FUKUSHIMA DAIICHI: CAUSE E CONSEGUENZE DI UN DISASTRO ANCORA IN ATTO

A dieci  anni dal disastro alla centrale nucleare di Fukushima Daiichi, il Giappone porta ancora sulle spalle il peso delle sue conseguenze nonché la responsabilità di prendere delle decisioni che potrebbero cambiare il futuro del paese e dell’umanità intera. 

 Il paese delle bombe atomiche dice “sì” al nucleare

La storia nucleare del Giappone non comincia, com’è noto, nel migliore dei modi. Dopo la catastrofe generata dallo sgancio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki nell’agosto del 1945 l’opinione pubblica giapponese è ovviamente avversa alla questione dell’energia nucleare. Inoltre, con l’occupazione americana e l’istituzione dello  SCAP[1], all’indomani della sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale, il Giappone è stato costretto ad abbattere tutti i suoi centri di ricerca nucleare che facevano capo ad un gruppo di fisici giapponesi, i quali  fra il 1921 e il 1941 si occuparono della ricerca nucleare in Giappone. Fra tutti ricordiamo in particolare Hikosaka Tadayoshi[2] e Yoshio Nishina , quest’ultimo fondatore dell’attuale istituto di ricerca giapponese Riken

Poichè il quadro strategico in Asia Orientale per gli Stati Uniti poneva il Giappone in una posizione di importanza fondamentale, con il Trattato di sicurezza nippo-statunitense (日米安全保障条約 Nichibei anzen hoshō jōyaku)  stipulato nel 1951, il paese diventa a tutti gli effetti un alleato degli USA, i quali inoltre assumono in qualche modo il compito di difenderlo da attacchi da parte di terzi dato che con la nuova costituzione il Giappone rinuncia fra le altre cose ad avere un esercito. 

Nel 1953 il Presidente americano Eisenhower  tenne presso le Nazioni Unite un discorso intitolato “Atoms for peace” con cui tentò di porre l’accento sugli scopi pacifici dell’energia atomica e si impegnò a muoversi in questa direzione a livello mondiale.

Si resero conto poi che promuovere l’energia nucleare in Giappone avrebbe avuto una risonanza simbolica per tutti gli altri paesi, dati i tristi trascorsi legati alle bombe atomiche. Perché mai un paese a così alto rischio sismico e con tali eredità storiche avrebbe dovuto accogliere di buon grado l’assistenza americana per lo sviluppo dell’energia nucleare? 

I motivi sono da ricercarsi  innanzitutto nel problema giapponese della dipendenza da importazioni di  risorse energetiche, che per di più provenivano da paesi quali l’Indonesia, per esempio, sicuramente non famosi per la loro stabilità politica.

In più gli USA si assicurarono di raffigurare l’energia nucleare come pulita, economica e sicura: il risultato è che nonostante gli eventi di Fukushima  nel paese siano attualmente presenti ben 52 reattori e che dunque il Giappone possegga uno dei più grandi programmi  nucleari  al mondo.

Esplosione della centrale nucleare di Fukushima: Casualità o negligenza? 

A Tokyo sono le 14:46 dell’11 marzo 2011 quando viene avvertito  un terremoto di magnitudo 7.4 , a ben 370 km dall’epicentro che è invece nella prefettura di Miyagi, a Sendai, dove raggiunge il 9 grado di magnitudo sulla scala Richter.

A questo  fece seguito uno tsunami con onde alte fra i 10 e i 30 metri. Una in particolare alta 14 metri si riversò sulla base nucleare di Fukushima Daiichi che aveva già subito dei danni elettrici al sistema di raffreddamento dovuti al terremoto.

 L’onda mandò in avaria i generatori d’emergenza e i pannelli di controllo smisero di funzionare per cui nessuno degli addetti riuscì a sapere con certezza cosa stesse accadendo all’interno del reattore. L’allora direttore della centrale, Masao Yoshida, ordinò agli addetti di prelevare le batterie dalle loro auto e di acquistare delle normali pile nei negozi vicini. La situazione non appare rosea quando i pannelli di controllo vengono riaccesi: 3 dei 4 reattori rischiano di esplodere.

Fra tutti al  reattore 1 risulta danneggiato l’isolation center con conseguente innalzamento della temperatura nel reattore e da qui una grande produzione di idrogeno altamente infiammabile, che potrebbe quindi causare un’esplosione. 

