LE QUOTE DI GENERE NELLA POLITICA IN EUROPA: È UN SISTEMA VALIDO PER GARANTIRE L’UGUAGLIANZA TRA I SESSI?

Le difficoltà delle donne di affermarsi sono più marcate nelle società in cui il rispetto del principio di uguaglianza di genere è solo sulla carta e non una vera e propria messa in pratica. Le quote di genere, in questo senso, hanno davvero aiutato?

L’emancipazione femminile è una tematica molto dibattuta a livello europeo ed internazionale. Molte iniziative sono state promosse e adottate per applicare quello che dovrebbe essere un basilare principio: l’uguaglianza di genere. Tuttavia, in diversi paesi la questione si fa più complicata: il contesto socio-politico entro cui il sistema Stato si organizza, risulta essere un alleato determinante nel fallimento di tutte le più virtuose iniziative.

Nella politica, così come in altri settori, le donne sono spesso marginalizzate e oggetto di ripensamenti da parte del loro gruppo dirigente che in tantissimi casi risulta essere composto per la maggior parte da uomini. Fortunatamente nel corso degli anni sono stati fatti diversi passi in avanti e uno di questi è stato l’introduzione delle quote di genere.

Le quote di genere: quote obbligatorie e quote volontarie

Le quote di genere rappresentano un sistema teso a ridurre, se non ad eliminare definitivamente, lo squilibrio relativo alla presenza di uomini e donne nelle stesse sedi decisionali, come ad esempio avviene nei partiti politici. In generale, sono previste da vere e proprie leggi costituzionali o leggi elettorali che prevedono l’obbligatorietà di un certo numero minimo di presenze femminili che prendono parte attivamente alle dinamiche decisionali, la cui inosservanza comporta sanzioni di inadempimento più o meno gravose.

Oltre alle quote previste per legge, in alcuni statuti e regolamenti interni di società e partiti politici sono state introdotte anche le quote volontarie. Queste invece, hanno una disciplina più flessibile perché non sono stabilite coattivamente dalle istituzioni nazionali o europee ma sono interamente definite e di conseguenza applicate direttamente dai membri degli stessi organismi politici. La diffusione sul territorio di questi due tipi di strumenti è fortemente influenzata dalla cultura politica e sociale del paese che si intende analizzare. Infatti da questo punto di vista, il territorio europeo si presenta come un vero e proprio mosaico eterogeneo. [inserisci mappa/immagine]

Tra i primi ad avere introdotto il sistema delle quote per la prima volta sulla scena politica: i partiti socialdemocratici e i Verdi negli anni ’70-’80[1].La maggioranza dei paesi dell’Ue (incluso il Regno Unito) ha adottato un sistema di quota volontaria mentre solo il Belgio, la Polonia e il Portogallo hanno le quote obbligatorie per legge. Il resto dei paesi europei ha optato per la combinazione dei due sistemi, garantendo in qualche modo un’ampia gamma di scelta e una più ampia possibilità di partecipazione femminile nelle sedi decisionali. Solo cinque Stati non prevedono alcun tipo di quota (Danimarca, Estonia, Finlandia, Lettonia e Repubblica Ceca)[2].

L’efficacia del sistema delle quote di genere: il sistema elettorale e le sanzioni

La sotto rappresentanza delle donne nelle sedi politiche è un problema che riguarda molti paesi europei, in alcuni dei quali risulta essere un vero e proprio ostacolo alla funzione tipicamente politica: dare voce alla società, soprattutto a quella più suscettibile di ingiustizie. Questo si ripercuote inevitabilmente anche sulla società e sulla cultura del paese stesso, generando un effetto a catena difficile da bloccare. L’efficacia delle quote di genere ad infrangere il glass ceiling della disparità può dipendere anche  da due fattori combinabili tra loro: la compatibilità del sistema quote con il sistema elettorale e l’apparato sanzionatorio nonché gli organi di controllo preposti in caso di inadempienze.

Il sistema elettorale

Per quanto riguarda il primo punto, è palese affermare che le quote di genere adottate da un sistema elettorale che non rispetta il principio di parità tra i sessi, risulta essere puramente simbolico oltreché inutile. Le leggi elettorali e la dimensione dei collegi e dei partiti politici sono elementi che influenzano ulteriormente l’incidenza di questo strumento sul problema della disparità. Infatti alcuni ricercatori, partendo dal presupposto che più le circoscrizioni elettorali sono grandi e più vengono conquistate dai partiti politici di maggiori dimensioni, la possibilità che all’interno di questi partiti entrino delle donne è molto più alta rispetto a quanto potrebbe accadere nelle sezioni più piccole e con partiti minoritari. Di fatto, questi partiti hanno avuto meno difficoltà nell’applicare il sistema di quote di genere, favorendo la nomina di candidate donne e di conseguenza ampliando le opportunità di elezione[3].

Oltre a ciò, risulta determinante comprendere in che misura lo strumento delle quote sia diffuso tra i partiti di uno Stato. In tal modo, è più facile scoprire quanto il contesto culturale ed istituzionale sia  ricettivo su questo tema: ad esempio, in alcuni paesi scandinavi dove sul territorio è presente una cultura paritaria ben radicata come la Danimarca e la Finlandia, non vige alcun sistema di quote di genere, lasciando libere le organizzazioni politiche di decidere come combinare i vari candidati.

