PENTAGONO ÜBER ALLES. DALLA GERMANIA NON CI SI MUOVE

Nel suo primo discorso di politica estera, il presidente Joseph R. Biden jr. ha annunciato l’annullamento del ritiro di un terzo (12.000 unità) dei soldati americani presenti in Germania (36.000), ordinato da Donald Trump lo scorso giugno. Biden sposa i suggerimenti tattici del Pentagono, contrario ad un ritiro che considerava deleterio sul piano strategico.

Covenants, without the sword, are but words”,

Thomas Hobbes, Leviathan, p. 103

1. La mossa del nuovo inquilino dello Studio Ovale arriva dopo il congelamento del ritiro di un terzo dei soldati di stanza in Germania disposto dal neo-Segretario alla Difesa Lloyd Austin. Esso segue il precedente blocco del Congresso, che in modo bipartisan aveva condannato la scelta di The Donald come un danno alla sicurezza nazionale e a quella transatlantica, un “regalo” allo “zar” Vladimir Putin.

Nella visione di Trump, la scelta costituiva una ritorsione verso l’odiata Angela Merkel. Che non spende abbastanza in difesa, flirta con russi e cinesi per non danneggiare vitali interessi energetici e commerciali, garantisce con la propria tripla A un Recovery Fund per puntellare la propria sfera d’influenza geoeconomica. In realtà, più che di ritiro si trattava di una rimodulazione delle forze. Un’azione di natura operativo-militare che andava inserendosi nei piani di aggiornamento e ricollocamento flessibile e dinamico dello schieramento militare americano deputato al contenimento della Russia, attraverso la sostituzione di contingenti permanenti con truppe rotazionali, come auspicato dalla NationalDefense Strategy 2018. Insomma, un messaggio di deterrenza a Mosca e di rassicurazione agli Stati del fronte orientaledella Nato (paesi Baltici, Polonia e Romania), i quali avrebbero ricevuto una parte delle truppe in uscita dalla Repubblica Federale Germania (RFG). 

Sul piano tattico, Trump aveva aderito alla linea propugnata della Cia. Secondo la quale, per indurre la Bundesrepublikad abbandonare il suo free-riding, bisognava spaventarla. Minacciando il ritiro di una parte dell’ombrello di difesa stars and stripesCostringendola a spendere in difesa e sicurezza una parte dell’enorme surplus commerciale che destina al finanziamento del generoso sistema di Welfare State, funzionale a garantire, con un diffuso ed elevato benessere, l’unità sociale dei diversi ceppi “para-nazionali” (prussiani, sassoni, bavaresi, renani-vestfaliani e anseatici) che compongono la RFG. Colpendone la maggiore vulnerabilità. Quella di un paese strategicamente ed economicamente dipendente dal libero commercio esterodalla stabilità delle linee di comunicazione marittima presidiate dalla Us NavyErgodallo strapotere militare a stelle e strisce. Sostrato materiale imprescindibile della globalizzazione. Abito economico dell’impero americano, di cui grandemente beneficia Berlino – le esportazioni costituiscono il 47.4% del pil tedesco e gli Usa rimangono il principale mercato per l’export tedesco e la principale fonte di Ide extra-Ue.

2. Diversa la visione tattica dei militari. Gli Usa non possono rinunciare ad una forte presenza avanzata in Germania, cui va messo il fiato sul collo. Primo paese al mondo per installazioni militari americane ospitate (194), la RFG costituisce l’essenziale ed irrinunciabile retroterra logistico-strategico della prima linea del contenimento (tripwire deterrence) della Russia, esteso lungo l’Intermarium, tra Baltico e Mar Nero. La Mittellage, posta nel cuore del continente più rilevante del pianeta, massima posta in gioco della Guerra Fredda, oggi legata a doppio filo con i massimi rivali della superpotenza (Russia e Cina), costituisce una fondamentale piattaforma dalla quale proiettare rapidamente le forze Usa e Nato per stroncare sul nascere minacce critiche, dall’Artico al Nord Africa, dall’Atlantico al Medio Oriente. 

