BALCANI OCCIDENTALI E VACCINI: LA NUOVA LOTTA TRA UE, RUSSIA E CINA PASSA PER IL CONTRASTO AL COVID-19

Se un tempo le battaglie per il controllo geopolitico si basavano su territori ed energia, oggi la vera lotta si sta giocando sul campo dei vaccini anti-Covid-19: tutte le grandi potenze sono pronte a vendere i propri vaccini nei Paesi alleati – e non solo –, nella speranza di consolidare legami già esistenti o stringerne di nuovi. E in questo gioco, l’Unione Europea rischia di perdere una volta per tutte i Balcani occidentali, ormai intenzionati a fare affidamento su Mosca e Pechino per l’ottenimento dello Sputnik V e del Sinopharm.

Balcani e UE: nuove promesse, vecchie disillusioni

Nell’ultimo anno, l’Unione Europea ha mostrato in più di un’occasione la propria volontà ad aiutare i Paesi dei Balcani occidentali nel contrasto contro la pandemia da Covid-19, in un susseguirsi di dichiarazioni e adozioni di pacchetti economici che – ad oggi – paiono ammontare a più di tre miliardi di euro e che includono – tra le altre cose – la fornitura immediata di dispositivi medici e il sostegno a medio e lungo-termine ai sistemi sanitari ed economici nazionali, oltre a progetti di microfinanza e investimenti per la ricrescita. Un elenco a cui si è aggiunto, lo scorso 28 dicembre, il pacchetto da 70 milioni di euro, volto ad aiutare i Balcani nell’acquisto e nella somministrazione di quei vaccini anti-Covid precedentemente approvati dall’Agenzia europea per il farmaco (EMA) e commerciati tra gli Stati membri – Pfizer/BioNTech e AstraZeneca in testa.

Tuttavia, il quadro idilliaco che sembrava trattare finalmente i Balcani occidentali quali “partner privilegiati” – come dichiarato dal Commissario europeo all’allargamento Olivér Várhelyi – ha cominciato a mostrare le prime crepe, quando a gennaio l’azienda bio-farmaceutica Pfizer ha dichiarato unilateralmente una riduzione nella produzione delle dosi di vaccino, seguita poco dopo dalla anglo-svedese AstraZeneca. Una situazione che ha portato l’Unione Europea a bloccare i flussi verso l’estero e costretto i Balcani ad aspettare ad oltranza.

Balcani e Russia: lo Sputnik V è l’arma giusta per la politica estera di Mosca?

In questo vuoto ha trovato spazio di manovra il Cremlino. Mosca era stata il primo Paese ad annunciare lo sviluppo e la registrazione di un vaccino anti-Covid già lo scorso agosto, lanciandolo poco dopo nel mercato nazionale. Tuttavia, i dubbi di gran parte della popolazione russa, espressi poi anche dalla comunità scientifica – che, in un primo momento, si era opposta allo Sputnik V, perché ritenuto insicuro -, hanno fatto sì che molte dosi rimanessero inutilizzate. Una criticità che Putin ha saputo sapientemente sfruttare a suo favore, vendendo e promettendo di inviare numerosi carichi nel più breve possibile a tutti i Paesi che ne facciano richiesta, ivi compresi tutti coloro che sono rimasti al di fuori del circuito europeo, come il Kosovo, la Bosnia Erzegovina e la Macedonia del Nord.

E una tale offerta non è rimasta inascoltata: dopo Slovacchia, Bielorussia e Ungheria, anche la Serbia di Aleksandar Vučić ha deciso di sfruttare l’occasione e importare 50 mila dosi di Sputnik V, nonostante l’esistenza di un precedente accordo con l’Unione Europea, specificando che la questione vaccinale “non è un affare geopolitico. È un problema sanitario”.

Una spiegazione simile a quella rilasciata in merito dal Primo ministro slovacco, che ha dichiarato il proprio impegno a garantire vaccini sicuri per la popolazione a prescindere dalla loro provenienza, dal momento che “la protezione della salute e delle vite non può essere collegata alla geopolitica, il virus non sceglie né l’ovest né l’est”.

