IL PASSAGGIO DELL’INDIA DA NAZIONE “LIBERA” A “PARZIALMENTE LIBERA”

Il rapporto 2021 Freedom House, che riflette la realtà nell’India moderna, ha visto il Paese centro della “più grande democrazia del mondo” declassato da “libero” a “parzialmente libero”.

La Freedom House, think tank statunitense creato nel 1941 e impegnato nella difesa e nella vigilanza degli standard democratici dell’applicazione dei principi di libertà politica e diritti umani nel mondo, ha accusato il governo del primo ministro indiano Narendra Modi di aver fatto transitare l’India verso un maggiore autoritarismo. Per questo motivo nella relazione della Freedom House relativa all’anno 2021 l’India è stata declassata da Paese “libero” a “parzialmente libero”.

Ciò è avvenuto a causa soprattutto di tre fattori: la risposta del governo all’emergenza COVID-19 che ha causato un blocco forzato che ha provocato il pericoloso e non pianificato esodo di milioni di lavoratori migranti interni improvvisamente rimasti senza mezzi di sussistenza; la una progressiva marginalizzazione delle minoranze religiose ed etniche, soprattutto musulmani e kashmiri; e una sempre più aperta e accentuata repressione del dissenso, della libertà di stampa e dell’opposizione all’agenda governativa.


Questa, favorendo gli interessi del nazionalismo indù a scapito di inclusione e uguaglianza sociale, valori fondanti del Paese, ha messo in moto un processo di alterazione del nucleo democratico indiano al punto da chiedersi se l’India possa ancora fregiarsi del titolo di “più grande democrazia del mondo” non solo dal punto di vista numerico ma anche e soprattutto politico.


Il rapporto ha reso noto un oggettivo deterioramento dello stato di diritto, dell’applicazione dei diritti politici e delle libertà civili a partire dal 2014, cioè da quando il partito del Bharatiya Janata Party (BJP) guidato da Narendra Modi ha preso in mano le redini dell’esecutivo indiano, con un pericoloso aggravamento a seguito della sua rielezione coincisa con l’inizio del suo secondo mandato alla guida del Paese nel 2019. 

Piuttosto che servire da paladino della pratica democratica e da contrappeso all’influenza autoritaria di paesi come la Cina, Modi e il suo partito stanno tragicamente guidando l’India stessa verso l’autoritarismo.
È stato inoltre rilevato che il deterioramento dei valori democratici indiani da parte dell’azione del governo hanno interessato anche un altro pilastro dell’ordinamento democratico indiano, cioè l’indipendenza giudiziaria sancita dalla Costituzione del Paese, oggetto di alcuni casi di alto profilo di interferenza governativa.

Tra questi i due episodi più clamorosi sono stati sicuramente l’inaspettata assoluzione (ma non troppo, come descritto in una precedente analisi) nel settembre 2020 dei maggiori imputati per l’incitamento di migliaia di militanti indù alla demolizione della Babri Masjid ad Ayodhya nel 1992, tutti legati in maniera più o meno diretta al BJP, e che causò una profonda ondata di violenze settarie in tutta l’India; e quello di S. Muralidhar, un giudice dell’Alta Corte di Delhi trasferito immediatamente dopo aver investigato sul ruolo della polizia accusata di non essere rimasta passiva invece di garantire la sicurezza durante i disordini che hanno interessato New Delhi a fine febbraio 2020, durante i quali per non aver intrapreso alcuna azione durante i disordini nella capitale che hanno causato oltre 50 vittime, per lo più tra i musulmani che protestavano sul controverso emendamento della legge sulla cittadinanza che avrebbe marginalizzato ancora di più i musulmani indiani. Costoro sono stati oggetto di attacchi di militanti dei movimenti di estrema destra indù che hanno operato su incitazione di leader legati allo stesso BJP, e per la quale la passività della polizia è direttamente responsabile. 