Di più. La presenza militare nel Vecchio Continente si ricollega al massimo principio strategico della superpotenza. Da un secolo a questa parte, evitare che nella massa euroasiatica emergano una o più potenze che, da sole o coalizzate, possano assurgere all’egemonia regionale e da lì minacciare il controllo americano dei mari, su cui l’“isola” nordamericana fonda la propria sicurezza. Ed è proprio la Germania ad ossessionare gli strateghi americani, che la considerano come l’unica potenza europea in grado di dominare il continente, magari unendo la propria forza tecnologica-industriale e la propria disciplina sociale alla vastità e alle ricchezze del territorio russo ovvero stringendo un patto tattico con la Cina (vedi accordo Ue-Cina sugli investimenti).

Dopo la seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti decideranno di restare in Europa non solo per contenere l’espansionismo sovietico, ma anche per evitare la rinascita della potenza tedesca e la formazione di un’unità geopolitica europea. Istituiscono l’Alleanza Atlantica per “mantenere gli Stati Uniti dentro, l’Unione Sovietica fuori e la Germania sotto”, come affermò candidamente il primo segretario generale della Nato, Lord Hastings Lionel Ismay. 

Ovvero, per tre ragioni. Primo, difendere in avanti (cioè in Europa) la propria sicurezza nazionale. Scoraggiando manovre espansive verso ovest da parte dell’“Orso sovietico”. Secondo, evitare che il Vecchio Continente, abbondonato a sé stesso, tornasse instabile teatro della competizione tra potenze in lotta per l’egemonia, spazio geografico condannato a quella perenne conflittualità che ne ha segnato le dinamiche di potere negli ultimi cinque secoli, prima della “pacificazione americana”. Terzo, controllare da vicino la Bundesrepublik per stroncarne eventuali velleità egemoniche in Europa, oltre la sfera geoeconomica. Per scongiurare un ritorno alla storia della potenza tedesca, che per ben due volte aveva trascinato negli affari europei i riluttanti statunitensi.

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3. Anche l’amministrazione Biden, come quella di Obama, continuerà a premere su Berlino affinché faccia la sua parte nel mantenimento dell’impero americano, aumentando la sua quota di burden sharing nella sicurezza collettiva. Ma gli apparati vicini a Biden considerano controproducente attaccare frontalmente ed esplicitamente il socio considerato “fellone”. Perché tale condotta alimenta vieppiù la sfiducia dei tedeschi, popolo ed élite, sull’affidabilità della presenza difensiva americana, sulla sua disponibilità a fornire sicurezza ai vecchi “alleati”, distratta com’è dalla sfida mandarina nell’Indo-Pacifico e dalle domestiche faglie sociali, politiche e identitarie, spettacolarmente estrinsecate dal drammatico assalto al Campidoglio della scorsa Epifania.

Di più. L’aggressiva postura adottata dal tycoon di origini tedesche ha rafforzato le pulsioni neutraliste[1] della Germania all’interno della sfida Usa-Cina. L’ha indotta a pensare in termini di “sovranità europea”. Concetto con cui Berlino intende rafforzare i propri margini di autonomia e indipendenza da Washington. Nascondendosi dietro Bruxelles, per schivare gli effetti collaterali delle politiche Usa anti-cinesi (dazi, guerra tecnologica, parzialedecoupling), anti-russe (sanzioni sul gasdotto Nord Stream 2) ed anti-iraniane (sanzioni secondarie sui rapporti commerciali e finanziari con Teheran). Azioni che, di rimbalzo, danneggiano economicamente anche gli euro-soci. Specie Berlino. La più esposta verso il grande mercato sinico. Meta finale delle nuove vie della Seta e del gasdotto russo-tedesco in via di raddoppiamento. Desiderosa di far business con i persiani.  