In Svezia, stato virtuoso delle parità di genere, sono presenti le quote neutrali in cui viene stabilito un minimo e un massimo di candidati che è valido per entrambi i sessi e non solo per le donne. Altro importante fattore legato alle elezioni riguarda le regole di posizionamento nelle liste elettorali. Si tratta del caso in cui ci sia un’evidente elusione del principio delle pari opportunità che invece grazie alle quote di genere si intende evitare: la quasi automatica esclusione dalle liste.

È possibile che alcuni partiti politici, sebbene rispettino la quota minima di presenze femminili nella propria lista, collochino le stesse in liste o circoscrizioni elettorali meno importanti. In questo modo, si genera lo stesso effetto di disequilibrio per cui la quota di genere è stata pensata: le candidate, avendo meno visibilità avranno automaticamente minori possibilità di essere elette rispetto ai loro colleghi uomini nei collegi elettorali più influenti.

In Svezia, per prevenire questo tipo di sistema era stato applicato il sistema di cerniera, noto anche come sistema zippero di “parità verticale” che ha contribuito ad aumentare sensibilmente la presenza femminile nel Riksdag svedese alle elezioni del 1994. In Italia questo sistema era stato introdotto nel 1993 con la legge n.277/1993 ma successivamente eliminato dalla Corte Costituzionale nel 1995.

Affinché si possa trarre il maggior vantaggio, il sistema zipper funziona principalmente in un contesto socio-politico e culturale particolarmente sensibile alle questioni di genere come ad esempio quello svedese in cui, come già enunciato sopra, le donne godono delle stesse possibilità di emancipazione dei loro colleghi uomini.

Le sanzioni

L’altro grande fattore che influenza l’efficacia dello strumento delle quote di genere è l’applicazione delle sanzioni in caso di mancato rispetto delle norme. Nel corso degli anni sono state applicate due tipi di sanzioni, la cui efficacia è dipesa sensibilmente dal tipo di quota adottata e dal relativo controllo sul rispetto della stessa.

Il rigetto della lista, per esempio, è uno degli strumenti sanzionatori più efficaci ed è usato nel sistema di quote obbligatorie. Generalmente, è comminato da un’autorità elettorale dello Stato a cui è attribuita la competenza giuridica di respingere tutte le liste che non rispettano il numero richiesto di candidature femminili nelle graduatorie, eliminando così la possibilità per l’intero partito di partecipare alle elezioni. Questo sistema era stato adottato in Belgio, in Polonia ed in Slovenia mentre la Spagna prevedeva un avviso di rigetto di tre giorni, al termine del quale si procedeva con la vera e propria eliminazione[4]. Pertanto, il punto di forza delle sanzioni legali è l’obbligatorietà verso tutti i partiti politici che decidono di partecipare alle elezioni, senza alcuna discriminazione.

Altri Stati come il Portogallo e l’Irlanda, penalizzano le inadempienze con sanzioni pecuniarie, calcolate in base al livello di gravità della violazione (Portogallo) o in base ad una percentuale ben precisa (Irlanda). Questo tipo di sanzione è più diffusa nei paesi che hanno adottato le quote di genere su base volontaria, in cui sono gli stessi partiti a decidere gli organi di controllo e l’ammontare della sanzione.

Conclusioni

Il tema delle quote di genere ha scatenato degli intensi dibattiti che hanno visto molto coinvolte e spesso contrarie a questo tipo di sistema le “chiamate in causa”: le donne. Molte di esse affermano che la quota di genere non garantisce la qualità dei candidati ma solo la quantità. Perciò questo potrebbe andare a discapito di candidati maschili più competenti e magari propensi a promuovere il tema dell’uguaglianza tra i sessi.

Inoltre, in diversi casi sembra essere una lotta contro il sesso maschile di cui, a volte, ha solo la colpa di rappresentare solo dal punto di vista genetico uno squallido sistema patriarcale che è stato (ed è in molte realtà) uno squallido modello di discriminazione.È stato dimostrato come in alcuni paesi le quote non esistono semplicemente perché la parità è intesa non solo come principio da rispettare ma come pratica da adottare, imprescindibilmente.

Sicuramente la forza dei movimenti femministi e l’elaborazione di sistemi istituzionali di controllo più efficaci verso il sistema partitico, dovrebbero aiutare a sviluppare una cultura elettorale più inclusiva e paritaria in cui sono i cittadini stessi ad accorgersi dei gap e a colmarli autonomamente, senza aver bisogno di orientamenti. Dopotutto, resta salva la citazione di Mario Draghi tratta dal discorso al Senato della Repubblica del febbraio scorso: “Una vera parità di genere non significa un farisaico rispetto di quote rosa richieste dalla legge: richiede che siano garantite parità di condizioni competitive tra generi”.


[1]European Parliament, 2013, “Electoral Gender Quota Systems and their Implementation in Europe”, Bruxelles, p.18 (4-21).

[2]Le informazioni qui riportate sono state tratte da un’elaborazione Openpolis dati Idea (International institute for democracy and electoral assistance) al presente link: https://www.openpolis.it/parole/come-funzionano-le-quote-di-genere-nelle-elezioni-legislative-dei-paesi-ue/.

[3]European Parliament, 2008, “Sistemi Elettorali che prevedono quote riservate alle donne e loro applicazione in Europa”, Bruxelles, p.30, (2-132).

[4]European Parliament, 2013, “Electoral Gender Quota Systems and their Implementation in Europe”, Bruxelles, p. 17, (4-21).

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