Del reattore 2 invece non si riesce a stabilire il corretto funzionamento del sistema di raffreddamento, per cui nell’arco della stessa giornata, verso sera, la TEPCO (Tokyo Electric Power Company) che possiede e gestisce ancora oggi quella centrale nucleare, informa il primo ministro giapponese del tempo, Naoto Kan e viene così dichiarato lo stato di emergenza nucleare.

In un primo momento vengono fatti evacuare tutti i residenti nel raggio di 3 km, mentre a quelli fra i 3 ed i 5 km è vivamente consigliato di chiudersi in casa poichè si rende necessario liberare nell’atmosfera il gas radioattivo accumulatosi nel reattore. 

Nei giorni a venire la situazione non migliora, il 12 marzo si verifica alle 15:47  un’esplosione nell’edificio del reattore 1 che distrugge fortunatamente solo la parte superiore dell’edificio: nonostante la valvola per l’emissione del gas sia stata aperta l’idrogeno aveva reagito con l’ossigeno presente nell’aria provocando la reazione. Il primo ministro annuncia che l’evacuazione si estende alla popolazione nel raggio di 20 km mentre i livelli di radioattività raggiungono numeri insostenibili per gli esseri umani e le conseguenze di queste esposizioni saranno di lì a poco manifeste.

 Al peggio si aggiungono altre esplosioni nel reattore 3 e nel reattore 4 nei giorni fra il 13 ed il 15 marzo che spingono così la TEPCO ad evacuare parte degli operai della centrale, lasciandone operativi solo una cinquantina, mossa che verrà interpretata da Naoto Kan come un abbandono della centrale al suo destino, in un clima già di per sé complicato e di difficile comprensione. 

Si pensò dunque di raffreddare i reattori utilizzando l’acqua di mare per frenare l’aumento di pressione nel reattore. Il direttore Masao Yoshida alla fine disobbedì alla TEPCO, la quale non era entusiasta di questa strategia: l’acqua salata avrebbe danneggiato i reattori ma d’altro canto se la pressione fosse aumentata ulteriormente tutto il Giappone sarebbe stato in pericolo, la stessa Tokyo sarebbe stata rasa al suolo. 

Nei mesi successivi si indagò molto sull’omertà della TEPCO la quale si riferì a ciò che era veramente successo presso la Fukushima Daiichi come meltdown soltanto a maggio del 2011, nascondendo per mesi la negligenza dell’azienda riguardo le misure antisismiche  che nel 2006 la Commissione per la Sicurezza Nucleare (NSC) aveva rivisto ma la cui adozione fu rinviata dalla  TEPCO prima del 2009. Non si trattò dunque di un incidente dovuto allo tsunami ma, come riportato nel rapporto Kurokawa  è stato “il risultato delle collusioni tra il Governo, gli enti regolatori e la società TEPCO”[3] e che dunque poteva essere evitato. 

           Quali sono le preoccupazioni del Giappone a 10 anni del disastro

La fonte principale di preoccupazione attuale è lo smaltimento delle milioni di tonnellate di acqua radioattiva proveniente dalla stessa centrale protagonista del disastro. Per adesso sono immagazzinate in container e da qualche anno la soluzione che pare si voglia adottare sarebbe quella di scaricare queste scorie nell’Oceano Pacifico poichè in quella zona la pesca sarebbe già compromessa e rappresenta un’alternativa di gran lunga meno pericolosa rispetto al tenerle sulla terra ferma col rischio di un nuovo sisma che potrebbe farle riversare nelle falde acquifere e compromettere per sempre il futuro del Giappone del mondo intero.

Al contempo si dibattono per lo scarico in mare la Corea, il Canada e gli altri paesi della zona, dato che fra le altre cose le radiazioni colpiscono in primis gli esseri umani causando, come successo in Giappone negli anni successivi a Fukushima, tutta una serie di problemi di salute e spesso di morti.


[1] Supreme Commander of the Allied Powers, con al comando il Generale Douglas MacArthur (1945-1952)

[2] Y. Kato, M. Koyama, Y. Fukushima, T. Nakagaki- Energy Technology Roadmaps of Japan, Springer 2016

[3] Rifr, D’Emilia, Pio Lo tsunami nucleare — I trenta giorni che sconvolsero il Giappone

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