QUALE FUTURO PER IL COMPARTO INDUSTRIALE STATUNITENSE?

Negli ultimi 15 anni l’industria statunitense ha vissuto una decrescita imponente, figlia sia del progresso tecnologico e dei processi di automazione, sia dalla crisi economica. Come uscirne?

Il settore dell’auto è quello che dal punto di vista industriale ha pagato il prezzo più caro. Il caso più eclatante è quello della città di Detroit, finita in banca rotta a causa del crollo dell’industria delle auto. Negli anni questo settore ha subito un vigoroso aumento della sindacalizzazione dei lavoratori: gli scontri con i manager aziendali sono diventati sempre più serrati e molte società si sono trasferite in Stati fiscalmente meno oppressivi e con sindacati meno organizzati. Oltre alla delocalizzazione estera, in ambito nazionale molte aziende si sono trasferite da Ohio e Michigan in Alabama e Texas per i medesimi motivi.

Inoltre l’occupazione nell’industria manifatturiera, crollata nel 2008, non è mai più tornata ai livelli di un volta. Dai 17 milioni di individui impiegati nel manifatturiero nel 2000, si è passati a meno di 11 milioni tra 2008 e 2009 e, tra 2019 e 2020, il numero di occupati è arrivato a circa 13 milioni. La pandemia ha contratto una crescita che si stava iniziando a scorgere prima della diffusione del virus. 

Il tema del reshoring fiscale promosso dalla presidenza Trump è un aspetto rivelatosi focale negli ultimi 4 anni per la politica economica americana: una volta negli Stati Uniti la tassazione era marginalissima, il dictat liberale imponeva come imperativo quello di partire e colonizzare economicamente e produttivamente il resto del mondo. Trump ha cambiato questo paradigma, iniziando ad imporre fortissimi sgravi al rimpatrio di capitali e di società, di fatto incentivando le multinazionali a tornare negli USA. Il funzionamento del sistema imprenditoriale e l’altissima formazione dei dirigenti di azienda, capaci di intercettare nuovi mercati, rende ancora attrattivo l’arrivo di investitori esteri negli Stati Uniti. Se è vero che gli USA sono un’economia che si basa tantissimo sul commercio interno, è anche vero che le importazioni estere sono fondamentali e l’attenzione ai mercati extra nazionali è sempre stata molto alta.

Anche l’industria legata all’agricoltura è cambiata in questi ultimi due anni, la guerra dei dazi commerciali con la Cina ha portato molti imprenditori agricoli statunitensi a cambiare produzione, per sposare il proprio mercato su prodotti meno afflitti dai dazi. Quella guerra commerciale ha effettivamente già cambiato l’economia interna americana e, di conseguenza, ciò ha avuto un impatto anche sul resto del mondo. In Europa probabilmente vedremo le conseguenze di questo cambiamento tra qualche tempo, sempre che il trend non cambi diametralmente nel giro di pochi anni, anche se le tensioni con la Cina, che non accennano a diminuire, non sembrano andare in questa direzione.

La crisi climatica è un altro tema caldo per il futuro dell’industria statunitense. Gli USA vengono attraversati da fenomeni metereologici sempre più gravi e la popolazione è sempre più sensibilizzata ai temi green, li richiede e in alcuni casi li pretende, dal pubblico e dal privato e anche l’industria nazionale inizia seriamente a tenere in considerazione questo aspetto per progettare i suoi settori di sviluppo, sia nella produzione che per quanto riguarda il prodotto finito. 

L’industria subisce anche problemi legati alle scelte di governo, una disfunzionalità legata al sistema politico. Ci sono dei problemi che non sono mai stati adeguatamente affrontati dai principali partiti, che si trascinano ormai da anni e che impattano su fiscalità, produzione di beni, risorse e occupazione. Questo è accaduto in buona parte perché la composizione del Congresso non conferisce quasi mai una maggioranza netta a nessuno degli schieramenti, tale da poter approvare riforme di sistema in queste materie. Le grandi svolte economiche necessitano di riforme altrettanto forti. 

Per colmare e “risolvere” questo corto circuito ci vuole un’azione determinata della politica. Probabilmente se gli USA riuscissero ad uscire rapidamente dalla pandemia e la ripresa economia ritornasse ad essere impetuosa e generasse un piccolo boom, sia economico, sia sociale, l’aumento della soddisfazione potrebbe creare una finestra utile per fare delle riforme importanti e attese da anni, cercando, dalla crisi, di creare un circolo virtuoso verso il suo superamento. Quale sarà il ruolo di sindacati e associazioni di categoria in questo mutato scenario? La situazione attuale non fa ben sperare sul ruolo che essi potranno giocare in futuro. Negli USA i sindacati e le associazioni sono sempre più marginalizzati e spesso schiacciati dalle evoluzioni politico economiche della storia. I grandi imprenditori sono sempre più in linea con il partito repubblicano e spesso ne sono anche diretti esponenti, molto più che in passato. Il Presidente Biden riuscirà a riconquistare la loro fiducia con un significativo attivismo in materia di riforme in ambito produttivo e industriale? Per il futuro del Paese, e per la sua leadership globale, sarà questa una delle grandi sfide della sua amministrazione

Costanza Spera

Costanza Spera, classe 1994, nata e cresciuta a Perugia. Laureata magistrale con lode in Relazioni Internazionali all’Università degli Studi di Perugia, ha presentato una tesi mirata all’evoluzione del concetto di sicurezza interna, dalla Linea Maginot all’US Patriot Act. Sin dalla laurea triennale, conseguita anch’essa con lode a Perugia, nutre un profondo interesse per la politica statunitense.
Ha svolto un Master presso la SIOI di Roma in “Protezione strategica del Sistema Paese, Cyber Intelligence, Big Data e Sicurezza delle Infrastrutture Critiche”, per il quale ha realizzato una tesi sull’evoluzione del terrorismo suprematista bianco e di estrema destra grazie ad un’analisi di Open Source Intelligence. Svolge, da gennaio 2021, un tirocinio presso la CONFITARMA di Roma.
Ha un diploma in programmazione informatica in linguaggio Python, si è occupata di cooperazione internazionale ed è da sempre attiva nel mondo dell’associazionismo, della politica e del teatro ed ha anche lavorato presso case circondariali umbre come tutor per gli studenti detenuti iscritti all’università.
Membro della redazione geopolitica IARI, scrive per l’area “USA e Canada”.

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