UN’IDENTITÀ PER L’EUROPA?

Dalla caduta del Governo Conte II alla nascita del Governo Draghi, si è parlato molto di Europa. Un analisi dell’AGImostra come le conversazioni pro-Europa a febbraio siano aumentate nelle piattaforme social, ma nonostante in molti si siano interrogati sul ruolo istituzionale dell’Italia a livello Europeo, in pochi si sono chiesti cosa voglia dire essere Europei. Su cosa si fonda questa che facciamo tanta fatica a definire?

L’idea di Europa ed europeità ha varcato molti confini fisici e culturali, per poi diventare un concetto politico molto contestato negli ultimi anni. Sebbene le sue origini possano essere ricondotte ai tempi dell’antica Grecia (vi sarà familiare la storia di Europa, principessa della mitologia), come progetto politico e culturale l’Europa è in realtà un’invenzione recente. Se sul palcoscenico internazionale si afferma come luogo di innovazione intellettuale e di discussioni aperte e democratiche, internamente buona parte dei suoi cittadini sembra non capire cosa li lega in un’identità comune né quale sia il forum giusto nel quale discutere le proprie idee in modo efficace. 

Un continente che continente non è

Definire cosa vuol dire essere europei, ad un primo esame, sembra una cosa semplice, quasi scontata, nulla di diverso dall’essere italiani, spagnoli o tedeschi: essere europei vuol dire vivere in Europa. Quando ci si sofferma un po’ più a lungo su questo aspetto, ci si rende però conto che non è poi tanto ovvio.

Geograficamente parlando, l’Europa non è un continente ma una penisola appartenente a una massa continentale ben più ampia: l’Eurasia. Mentre i confini a nord, sud e ovest sono chiaramente definiti dall’acqua, a est sono confusi e artificialmente posizionati nel mezzo della Russia. Parafrasando Benedict Anderson, si potrebbe dire che l’Europa è un continente della nostra immaginazione piuttosto che nella geografia reale. Come tale, ha un continuo bisogno di delimitare sé stesso rispetto all’est per rimanere distinto da esso.

Dove finisce l’Europa e inizia l’Asia è quindi determinato da fattori non geografici. Un divario, quello Europeo-Asiatico, che raramente è stato concepito in modo simmetrico: con il crescere di una “coscienza europea”, coloro che la condividevano hanno iniziato a pensare a sé stessi come più avanzati (civilizzati) rispetto le loro controparti asiatiche. Edward Said ha suggerito che gli europei non solo hanno creato l’idea di Europa, ma anche quella di Asia[1] definita non in termini di qualità e caratteristiche proprie, ma piuttosto di differenze e carenze rispetto all’ovest. 

Il fatto che l’Europa sia stata definita sulla base di ciò che la distingue dall’Oriente crea un livello intraeuropeo il cui ruolo non è chiaro: l’Europa dell’Est appare infatti come una parte di Europa non del tutto europea, come una sorta di semi-oriente all’interno dell’Europa.

È interessante che il progetto dell’UE sia nato proprio sull’idea di distanziare l’Europa dell’ovest da quella dell’est e dalla sua matrice comunista. Tale progetto implicava un’asimmetria politica, ideologica e culturale che non sembra essere scomparsa dopo la caduta dell’URSS. Infatti, l’atteggiamento dell’Europa occidentale nei confronti di quella orientale contiene molti elementi del pensiero orientalista che ha caratterizzato per secoli i rapporti europeo-asiatiche. Le due relazioni differiscono però in un aspetto cruciale: gli europei dell’est hanno ripetutamente rivendicato la loro identità europea.

Il percorso di europeizzazione dell’Est Europa ha però avuto due effetti involontari. Da un lato, ha dato modo all’Europa occidentale di misurare l’europeità dell’est secondo i propri standard. Dall’altro, ha permesso agli europei dell’est di reclamare il diritto ad escludere altri da quell’identità da cui loro erano stati esclusi. Questa tendenza è specialmente evidente in paesi come Polonia o Ungheria che negli ultimi anni sono stati governati da leader con prospettive esclusiviste. Nonostante tutto questo sembri paradossale, non è necessariamente illogico. Per questi paesi europei semi-orientalizzati, l’europeizzazione sembra consistere nel muoversi più in alto in quello che Attila Melegh chiama il versante est-ovest[2]. Ciò significa che “europeizzare sé stessi” e “orientalizzare gli” potrebbero essere due facce della stessa medaglia.

La centralità della storia europea

L’Europa di oggi è il risultato di avvenimenti del passato e parte dell’identità europea si basa su una memoria condivisa. Vista l’impossibilità di considerare ogni singolo evento del passato che ha caratterizzato il nostro presente, ho deciso di soffermarmi su un unico concetto: la connotazione religiosa di Europa ed Europeità.

Date le origini del progetto di integrazione europea non sembra poi sbagliato pensare che il concetto stesso di Europa equivalga a una versione secolarizzata del regno della cristianità. Ma non è tanto nel tentativo di creare un’unione di nazioni che vediamo le connotazioni religiose dell’Europa. Dobbiamo guardare altrove per cogliere appieno questa parte di identità “continentale”. E’ nel modo in cui la religione tratta l’altro come diverso che si può individuare una prospettiva cristiana secolarizzata e osservarne le conseguenze. Sono due le relazioni che sono importanti: quella tra Europa e giudaismo e quella tra Europa e Islam.