Il rapporto sul livello della libertà democratica in India realizzato dalla Freedom House si aggiunge a una serie di altri rapporti simili relativi ad altri aspetti dello stato di diritto colpiti dal maggiore autoritarismo di governo. Tra questi è doveroso citare quello della libertà di stampa, oggetto di crescente repressione, dove i giornalisti impegnati nell’opposizione all’operato e alle politiche del governo sono stati vittime di consistenti pressioni, intimidazioni e aggressioni fisiche.

In particolare il solo 2020, nonostante i tragici numeri relativi all’effetto della pandemia di COVID-19 in India, il giornalismo del Paese è stato oggetto di un pericoloso incremento della repressione della libertà di stampaSecondo un rapporto realizzato dal think tank indiano Rights and Risks Analysis Group, nel solo 2020 più di 50 giornalisti sono stati arrestati, sono stati denunciati dalla polizia per aver svolto il proprio lavoro o sono stati aggrediti fisicamente dalle forze dell’ordine. 


Il crescente autoritarismo di governo è alla base di tutto questo. Infatti, come mostrato anche nel 2020 dall’ultimo rapporto di Reporters Without Borders in poco più di cinque anni sotto l’amministrazione Modi, l’India è passata dalla 136° posizione del 2015 alla 142° del 2020 su 180 Paesi analizzati. 

Negli ultimi mesi del 2020 l’intensificarsi della protesta degli agricoltori indiani, e la marcia di migliaia di loro verso New Delhi contro le riforme agricole varate dal governo, è stata oggetto di un’altrettanta brutale repressione dalle forze dell’ordine incitate dal partito di governo, che al momento ha già causato la morte di oltre 200 manifestanti.


La repressione, anche in questo caso, ha interessato di nuovo anche la stampa, che ha colpito direttamente anche numerosi profili di giornalisti antiregime nei maggiori social media. Il 1° febbraio 2021, Ministero delle Comunicazioni e delle Tecnologie dell’Informazione ha ordinato a Twitter di rimuovere gli account e i tweet impegnati nelle cretiche più o meno dirette a Modi e al suo governo minacciando i dipendenti di Twitter in India di multe e pene detentive in caso di rifiuto di ottemperare agli ordini del governo. 


Con il passare dei giorni, Modi ha anche imposto ripetuti blocchi all’accesso a Internet a Delhi e in altre zone del Paese. Il blocco di Internet non è una tattica nuova in India. Ad esempio alla fine del 2019, a seguito dell’abrogazione dell’autonomia in Kashmir che ha provocato numerose e prolungate proteste, i funzionari governativi hanno bloccato l’accesso al web più di cento volte, incluso un blocco generale di cinque mesi in Kashmir, il più lungo mai imposto in un “sistema democratico”.

Questo blackout del Kashmir ha ostacolato l’attività del giornalismo indipendente permettendo la più impunita repressione delle istanze kashmire. 
L’azione del governo contro il giornalismo indipendente inclusi gli ordini di bloccare i profili di chiunque osasse manifestare la propria opposizione al governo ha attirato l’attenzione da parte di diverse personalità mondiali, da Rihanna a Greta Thunberg, le quali attraverso i propri profili Twitter hanno tentato di aumentare la visibilità a libello mondiale sugli eventi in corso in India.

Alle pronte proteste del governo indiano hanno fatto seguito manifestazioni da parte dei sostenitori di Modi impegnati in manifestazioni di piazza nel corso delle quali hanno appiccato il fuoco alle immagini di Rihanna, Thunberg e altri critici internazionali coinvolti in proteste contro Modi e il suo partito. 


Inutile dire che reazioni e immagini simili ricordano altre realtà ben lontane da quella della “democratica” India, e al di là degli ultimi report realizzati rappresentano la pericolosa decadenza della democrazia indiana, la “più grande del mondo” ma solo dal punto di vista numerico.

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