CHECK ITALIANO DELLA CONVENZIONE DI ISTANBUL: MANCA POCO

L’Italia è ormai alle porte della verifica da parte del Consiglio d’Europa in merito al rispetto dei principi e degli obblighi fissati dalla Convenzione di Istanbul. 

Lo scorso ottobre, il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa ha accusato il sistema italiano di ostacolare ancora l’accesso alla giustizia delle donne sopravvissute alla violenza domestica” e ha imposto all’Italia il dovere di fornire, entro il 31 marzo 2021, “informazioni sulle misure adottate o previste per garantire un’adeguata ed efficace valutazione e gestione del rischio” di violenza nei confronti delle donne, in linea con gli obiettivi e principi ultimi della Convenzionedel Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, la cosiddetta Convenzione di Istanbul, sottoscritta il 27 settembre 2012 e ratificata, con Legge n.77/2013. 

Già nel marzo 2017, la Corte di Strasburgo, chiamata a sentenziare in merito al caso Talpis, un caso di violenza domestica, in cui un uomo aveva ucciso il figlio e ridotto la madre in fin di vita, aveva condannato l’Italia, sostenendo che , il venir meno – anche involontario – di uno Stato all’obbligo di protezione delle donne contro le violenze domestiche si traduce in una violazione del loro diritto a un’uguale protezione di fronte alla legge ed è, pertanto, intrinsecamente discriminatorio”.

L’Italia aveva leso l’art. 14, in combinato disposto con l’art.2 e 3 della Convenzione, in quanto, nel caso in esame, venivano meno il divieto di discriminazione, nonché gli obblighi positivi che la Convenzione stessa impone in capo agli Stati firmatari, fra cui, prioritariamente, l’obbligo di protezione delle donne contro le violenze domestiche.

A quattro anni dalla sentenza Talpis, il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, che già aveva valutato il sistema legislativo italiano inadempiente in merito alle forme di protezione contro la violenza domestica e di genere, ribadisce quanto il Bel Paese sia ancora lontano dal raggiungimento degli obiettivi prefissati dalla Convenzione di Istanbul.

All’Italia, quindi, si chiede di creare, in cinque mesi, un apparato completo di raccolta dati che riflettano le misure adottate di protezione, nonché di fornire al Consiglio le informazioni circa il numero di denunce ricevute, i tempi medi di risposta delle autorità competenti, e il numero di procedure di protezione avviate. 

Il Gruppo Avvocate di D.i.Re, Donne in Rete Contro la Violenza, è in prima linea da anni per richiedere allo Stato Italiano di adempiere agli obblighi positivi imposti dalla ratifica della Convenzione. La Presidente, Antonella Veltri, ribadisce quanto “la risposta inefficace e ritardata delle autorità italiane alle denunce delle donne connessa alla discriminazione nella protezione contro la violenza domestica” sia quanto la rete stia denunciando da anni.

Si richiede allo Stato di attuare delle politiche che consentano realmente e attivamente di porre fine a tali violenze e discriminazioni in chiave di genere, attraverso un sistema di raccolta dati adeguato e veloce, e attraverso un altrettanto rapido sistema di risposta delle autorità competenti, contrastando concretamente gli stereotipi sessisti, ancora profondamente radicati, che molte sentenze hanno evidenziato. 

Si richiede, inoltre, all’Italia di rafforzare il sistema dei Centri Antiviolenza, strutture previste dalla Legge che dovrebbero avere un ruolo attivo nella protezione delle vittime, ma che, a causa della mala organizzazione e mala gestione dei finanziamenti ad essi adibiti, non riescono a inserirsi capillarmente sul territorio.

Molti sono i movimenti femministi che recentemente hanno denunciato tali criticità, sostenendo che le procedure di finanziamento dei Centri sono opache, poco chiare, insufficienti, e spesso subordinate ad altre esigenze, considerate più importanti. A partire dallo scorso anno, infatti, molti dei finanziamenti del Piano Nazionale Antiviolenza del 2019, che erano stati preposti alla costruzione di nuovi Centri o all’organizzazione di quelli già presenti sul territorio, sono stati destinati all’emergenza Covid.  

La lentezza e poca trasparenza nella gestione dei finanziamenti, è, come ribadisce un’attivista del movimento femminista Non Una di Meno, in un’intervista rilasciata al Post, conseguenza dei criteri definiti dall’Intesa Stato-Regioni, nel 2014, che obbliga i finanziamenti ad essere trasferiti prima presso le regioni, e poi ai Centri Antiviolenza.