Prima della Seconda guerra mondiale, gli ebrei tendevano ad essere visti come un “altro” interno, erano perciò parte integrante della società europea. Nel caso dell’islamismo, è sempre stato il contrario. Gli islamici venivano descritti come un “altro” esterno e minaccioso, non degni di essere accettati come “veramente europei”.

Fu in una brutale reazione all’assimilazione ebraica, alla loro crescente visibilità e influenza nella società, che furono commesse le atrocità dell’Olocausto. Dopo la Seconda guerra mondiale e il periodo di decolonizzazione, si è svolto un processo che ha reso molto più sfuocato il contrasto tra Islam e Giudaismo nel loro posto e ruolo all’interno della coscienza europea. Oggi la grande maggioranza degli ebrei vive fuori dall’Europa, mentre la presenza di musulmani nelle società europee è aumentata in modo significativo.

In questo nuovo contesto, il contributo ebraico alla storia della civiltà europea è riconosciuto in senso positivo, ma in un momento in cui gli ebrei sono sempre più visti come un popolo fondamentalmente al di fuori dell’Europa con visibilità e impatto limitati all’interno del continente. Per quanto riguarda l’Islam, nonostante la presenza di musulmani nella società europea sia un fatto ovvio al giorno d’oggi, questi rimangono spesso cittadini emarginati, vittime di dibattiti sulla loro presenza nel territorio e sulla loro appartenenza a gruppi terroristici. Sotto un certo punto di vista, la nostra società in gran parte secolare a volte sembra quasi ossessionata dalla differenza religiosa.

Un’unione di unioni

Quando Draghi afferma che il suo sarà un governo convintamente europeista, non si riferisce certo all’appartenenza geografica dell’Italia nel “continente” europeo, né a una memoria comune o a connotazioni religiose dell’identità europea. Ciò a cui si riferisce è piuttosto l’appartenenza politica, economica e per certi versi culturale all’Unione Europea.

Nata dalle ceneri della Seconda guerra mondiale, l’Unione Europea aveva lo scopo di unire i paesi un progetto economico e burocratico comune volto a superare la storia di un’Europa conflittuale e traumatica. Da quando le istituzioni europee hanno aggiunto questioni culturali alla loro agenda, un senso di identità europea è emerso come pilastro fondamentale dell’unione. 

Ciò che viene raramente considerato però è che nel progetto di integrazione economica e politica degli stati (geograficamente) europei, l’UE ha prodotto uno spazio altamente differenziato che semplicemente non può essere adeguatamente colto attraverso un concetto statico di identità.

Ci sono membri dell’Unione Europea che non sono nell’Eurozona e stati non-membri che invece usano la moneta comune. Non tutti i paesi membri fanno parte dell’area Schengen, ma alcuni non-membri sì. Ci sono membri dell’UE che non aderiscono a nessuna delle due cose. Infine, ci sono stati come l’Ucraina e la Bielorussia dove nulla di tutto ciò si applica eppure i loro cittadini pro-democratici sembrano essere disposti a lottare per quelli che definiamo ideali europei. È semplicemente impossibile cogliere tale diversità attraverso la nozione di identità europea.

Un futuro per l’europeità?

L’eccessivo affidamento su un concetto statico come quello di identità indica una cultura politica sottosviluppata. Dopotutto, le democrazie non sono definite da ciò che i cittadini condividono in termini di scelte di identità, ma piuttosto da quanto riescono a discutere questioni chiave e quindi raggiungere compromessi reciprocamente vantaggiosi, non necessariamente pieno consenso. Le democrazie liberali funzionano quando c’è un disaccordo visibile con regole e meccanismi generalmente accettati per affrontare quei disaccordi senza risalire alla violenza.

Luuk van Middelaar ha recentemente proposto l’idea che sia giunto il momento per l’UE di superare la paralizzante preferenza per il consenso e coinvolgere l’opposizione. Dopotutto, nel tentativo di costruire un “continente” unificato, l’UE manca ancora di un’opposizione politica regolare e legittimata che proponga piani politici alternativi con la chiara intenzione di acquisire il potere in futuro per attuare quei piani.

Recentemente, l’UE ha iniziato a confrontarsi con una Fundamentalopposition da parte dei governi polacco e ungherese che sembrano riluttanti a rispettare le norme e i valori europei di base. Sebbene sia quindi assolutamente d’accordo con il suggerimento di van Middelaar, la sfida posta da questi governi potrebbe sfociare in una vera e propria crisi istituzionale dell’UE. Questo ha a che fare con il fatto che sia a lungo stata trascurata la differenza tra dissenso riguardo certe pratiche politiche – che è legittimo – e una Fundamentalopposition agli standard liberal-democratici – che dovrebbe essere considerata illegittima.

Se le istituzioni europee vogliono fare appello ai sentimenti emotivi di identità, la loro cultura politica dovrebbe essere sviluppata attorno alla messa in discussione delle pratiche correnti in nome dei loro ideali professati. Alla fine, il fenomeno europeo più caratteristico a cui si possa pensare è il bar: per secoli i bar europei sono stati luogo di ritrovo critico in cui sono state pianificate le rivoluzioni, scritti manifesti politici e discusse idee sovversive. Oggi possiamo sperare che questa parte della nostra identità europea ritorni e che in futuro un’opposizione democratica legittima possa sostituire la Fundamentalopposition all’ordine democratico liberale che vediamo oggi.


[1] Orientalismo, Edward Said (1978)

[2] On the East-west Slope: Globalization, Nationalism, Racism and Discourses on Eastern Europe, Attila Melegh (2006)

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