “DIPLOMAZIA DEI VACCINI”

Il Marocco prosegue con la linea dura nella lotta al coronavirus. 

La monarchia parlamentare che affaccia sul Mediterraneo, oltre ad aver sospeso i voli con Polonia, Norvegia, Finlandia, Grecia, Libano e Kuwait, portando a 26 il numero dei Paesi interessati dai blocchi, sta portando avanti una decisiva campagna di vaccinazione. 

Quest’ultima, avviata a fine gennaio, ha già prodotto notevoli risultati distribuendo il vaccino a oltre quattro milioni di persone. L’obiettivo, secondo quanto dichiarato dal ministero della salute, è immunizzarne almeno venticinquemila “in vista di un graduale ritorno alla vita normale”.

Da quando è stato segnalato il primo caso nel Paese, a inizio 2020, più di 487.750 persone sono state infettate e 8.712 sono morte a causa del Covid-19.

Attualmente vengono denunciati poco più di 500 casi al giorno, tuttavia non è possibile definire l’attendibilità di questi numeri dato che il numero di test effettuati è particolarmente basso rispetto alle medie europee.

I vaccini utilizzati dal Marocco attualmente sono il britannico AstraZeneca e il cinese Sinopharm, tuttavia i media hanno dichiarato che le autorità intendono ricorrere presto anche al russo Sputnik V e all’americano Johnson & Johnson. 

Risulta a questo punto inevitabile non porre l’attenzione su quella che viene definita la “diplomazia dei vaccini”. Nonostante infatti il programma Covax stia procedendo, anche se con alcuni intoppi, emerge l’intenzione di Russia e Cina di assumere un ruolo di primo piano nella lotta al coronavirus nei Paesi del Mediterraneo. Le forniture russe e cinesi, tra l’altro, sembrano essere più rapide presentandosi come una valida alternativa. 

L’obiettivo per la Russia e la Cina potrebbe essere quello di rafforzare la loro influenza, rispetto ai Paesi occidentali, attraverso la fornitura dei vaccini.

Per quanto riguarda il rapporto tra il Marocco e la Cina, ad esempio, in seguito alla pandemia, è stata esaltata l’importanza della Dichiarazione congiunta di partenariato, firmata dal re Mohammed VI e dal Presidente Xi Jinping, in occasione della visita del sovrano in Cina nel 2016.

L’Egitto invece intrattiene relazioni solide con Mosca già da prima del Covid-19. Basta pensare agli ingenti investimenti russi per la costruzione di infrastrutture nel Paese. A questo si aggiunge il tanto discusso accordo, del 18 marzo del 2019, con cui il Cairo e Mosca avevano stabilito la fornitura di 24 aerei da combattimento Su-35, di fabbricazione russa. Accordo che ha esternato l’intenzione dell’Egitto di allargare la sua sfera di approvvigionamento militare. 

Un discorso differente va fatto per la filoeuropea Tunisia il cui interesse, per i vaccini russi e cinesi, difficilmente potrebbe tradursi in un’apertura verso la cooperazione bilaterale in altre aree. 

Tuttavia al momento non è possibile definire quale sarà l’impatto della diplomazia dei vaccini sugli assetti politico-militari.  La strumentalizzazione politica del vaccino rientra infatti in quelle strategie della “soft power” il cui successo dipende dal consenso che gli attori politici riescono a ottenere attraverso l’uso strategico di armi politiche, economiche e culturali. È chiaro che per Cina e Russia presentarsi come i Paesi con la maggiore capacità scientifica e sanitaria, in grado di sconfiggere la pandemia, può tradursi in una bella vetrina politico-diplomatica. Il suo effetto tuttavia, potrà valutarsi solo nel lungo periodo.

Giusy Monforte

Cari lettori, ho il piacere di presentarmi, sono Giusy Monforte, analista dell’Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI).
La mia passione per la geopolitica è iniziata a Catania, dove mi sono laureata in Politica e Relazioni internazionali. Successivamente mi sono spostata a Napoli, città che mi ha letteralmente incantata per la sua capacità di restare fedele alle sue radici identitarie pur guardando verso l’Europa. A Napoli ho conseguito una laurea magistrale in Studi Internazionali presso “L’Orientale”, dedicando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo la laurea ho continuato i miei studi e non ho mai smesso di scrivere: ho collaborato con diverse riviste di geopolitica.
Ho avuto la fortuna di salire a bordo di questo Think Tank sin dall’inizio riuscendo, in questo modo, a dare il mio contributo dalle sue prime manovre e a crescere professionalmente insieme ad esso. Allo IARI mi occupo soprattutto di temi afferenti al costituzionalismo in Africa e negli Stati a maggioranza musulmana.
La mia curiosità verso il mondo si riversa probabilmente anche nelle altre attività.
Dedico il resto del mio tempo alla ricerca delle scoperte musicali e vado spesso ai Festival che ti permettono di spaziare dal dreampop alla Jazztronica, senza sembrare una persona confusa, e a condividere, contemporaneamente, la passione per la musica con persone provenienti da tutto il mondo. Amo viaggiare, oltre che fisicamente, anche attraverso il cinema: seguo con particolare interesse il cinema iraniano e coreano, ma confesso che il mio cuore appartiene al canadese Xavier Dolan.
La parola che odio di più è etnocentrismo: spesso si ignora che non esiste solo una prospettiva e che la realtà ha diverse facce se imparassimo a guardarla con gli occhi degli altri.
La mia parola preferita, invece, è prònoia: perché l’universo può giocare anche a nostro favore ma a volte lo dimentichiamo

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