Ciò nonostante, alcuni Paesi dell’area continuano ad opporsi al vaccino russo. Fra questi, i più strenui oppositori paiono essere l’Albania e il Kosovo, a causa dei loro infelici rapporti – passati e/o presenti – con il Cremlino: Tirana ha ancora un ricordo troppo vivido della brutale dittatura di Enver Hoxha, prima alleato di Mosca e – in seguito – di Pechino, per piegarsi all’acquisto dei vaccini non-europei; mentre il Kosovo non ha mai smesso di doversi difendere dalla continua avversione della Russia, che, alleata della Serbia di Vučić, auspica un ritorno di Pristine sotto il potere di Belgrado. Due situazioni che escludono a priori l’acquisto dello Sputnik V. 

Gli interessi per i vaccini di Sinopharm e Sinovac

Un ambiente che potrebbe rendere il terreno fertile per le aziende farmaceutiche cinesi, che cercano mercati dove vendere i propri vaccini – al momento, il Sinopharm e il Coronavac dell’azienda Sinovac. Contrastata, infatti, dallo scetticismo tipico delle potenze occidentali – quali Stati Uniti e Unione Europea -, la Cina si sta rivolgendo ai governi della penisola balcanica, che sono ancora in attesa delle prime dosi di vaccini europei, ma che – al contempo – non vogliono relazionarsi con Mosca. 

In questa operazione, la Serbia ha offerto un’ottima campagna pubblicitaria: con l’acquisto e l’impiego di più di un milione di vaccini della Sinopharm, infatti, Belgrado è riuscita non solo a vaccinare un numero altissimo di cittadini, ma a porsi anche tra i primi Paesi per numero di vaccinati al mondo. Una soluzione che ha permesso di ridurre – almeno in parte – le molte critiche mosse contro i vaccini cinesi. Al punto che, recentemente, anche il governo macedone di Zoran Zaev ha siglato un accordo per l’ottenimento di 200 mila dosi di Sinopharm.

Balcani occidentali e vaccini: l’Unione Europea sta perdendo una partita più grande

A differenza di quanto sostenuto da alcuni politici balcanici, la partita dei vaccini è un gioco estremamente legato alla geopolitica: è, infatti, impensabile che le scelte fatte oggi per assicurarsi delle dosi e mettere in sicurezza le popolazioni nazionali non abbiano poi delle ripercussioni nei prossimi anni in tema di politica estere ed economica.

E in tale situazione l’Unione Europea si sta giocando definitivamente il proprio ruolo di attore di riferimento dell’area: la promessa disillusa di aiuti economici e vaccini hanno nuovamente incrinato la fiducia dei Balcani occidentali, che – per l’ennesima volta – si sono affidati a Bruxelles e si sono trovati con le mani vuote.

Dopo i continui rinvii per i negoziati di adesione di alcuni Paesi – rimandati non per ultimi per la Macedonia del Nord e l’Albania, a causa rispettivamente della Bulgaria e dei Paesi Bassi -, ormai la fiducia nel progetto europeo è minima. Esemplificativa in tal senso risulta essere una frase recentemente pronunciata da Aleksandar Vučić, che ha sottolineato come la solidarietà corra solo all’interno dell’Unione Europea, mentre tutti coloro che sono al di fuori sono destinati a rimanervi e a restare indietro.

In questo contesto, rischiano di prendere potere la Russia e la Cina, che si sono dimostrati alleati più affidabili nella lotta al Coronavirus, con la donazione di mascherine prima e la vendita di dosi di vaccino poi. Se la Russia deve fare, però, ancora far i conti con il dissenso dell’area dovuta al suo passato, la Cina può giocarsi maggiori carte. Il governo di Pechino vuole mostrarsi come la vera alternativa a Bruxelles, nella speranza di consolidare la propria posizione nell’area, anche in vista del progetto Belt and Road Initiative, che le permetterebbe di assicurarsi una via sicura di accesso al mercato europeo.

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