ISRAELE E PALESTINA: ANNO DI ELEZIONI IN TERRA SANTA

Il 2021 si preannuncia un anno intensissimo per Israele e Palestina; gli storici nemici infatti si troveranno, seppur con tempi e dinamiche diverse, a condividere un anno “elettorale” che potrebbe portare a un cambio di rotta significativo per entrambi.

 Da Marzo a Luglio si susseguiranno una serie di incontri elettorali decisivi. Il 23 Marzo si terranno le elezioni politiche per il Paese guidato da Benjamin Netanyahu, con quello che sarà il quarto appuntamento elettorale in meno di due anni per Israele. L’obiettivo è, ancora una volta, l’insediamento di un governo duraturo e, possibilmente, resiliente in chiave di stabilizzare l’apparato istituzionale del Paese. 

Da Maggio a Luglio invece saranno i palestinesi a doversi recare alle urne, con un periodo bollente che vede ben tre appuntamenti elettorali all’orizzonte. Il Presidente Mahmud Abbas, nome de guerre Abu Mazen, ha infatti diffuso la tabella di marcia elettorale; il 22 maggio si terrà l’elezione dei membri del Consiglio Legislativo, ovvero il Parlamento palestinese. A seguire verrà decretato il nuovo Presidente dell’Autorità palestinese e a chiudere il ciclo dovranno essere eletti i membri del Consiglio nazionale, cioè l’organo legislativo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina.

Palestina: che elezioni saranno?

Prima di addentrarci nella lista dei candidati papabili nei vari appuntamenti elettorali palestinesi, c’è un punto più importante da trattare, ovvero lo svolgimento delle elezioni stesse. 

Nei territori palestinesi i cittadini non si recano alle urne da ben 16 anni, il che lascia intuire la portata di un simile evento e le difficoltà intrinseche all’organizzazione dello stesso. Per facilitare lo svolgimento delle elezioni ed evitare proteste e brogli elettorali, si sono svolte al Cairo due giornate intense di discussione in cui le principali organizzazioni politiche si sono incontrate per discutere della roadmap elettorale annunciata da Abu Mazen. Stando a quanto dichiarato dall’agenzia Wafa, le parti si sono impegnate a rispettare il calendario e ad accettare qualsiasi risultato. Inoltre, nella dichiarazione finale del Cairo, si è anche deciso per la creazione di un Tribunale che si occuperà del monitoraggi di qualsiasi questione che riguardi il processo elettorale, dal corretto passaggio alle urne al conteggio dei voti. 

Oltre a ciò, al-Fatah e Hamas, cioè i principali attori del panorama politico interno palestinese,  si sono incontrati ad Istanbul accordandosi, seppur in linea piuttosto generale, sulle imminenti elezioni, al fine di evitare scontri che possano comprometterne il loro regolare svolgimento. 

Tutto ciò lascerebbe presagire che le elezioni si terranno senza ingenti ostacoli. Ma a controbilanciare il cauto ottimismo derivante dal quadro appena illustrato si vanno ad inserire due punti importanti. La prima questione concerne la nomina dei giudici che andranno a comporre il Tribunale “guardiano della legittimità” che si è deciso di istituire al Cairo. Sarà infatti Abu Mazen a scegliere gli incaricati, e non è mistero che il Presidente abbia mancato di imparzialità in più di un’occasione. Inoltre, se anche le elezioni si svolgeranno indisturbate, non è detto che i risultati saranno rivoluzionari come auspicano i cittadini ne’ che rimarranno incontestati. 

Chi sarà in corsa in Palestina? 

La lista dei candidati in Palestina è una questione piuttosto intricata. Sebbene un accordo di massima tra al-Fatah e Hamas sia stato raggiunto, ciò non implica l’impossibilità per le parti di fare dietro front. E se uno degli schieramenti lo facesse, la meglio l’avrebbe quasi sicuramente Hamas. Dal punto di vista internazionale la vittoria di un’associazione  riconosciuta dalla maggior parte dei membri della Comunità Internazionale come terroristica non darebbe grande impulso alla cosiddetta questione palestinese, già lasciata ampiamente in disparte negli ultimi tempi e che sarebbe altresì relegata all’oblio segnando la definitiva sconfitta degli accordi di Oslo, di cui lo stesso Abu Mazen fu coordinatore. 

