IL DIPLOMATIC MOMENTUM DI KISSINGER CON LA CINA

Spinto da un contesto internazionale propizio, l’allora Consigliere per la Sicurezza Nazionale dell’amministrazione Nixon, Henry Kissinger, lavorò sottotraccia per avviare i primi contatti diplomatici tra Stati Uniti e Cina.

Alla fine degli anni ’60 il quadro delle relazioni tra Cina e Stati Uniti cambiò radicalmente. Si possono rintracciare due principali cambi di sensibilità: le divergenze nel campo comunista tra Cina e URSS e l’attività diplomatica del nuovo Consigliere per la sicurezza nazionale USA, Henry Kissinger.

Sullo sfondo c’è il conflitto in Vietnam, da cui l’amministrazione Nixon cercava una exit strategy; la partecipazione della Repubblica Popolare Cinese alle Nazioni Unite, con il seggio del Consiglio di Sicurezza occupato dalla Cina nazionalista (Taiwan) di Chiang Kai-Shek; e infine la crisi economica in Occidente, che indusse gli Stati Uniti a inserirsi in nuovi e promettenti mercati.

Oltretutto dal 1964, con l’ingresso nel club dei Paesi che dispongono dell’arma nucleare, la Cina aumentò la sua forza negoziale a livello internazionale. Dopo vent’anni di irrigidimento e assenza di relazioni diplomatiche, le condizioni internazionali per una storica distensione tra Stati Uniti e Cina sono mature. Lo sanno sia Kissinger che Zhou En-lai, primo ministro cinese dalle riconosciute capacità diplomatiche.

Nel marzo 1969, le tensioni tra Cina e Unione Sovietica si inasprirono quando una disputa territoriale per l’isola di Damanskij, al confine sino-sovietico sul fiume Ussuri, produsse un confronto militare. Gli scontri tra le due divisioni causarono la morte di 58 sovietici e circa 300 cinesi. Ma tali incidenti militari rappresentarono solo il culmine del deteriorato rapporto tra Pechino e Mosca.

Infatti, gli inizi degli anni ’60 vedono la comparsa di attriti ideologici all’interno del campo comunista internazionale. Fioccarono le prese di distanza dell’URSS dalle politiche economiche e industriali cinesi (il riferimento è al “Grande balzo in avanti”), mentre si fece sempre più marcata la critica sovietica contro il culto della personalità di Mao Tse-Tung. Dall’altro lato, la Repubblica Popolare Cinese contendeva a Mosca l’egemonia nel campo comunista: contestava ai sovietici il revisionismo post-Stalin e ne condannava l’espansionismo.

Fu un’occasione ghiotta per gli Stati Uniti della nuova amministrazione Nixon, nelle cui fila spiccava un rampante accademico di origini tedesche. Parliamo del Consigliere per la sicurezza nazionale Henry Kissingertop advisor del Presidente per la politica estera. Appena insediatosi, Kissinger comprese a pieno le opportunità politiche che si aprivano dalla crisi tra Cina e Unione Sovietica (i cui rapporti, però, dal 1970 sarebbero migliorati).

Una normalizzazione dei rapporti con la Cina, nelle intenzioni di Kissinger, doveva servire non solo ad assestare un duro colpo morale all’URSS, ma anche a scopi commerciali e per preparare al meglio il disimpegno militare dal conflitto vietnamita. La graduale ritirata dal Vietnam si presentava come un punto cardine della politica estera di Nixon, tanto che si iniziò a parlare di una certa “Dottrina Nixon”, orientata a ridurre gli sforzi economici e militari in Asia, in modo da indurre gli alleati americani nell’area a provvedere autonomamente alla propria difesa.

Ma tale dottrina, senza una distensione nei rapporti con la minacciosa Cina, sarebbe rimasta inattuabile. Così tra febbraio e marzo 1969 Kissinger commissionò due studi: il primo riguardava la politica cinese e le mire nel continente asiatico; il secondo, noto come National Security Study Memorandum, rilevava i benefici economici derivanti dallo smantellamento delle restrizioni commerciali nei confronti di Pechino.

In questo contesto avvenne il primo contatto diplomatico indiretto tra Stati Uniti e Cina. Nixon chiese al Presidente francese De Gaulle di riferire a Pechino la volontà americana di procedere ad una normalizzazione dei rapporti. De Gaulle acconsentì e diede istruzioni di intercedere al suo ambasciatore in Cina, Etienne M. Manac’h (la Francia fu il primo Stato occidentale a riconoscere la RPC). Tra le diffidenze reciproche, il processo di distensione era iniziato sottotraccia.

Emanuele Gibilaro

Classe 95, analista di politica estera USA, membro del direttivo IARI e brand ambassador. Studente magistrale in Relazioni Internazionali (indirizzo Diplomazia e Organizzazioni internazionali) presso l’Università degli Studi di Milano. Ho conseguito la laurea triennale in “Storia, politica e Relazioni internazionali” a Catania- città di cui sono originario- con una tesi sul rapporto tra giornalismo e comunicazione politica durante alcuni eventi salienti della storia contemporanea di Italia e Stati Uniti.
Per IARI mi occupo di politica estera e interscambio diplomatico degli Stati Uniti con i principali attori internazionali. Ma anche di questioni energetiche e sicurezza nazionale. Approfondisco tali tematiche da diversi anni, in un’ottica che contempera dimensione giuridica, storica, diplomatica, militare ed economica.
Ho sposato il progetto IARI fin dal primo giorno della sua fondazione, perché ho visto un gruppo affiatato, competente e motivato a creare una realtà che diventasse un punto di riferimento per il mondo accademico italiano, ma anche per chi desidera avere un quadro sulla politica e i fenomeni internazionali. Abbiamo scelto il formato di think tank specializzato in quanto fenomeni complessi come quelli internazionali meritano un’elaborazione analitica, precisa e pluridimensionale, che non semplifichi le questioni con ideologie e luoghi comuni (così come spesso accade nelle testate giornalistiche del nostro Paese). Pertanto, l’analista deve mettere le sue competenze a disposizione del lettore, individuando possibili scenari e fornendo a chi legge tutti gli elementi necessari alla formazione di un’opinione.

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