4. Dietro l’etichetta della “sovranità europea” si cela anche il tentativo franco-tedesco di potenziare l’integrazione politico-economica-militare dell’Unione. Questo il senso delle dichiarazioni di benvenuto serbate a Biden da Angela Merkel: “Non pensate che da domani ci sarà solo armonia tra noi. L’Europa dovrà assumersi maggiori responsabilità, in termini militari e diplomatici. La buona notizia è che sia la Germania sia l’Ue sono pronte a farlo”. Washington potrebbe concedere qualche margine, per appaltare agli europei una fetta del proprio fardello imperiale nella provincia euro-mediterranea, per consentire loro di dotarsi di strumenti con cui affrontare, anche senza un concreto sostegno americano, le crisi nel Vicinato orientale, nel ribollente Mediterraneo, dove proliferano russi e turchi, nell’instabile fascia fra Maghreb e Sahel. Ma senza sognare “autonomie strategiche”, in particolare l’idea francese di un esercito europeo alternativo alla Nato, non condivisa (al momento?) neppure dai tedeschi. 

Divisi a metà sull’importanza della presenza militare Usa per la loro sicurezza e sulla necessità, o meno, di aumentare le spese militari, fra coloro che ritengono che il livello attuale sia sufficiente (41%) e coloro che sostengono la necessità di un aumento del budget (40%), quest’ultimi in crescita di 8 punti percentuali dal 2017 al 2019. Mentre il consenso dei tedeschi nei confronti della Nato rimane maggioritario (57%), seppur in calo di 10 punti negli anni di Trump, tra 2017 e 2019. 

Berlino non intende staccarsi dal cordone ombelicale protettivo americano. Perché non può. Per ostacoli tecnici, viste le pietose condizioni della Bundeswehr. E per limiti antropologici e politici. Le anziane e post-storiche popolazioni del Vecchio Continente non sono disposte a sacrificare una parte del loro benessere in nome della potenza geopolitica. “Senza le capacità nucleari e convenzionali degli Stati Uniti e della Nato, la Germania e l’Europa non possono proteggersi (…) e garantire sicurezza, stabilità e prosperità”, ha dichiarato in diverse occasioni la Ministra della Difesa Annegret Kramp-Karrenbauer, attirandosi le feroci critiche di Macron.

Tradotto, la Germania è conscia di non poter esplicitare eccessive fughe in avanti. Non intende distrarre le risorse destinate alla prosperità dei propri cittadini per finanziare il riarmo francese, con cui Parigi, forte dell’arma atomica, intende bilanciare lo strapotere geoeconomico tedesco. È però conscia di essere nel mirino della superpotenza. Per questo prevede un aumento record delle spese militari nel 2021, rimanendo comunque ancora lontana dalle richieste americane del 2% in rapporto al pil. Accusa russi e cinesi di violare i diritti umani di oppositori politici/separatisti interni. Si impegna ad inviare simbolicamente una fregata nell’Indo-Pacifico, per mostrare la natura solo commerciale del legame con il Dragone, temendo le rappresaglie di Washington. 

Il cambio di narrazione promosso dalla nuova amministrazione, per segnalare discontinuità con l’aggressiva retorica trumpiana, richiede il coinvolgimento di alleati e partner in consessi multilaterali. La carota prenderà il posto del bastone. Il dialogo quello dell’estorsione. Berlino potrà comunque essere indotta a più miti consigli in altri modi, molto più sottili. Ad esempio, colpendone l’industria automobilistica. L’amministrazione Obama cavalcò il Dieselgate a tal fine. Quella di Joe Biden punta a sancire la leadership americana sulle tecnologie “verdi”, affinché gli standard della rivoluzione “green” rispondano al Washington Consensus.


[1] Secondo un sondaggio della Korber Foundation, più di 8 tedeschi su 10 (82%) preferirebbe rimanere neutrale in una “nuova guerra fredda” Usa-Cina.

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