COME PROCEDE LA CAMPAGNA VACCINALE EUROPEA TRA DIFFICOLTÀ E PASSAPORTO DI IMMUNITÀ

La campagna vaccinale della Commissione Europea sta avanzando a un ritmo più lento di quello preventivato, nel frattempo alcuni paesi europei cercano soluzioni alternative. Si inizia a parlare di un “passaporto di immunità” voluto da paesi meridionali, ma sorgono già i primi ostacoli

Cosa sta andando storto nella gestione della campagna vaccinale europea?

I paesi europei si sono affidati alla Commissione Europea per la gestione delle forniture di vaccini, in modo da poter contare su un maggiore potere contrattuale e ottenere migliori condizioni di vendita rispetto a quelle auspicabili dai singoli paesi, soprattutto i più piccoli. 

Per l’acquisto di vaccini, l’Unione Europea ha deciso di rivolgersi anche ad AstraZeneca per via di una serie di motivazioni molto logiche: è uno dei vaccini più economici, è prodotto all’interno dell’Unione Europea, è di più facile conservazione rispetto ad altri vaccini, la dose di richiamo può essere effettuata fino a tre mesi di distanza dalla prima.

Quello che l’Unione Europea non ha tenuto in considerazione è l’apparente inaffidabilità della multinazionale, che senza una spiegazione chiara ha ridotto la fornitura di dosi per l’UE, causando caos nella campagna vaccinale gestita dalla Commissione.

L’Italia ha bloccato l’esportazione di vaccini verso l’Australia 

In applicazione del regolamento europeo approvato il 30 gennaio, l’Italia ha bloccato una spedizione di 250 mila dosi di vaccini AstraZeneca diretti in Australia. Il regolamento, che prevede l’adozione di un meccanismo per controllare la spedizione di vaccini all’esterno dei confini europei, è stato approvato dopo il taglio alle forniture da parte dell’azienda farmaceutica delle dosi di vaccini promesse all’Unione Europea, ed è stato applicato per la prima volta dall’Italia. 

La presa di posizione italiana, pienamente giustificata dall’applicazione del regolamento, e in qualche modo anche accolta senza proteste da parte dell’Australia, potrebbe comunque aprire un pericolo scenario di veti all’export, oltre al rischio di far aumentare il prezzo dei vaccini. Sono inoltre inevitabili le implicazioni morali quando si parla di limitazioni allo scambio di un bene così importante per la salute umana, ma data l’eccezionalità della situazione il comportamento dell’Italia, e allo stesso modo il regolamento UE, risultano più che giustificabili. L’intervento italiano d’altronde è dovuto all’inadempienza della casa farmaceutica che ha consegnato meno dosi di quelle contrattualmente pattuite con l’UE ad agosto.

Sicuramente l’Unione Europea non è la sola ad avere adottato la linea dura sul tema vaccini: anche Stati Uniti e Regno Unito hanno impiegato strategie volte a limitare l’esportazione di vaccini prodotti in questi paesi.  

Alcuni paesi prendono provvedimenti da sé

Alcuni paesi dei Balcani, in aggiunta ad Austria e Danimarca sono tra i primi paesi europei a prendere accordi separati con case farmaceutiche, e potrebbero non essere i soli a iniziare a mobilitarsi in tal senso. L’Ungheria sta già somministrando vaccini russi e cinesi non approvati dall’EMA, l’agenzia europea per il farmaco, e grazie a questa scelta è uno dei paesi europei con più vaccinati. Anche Slovacchia, Repubblica Ceca e Polonia sono in fase di trattativa per aggiudicarsi la distribuzione di vaccini alternativi a quelli acquistati dall’UE. 

Austria e Danimarca starebbero negoziando con il governo israeliano per ospitare centri di produzione Pfizer e Moderna nei propri confini, potendo in tal modo beneficiare di una corsia preferenziale nell’approvvigionamento di vaccini di queste case farmaceutiche. 

Si sta quindi avverando lo scenario che la Commissione Europea ha cercato di scongiurare, con i singoli paesi a muoversi singolarmente e a indebolire l’immagine di coesione e forza dell’Unione Europea, che finora non si è dimostrata pienamente all’altezza del ruolo assunto.

Il “passaporto di immunità”

Durante un incontro a fine febbraio tra i leader dei paesi europei, si è discusso dell’avanzamento della campagna vaccinale e dei prossimi passi nella gestione della pandemia. Alcuni paesi, in particolari quelli più meridionali, hanno proposto l’adozione di un “passaporto di immunità”. Questo potrebbe rappresentare una soluzione per tutelare il turismo estivo e non vedere il ripresentarsi della situazione vissuta la scorsa estate.

Una nuova stagione con le stesse limitazioni adottate nel 2020 metterebbe a dura prova l’economia di quei paesi, come Grecia e Portogallo, che trovano nel turismo uno dei settori più prolifici. Oltre che per i controlli alle frontiere, un certificato di immunità sarebbe utile anche per regolare l’accesso a tutta quella serie di attività di “svago” anch’esse pesantemente colpite dalle attuali limitazioni, come palestre, piscine, teatri e cinema. 

La proposta, ad oggi solo accennata, potrebbe essere sviluppata nei prossimi mesi e rappresentare una speranza per il turismo estivo e per i locali pubblici più colpiti dall’inizio della pandemia. Trattandosi di dati sanitari ed estremamente delicati, la gestione di tale passaporto non sarebbe di semplice sviluppo e gestione, e richiederebbe uno sforzo congiunto di tutti i paesi per elaborare standard comuni.

Si deve inoltre tenere in considerazione la durata dell’immunità: qualora l’immunità garantita dai vaccini dovesse durare solo alcuni mesi, si aggiungerebbe un ulteriore difficoltà alla realizzazione di un passaporto di immunità. Ci sarebbe da tenere in considerazione poi quella parte di popolazione che non può vaccinarsi per motivi di salute, oltre al rischio di limitare la libertà di movimento di chi non hanno ancora ricevuto la dose di vaccino. 

Dato il basso tasso di vaccinati in Europa, ad oggi meno del 5%, i leader di alcuni paesi pensano sia ancora presto per parlare di un certificato di immunità, anche se lasciano aperta la porta per una discussione futura. Se l’intenzione è però realmente quella di realizzare un sistema di certificazione di immunità adottato da tutti i paesi europei, sarebbe già tempo di iniziare a discutere della effettiva progettazione di questo strumento in modo da trovarsi pronti all’entrata in vigore in tempi brevi. 

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