Per quanto riguarda le candidature presidenziali poi non è ancora ben chiaro chi si scontrerà con il presidente attuale. Abu Mazen ripresenterà, a meno di inaspettate sorprese, la sua candidatura anche quest’anno ( all’età di 85 anni )ma resta ancora da capire chi correrà per strappare la leadership al leader di al-Fatah. Chi sarà lo sfidante proposto da Hamas? Non si parla solo del leader del partito Ismail Haniyeh, che è comunque dato come favorito sul rivale, ma sono spuntati anche altri nomi. Primo fra tutti si è evidenziato quello di Mohammad Dahlan, l’uomo che ha agevolato la distensione tra Israele e Emirati Arabi. Egli non è attualmente proponibile in quanto sotto condanna ma molti lo vorrebbero in corsa. Altri papabili nomi sono quello del vice capo di Hamas Saleh-al-Arouri e Jibril Rajoub, la mente nonché fautore dell’accordo tra Fatah e Hamas, anche se ultimamente sembra essere tramontato. 

La questione si complica: che ne sarà di Marwan Barghouti? 

A parte tutti i nomi menzionati finora, bisogna parlare di un personaggio importante sia a Gaza che in Cisgiordania, sia per chi lo sostiene che per chi lo condanna. Nei territori palestinesi infatti ogni volta che si parla di elezioni ( e succede spesso) la prima candidatura che viene in mente è quella di Marwan Barghouti. Al momento l’uomo è detenuto in Israele e sconta la pena per l’accusa di aver comandato diversi attacchi contro i civili israeliani, specie nel periodo della Seconda Intifada. Nonostante la sua posizione attuale sembrerebbe escludere la corsa al potere, ciò che ha concentrato l’attenzione sulla sua ipotetica presenza è stata la visita di un ministro vicino ad Abu Mazen il quale si è recato in carcere a fare visita a Barghouti. Non è chiaro se l’incontro fosse per incoraggiarlo a proporsi o se, al contrario, lo scopo della visita fosse quello di sfavorire una sua eventuale candidatura. Sta di fatto che il suo nome potrebbe far saltare molti equilibri e le elezioni sarebbero potenzialmente a rischio nel caso in cui questa ipotesi prendesse forma. 

La questione israeliana: 

In Israele invece la questione è ben diversa. L’incarico di governo si ottiene con 61 seggi. Che Benjamin Netanyahu continuerà a guidare il Paese è poco discutibile, anche se in queste elezioni ogni voto sarà importante poiché l’appoggio certo al Premier sino ad adesso viene solo da Shas e United Torah Judaism, cioè i partiti religiosi. Resta infatti da capire chi altro aiuterà Bibi a raggiungere la soglia per la riconferma.

Negli anni il capolavoro del leader di Likud è stato quello di essere un istrionico protagonista. Bibi infatti si è alleato indifferentemente con laburisti, estrema destra, laici e non, rimanendo in ogni caso protagonista, senza condividere la scena con nessuno. Questa volta però c’è ancora da capire verso quale dei 360 gradi a sua disposizione il camaleonte ruoterà il capo. 

Intanto la gestione della pandemia sembra giocare a suo favore, con Israele che si impone ai vertici della classifica mondiale per numero di vaccini effettuati (sebbene i contagi da variante inglese siano molti). Le abilità camaleontiche di Bibi e l’emergenza COVID lasciano intuire che Netanyahu rimarrà alla guida di Israele nonostante le molteplici accuse contro di lui e le ripetute proteste dei cittadini. Ci sono infatti tre cause pendenti contro il leader israeliano, per corruzione e frode fiscale tra le altre cose, ma questo non sembrerebbe compromettere la sua vittoria, così come parrebbe non farlo nemmeno il fervente malcontento di molti israeliani che vedono l’apparato democratico del Paese sempre più a rischio. 