“La filiera governo, regioni, comuni, centri è sempre troppo lunga, e questo non ha a che fare solo con un problema di efficienza, ma anche di consapevolezza: c’è una questione amministrativa-burocratica e c’è una questione politica rispetto alle priorità che ci si dà: si spendono quei soldi per altro e poi li si deve recuperare, ma a volte non lo si fa”, ribadisce l’attivista. 

Sempre Antonella Veltri, Presidentessa della Rete D.i.Re, si chiede se non possa essere possibile attuare uno stanziamento diretto dei fondi dal Governo ai Centri Antiviolenza, nonché preme nuovamente sulla necessità di snellire i procedimenti amministrativi e promuovere la trasparenza, sottolineando, ulteriormente, quello che il Consiglio d’Europa chiede al Governo italiano, ovvero un’urgente e tempestiva revisione dell’Intesa Stato-Regioni, che regola dal 2014 il sistema italiano antiviolenza. 

Risulta ulteriormente necessario evidenziare che, all’interno di questi Centri, vi è un’assoluta e preoccupante assenza di mediatrici culturali, dato che si riscontra nell’ultima indagine Istat sul funzionamento dei Centri Antiviolenza. La mancanza di figure esperte, orientate alla relazione fra culture, sottintende, senza ombra di dubbio, un fallimento delle politiche dello Stato italiano, che sembrano non curarsi dell’altissima percentuale di donne straniere, richiedenti asilo o rifugiate, che hanno chiesto aiuto e protezione nei centri.

Ancora una volta viene sottolineato l’evidente assenteismo nei confronti delle realtà. La protezione e l’adempimento degli obblighi sanciti dalla Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, non possono prescindere dalla presa di coscienza del forte multiculturalismo che connota la realtà territoriale, ormai da anni, e, soprattutto delle diverse e eterogenee esigenze e richieste di protezione a cui si deve far fronte. 

Il gruppo sociale “donna” non è un gruppo sociale omogeneo, e anche la realtà italiana deve prenderne coscienza. È necessario, inoltre, che le politiche implementate al fine di proteggere tutte coloro che hanno subito violenza, inizino a valorizzare l’aspetto preventivo. Parrebbe, infatti, anche a seguito di numerose sentenze e casi studio, che la prevenzione dalla violenza sia considerata secondaria.

I tempi lunghissimi di risposta da parte delle autorità alle diverse richieste di aiuto, o la richiesta di innumerevoli prove prima che la vittima ottenga l’effettivo intervento da parte delle forze di polizia, è allarmante. Tutto questo mette in luce il carattere aleatorio delle politiche, costruite su un substrato culturale sessista e profondamente stereotipato, in cui la discriminazione del genere femminile è all’ordine del giorno, e generalmente accettata. 

Lo Stato Italiano non ha implementato tutta una serie di punti espressamente sanciti dalla Convenzione di Istanbul, che hanno proprio come obiettivo principale quello di sradicare gli stereotipi e il linguaggio improprio utilizzato nei confronti delle donne. Non si possono costruire delle politiche sane, se la base sociale è malata.

Se, ad esempio, prendiamo in considerazione, l’art. 14 della Convenzione di Istanbul, dedicato all’educazione,  al comma 1 si legge: Le parti intraprendono le azioni necessarie per includere nei programmi scolastici di ogni ordine e grado, dei materiali didattici su temi quali la parità tra i sessi, i ruoli di genere non stereotipati, il reciproco rispetto, la soluzione non violenta dei conflitti nei rapporti interpersonali, la violenza contro le donne basata sul genere e il diritto all’integrità personale, appropriati al livello cognitivo degli allievi”.  

L’insegnamento, fin dai primi anni di vita, dell’esistenza di concezioni ed espressioni fortemente stereotipate in chiave di genere, nonché la risoluzione pacifica dei conflitti interpersonali, risulta essere un passo fondamentale da inserire nelle programmazioni scolastiche, e il probabile inizio di una presa di coscienza superiore da parte delle nuove generazioni. Eppure, ciò non viene fatto. La formazione e l’educazione sono, senza ombra di dubbio, le variabili da cui partire per poter cambiare la prospettiva e scardinare le logiche discriminatorie di genere. 

È giunta l’ora, forse, di dimostrare che la ratifica di Convenzioni Internazionali non serva solo a giustificare la reputazione dello Stato firmatario, ma che debba effettivamente avere un’attuazione. E lo Stato deve rendersi protagonista a tutti gli effetti. 

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