CONTINUANO LE PROTESTE ANTIGOVERNATIVE A YEREVAN

Le proteste iniziate dopo la firma del cessate il fuoco che ha fermato per il momento le ostilità in Nagorno-Karabakh non sono mai cessate, portate avanti dalle opposizioni che hanno chiesto le dimissioni del primo ministro Pashinyan mentre la cupa mano dei militari si staglia sul paese caucasico.

Che la firma dell’accordo, lo scorso 9 novembre, servisse unicamente a riconoscere la vittoria azera nella nuova ripresa delle ostilità iniziata il 27 settembre, era cosa chiara ma non è stata digerita dalla popolazione che da mesi accusa il governo di non essere stato in grado di condurre le operazioni. 

Pashinyan, arrivato al governo a seguito della così detta “rivoluzione di velluto”, nel 2018, ha dovuto affrontare non solo l’insofferenza di una parte della popolazione ma anche la reazione dei militari da lui definita come un “tentativo di golpe”.

La situazione a Yerevan rischia di peggiorare molto rapidamente, nei primi di dicembre i partiti d’opposizione hanno eletto come leader Vazgen Manukyan, per poi mandare un ultimatum chiedendo le dimissioni del governo ma contemporaneamente fallendo un tentativo di metterlo in minoranza in parlamento. Dal canto suo, Pashinyan ha ignorato dette dimissioni per poi riconsiderarle a seguito del “colpo di stato”, ovvero della richiesta da parte di alcuni generali dell’esercito delle sue dimissioni a seguito delle sue dichiarazioni sui missili (di fattura russa) “Iskander”, accusati da lui di non aver funzionato. A causa di questa dichiarazione, si è aperto uno scontro che ha portato alla rimozione dal suo incarico di Tigran Khachatryan capo di Stato Maggiore dell’esercito, la quale ha scatenato a sua volta la reazione dei militari. Anche il Cremlino ha risposto, affermando che durante la riapertura delle ostilità di settembre non sono stati segnalati lanci dei suddetti missili.

Pashinyan, ha successivamente smentito le sue affermazioni dichiarando di non essere stato informato correttamente. Oltre all’apertura sulle elezioni, ha proposto una riforma costituzionale, la seconda dal 2015.

Richiama all’ordine Vladimir Putin, il quale durante una conversazione telefonica con Pashinyan, lo scorso 25 febbraio, ha chiesto di mantenere la pace e l’ordine nel paese e di risolvere la situazione “con strumenti legali”, e che cerca di mantenere una posizione neutrale nella crisi; chi invece condanna apertamente l’operato dei militari è Ankara, dove ancora sono aperte le ferite del tentato colpo di stato contro Erdogan del 2016.

A smuovere le acque ci pensa il senato francese, in una proposta di risoluzione del 25 novembre intitolata: “sulla necessità di riconoscere la repubblica dell’Artsakh”, si chiede che il governo riconosca la repubblica caucasica, oltre a chiedere una serie di aiuti alla regione. L’invito arriva dopo una serie di considerazioni che accusano la Turchia di portare avanti una politica espansionista, definita “un fattore di destabilizzazione nel mediterraneo orientale”, concludendo con una condanna dell’aggressione azera.

La proposta avanzata a novembre, trasformerebbe la Francia nel primo paese a riconoscere ufficialmente l’esistenza della suddetta repubblica e permetterebbe di applicare in seno al gruppo di Minsk gli strumenti che il diritto internazionale offre in casi del genere.

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