CASO NAVALNY: UN UOMO TRA DUE POTENZE

Lo scorso febbraio i ministri degli esteri europei sono giunti ad un accordo volto ad imporre nuove sanzioni contro la Russia, già soggetta ad azioni punitive da parte dell’Occidente dal 2014. Mosca è stata questa volta incolpata da Bruxelles di violazione dei diritti umani, un’accusa che rende i rapporti tra le due sempre più tesi e controversi. 

La tensione nei rapporti tra Unione europea e Russia è cresciuta rapidamente negli ultimi dieci anni: a partire dall’annessione della Crimea nel 2014 fino ad arrivare alla campagna di disinformazione da parte della Russia e ai tentativi di Mosca di interferire nei processi democratici europei. 

È proprio dall’annessione della Crimea che la Russia è stata duramente colpita da sanzioni da parte dell’Unione Europea, prevalentemente indirizzate al settore economico ed energetico e sempre seguite da tempestive contromisure da parte del Cremlino. Una dura punizione che l’Unione Europea ha deciso di prolungare fino al 31 luglio 2021. 

Un Annus horribilis per la Russia che, sulla base della decisione presa dal gruppo dei ministri a febbraio 2021, non dovrà pagare solo per gli eventi passati ma anche per i più recenti. Infatti, le sanzioni stabilite per gli eventi del 2014 saranno accompagnate da sanzioni “mirate” contro funzionari dello stato russo accusati di violazione dei diritti umani a seguito dell’avvelenamento e dell’ingiustificata incarcerazione di Alexei Navalny. Un ennesimo punto di rottura tra Bruxelles e Mosca che ha aumentato le tensioni tra le due potenze. 

Un passo indietro 

Alexei Navalny, dissidente di nazionalità russa e principale oppositore di Vladimir Putin, è il leader del partito Russia del futuro, un partito che fa della lotta alla corruzione e al crescente autoritarismo da parte del Cremlino il suo segno distintivo. 

La sua attività politica è costellata di manifestazioni anticorruzione iniziate nel 2011 che puntualmente culminavano con il suo arresto, più volte definito ingiustificato. Queste incarcerazioni opinabili hanno portato la CEDU nel 2018 a condannare il Cremlino a risarcire Navalny per danni morali e materiali (rispettivamente 50.000 euro e 1.025 euro) in nome della libertà di espressione e accusando Mosca di atti privi di una fondata motivazione. 

Nel 2020 la sua fondazione per la lotta alla corruzione viene chiusa dal governo con l’accusa di ricevere finanziamenti dall’estero, seppure questa ipotesi non fu mai comprovata. Nello stesso anno, durante un volo dalla Siberia a Mosca, Navalny accusa un malore a causa di un tentativo di avvelenamento – che verrà confermato dai laboratori di Germania, Svezia e Francia – per cui verranno accusati i servizi segreti russi. A causa della poca trasparenza dei medici dell’ospedale di Omsk in cui viene ricoverato, sul volere della moglie viene trasferito a Berlino. 

Non appena ricevute le dimissioni dall’ospedale Charité di Berlino, il 17 gennaio 2021 rientra in Russia e all’aeroporto di Sheremetyevo viene immediatamente arrestato FSIN (autorità federale russa incaricata per l’incarcerazione) con l’accusa di aver violato la libertà condizionata che gli era stata concessa nel 2014. 

Sostengo europeo, disdegno russo 

Il verdetto che condanna Navalny a tre anni e mezzo di detenzione per avere violato la libertà vigilata che gli era stata concessa nel 2014 ha scatenato forti proteste in Russia. Infatti, tra il 23 e il 31 gennaio 2021 ci sono state manifestazioni in centinaia di città per chiedere il suo rilascio che hanno portato al fermo di oltre 11.000 persone. 

Nel mirino di Mosca, per le proteste contro l’incarcerazione dell’oppositore russo, sono finiti anche gli ambasciatori di Svezia, Polonia e Germania. Mosca, infatti, che considera questo tipo di proteste non autorizzate come illegali, ha dichiarato i tre ambasciatori “persone non gradite” e li ha invitati a lasciare la Russia. C’è stata un’immediata reazione di sconcerto da parte del presidente francese Macron e dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, la quale non solo ha commentato l’espulsione come del tutto ingiustificata ma ha anche aggiunto che si tratta di una violazione dei principi dello Stato di diritto. 

Questa decisione da parte del governo moscovita è stata fortemente condannata anche da Josep Borrell – Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea – che negli stessi giorni si trovava in Russia per un incontro con il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov. Un meeting, tra l’altro, giudicato come un fallimento per l’Europa e in cui Mosca non ha esitato a ricordare come le due potenze stiano viaggiando su binari diversi, definendo Bruxelles un’alleata inaffidabile.

Forte sostegno della comunità internazionale

Il leader di opposizione russo ha potuto contare sull’appoggio dell’intero Occidente, in particolar modo di quello europeo.

Infatti, a seguito degli ultimi eventi sopra riportati, il presidente del Consiglio Europeo Charles Michel e i ministri degli Esteri francese e tedesco hanno chiesto il rilascio immediato di Navalny, un rilascio accompagnato dal varo di provvedimenti sanzionatori contro Mosca. 

Su questa scia, quattro giorni dopo il suo arresto, il Parlamento europeo – forte del sostegno di questi Stati – ha richiesto il rilascio immediato di Navalny e il rafforzamento delle sanzioni da parte dell’Unione contro la Russia, le quali dovrebbero essere destinate anche ai membri più vicini al presidente Putin. Si tratta di misure che gli europarlamentari hanno sostenuto rientrassero all’interno del regime globale di sanzioni in materia di diritti umani, uno strumento adottato nel dicembre 2020 con lo scopo di prendere misure mirate nei confronti di individui, entità e organismi accusati di violazione dei diritti umani o che ne siano anche solo coinvolti. 

Quello che si evince chiaramente è che le pressioni internazionali potrebbero essere la più forte – e forse anche l’unica – speranza per la liberazione di Navalny.  

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