Israele in cerca di stabilità politica
Fonte immagine: ISPI 

Perché Israele è instabile?

Netanyahu che si riconferma come vincitore è solo il risultato atteso delle prossime elezioni ma il vaso di Pandora della politica interna israeliana merita di essere aperto.  Partiamo dal fatto che il meccanismo di voto in Israele è rappresentato da un sistema proporzionale puro. Ciò significa che i governi devono necessariamente essere di coalizione e spesso i partecipanti alla stessa non seguono il medesimo disegno politico, come del resto succede quasi ovunque.

Nel caso del governo attuale formato da Bibi e dal ministro della difesa Benny Gantz, rappresentante del partito Kahol Lavan, l’accordo di coalizione prevedeva una rotazione che nel novembre del 2020 avrebbe portato Gantz a diventare il nuovo primo ministro ma questo non è avvenuto. Inoltre sempre lui, nello stesso periodo, aveva annunciato la formazione di una commissione d’inchiesta (poi congelata) per indagare su un presunto caso di corruzione riguardante l’acquisto miliardario di sottomarini dalla Germania in cui Netanyahu sarebbe stato coinvolto.

A coronare poi questo clima tutt’altro che disteso si è aggiunta l’annosa questione del budget. Uno dei punti per legittimare il locus standi nonché il proseguimento indisturbato dell’attuale governo era infatti l’approvazione del bilancio per il biennio a venire (2021-22). Il partito di Netanyahu però non lo ha presentato e la knesset si è sciolta. 

Questa tradizionale instabilità interna rischia di compromettere Israele su più fronti; sul piano securitario, di governance e anche a livello di credibilità agli occhi dei cittadini. La crisi cui il Paese va incontro a causa di queste divisioni interne è multidimensionale e rischia di portare al collasso dell’apparato istituzionale e alla totale paralisi dello stesso. L’impasse è alle porte.

Per queste ragioni la quarta tornata elettorale degli ultimi due anni ha un’importanza strategica. Sebbene sia chiaro che Netanyahu continuerà a governare, il motivo più profondo della chiamata alle urne risiede nella necessità di cambiare gli equilibri interni alla coalizione di governo. 

Ma quali saranno le fusioni politiche delle imminenti elezioni? Il Likud per ottenere i fatidici 61 seggi punta in questa tornata agli arabi, ma non è l’unico partito a farlo. In molti stanno guardando in quella direzione e questo è un dato importante da sottolineare poiché nell’architettura istituzionale e politica di Israele nessuno prima aveva mai pensato agli arabi. Se ora lo fanno in molti vuol dire che l’equilibrio istituzionale è davvero molto compromesso.  

Il centro-sinistra dal canto suo è molto frammentato ed è proprio a questa spaccatura che punta Bibi. Alla dispersione dei voti. La strategia del divide et impera funziona in maniera efficace non di rado. E poi, sebbene la veemente opposizione all’attuale Premier non sia cosa nuova, non è ancora ben chiaro di chi e in che modo si parli quando si invoca lo slogan “ anyone but Bibi”. Finché quel “chiunque” rimarrà la parola chiave del motto popolare degli oppositori al leader di Likud senza essere trasformato in un nome proprio, Netanyahu potrà dormire sonni tranquilli.  

Destino comune? 

Israele e Palestina affronteranno quindi elezioni diverse con priorità differenti, questo è vero. Nel primo caso l’obiettivo è quello di dare respiro e stabilità alle istituzioni mentre per quanto riguarda  Gaza e Cisgiordania il fine ultimo rimane sempre la causa palestinese. Non è ancora chiaro che piega prenderanno le tornate elettorali ne’ da un lato ne’ dall’altro. Quello che però sembra accomunare gli storici rivali è un destino non troppo distante in cui, a meno di rivoluzionari stravolgimenti che ad oggi non paiono verosimili, lo status quo, sebbene con qualche aggiustamento, rimarrebbe inalterato. 

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